1964/65: Quando Oronzo Pugliese sconfisse il Mago

“Dico: se avete ancora una briciola di sangue, combattete. Uso i proverbi. Ripeto sempre: finché il polso batte, l’ammalato si salva. Con i proverbi, ho salvato le squadre. I giocatori erano scontenti per il pareggio? E io ripetevo: chi si accontenta gode. I frutti si son visti”
– Don Oronzo Pugliese

La partita più memorabile del campionato di calcio 1964-65 venne giocata una domenica grigia e sciroccosa allo stadio Zaccheria di Foggia. Era il 31 gennaio e i “satanelli” foggiani affrontavano i nerazzurri dell’Inter. Sulle rispettive panchine erano seduti don Oronzo Pugliese, vincitore del “Seminatore d’oro” (riconoscimento assegnato al miglior allenatore dell’anno), e Helenio Herrera, detto il “mago”. Quando dal tunnel degli spogliatoi cominciarono ad uscire i calciatori dell’Inter, dagli spalti si levarono i fischi assordanti degli spettatori; Helenio Herrera raggiunse a testa china la sua postazione in panchina, e i fischi cessarono solo quando il megafono finì di annunciare i nomi della formazione nerazzurra. Pochi metri più in là, in piedi davanti alla sua panchina, i pugni premuti sui fianchi, in giacca e cravatta, fiero, don Oronzo Pugliese sembrava il Duce.

Per farci un’idea più precisa delle squadre che stavano per affrontarsi quel giorno, ci basta scorrere velocemente le formazioni. L’Inter scendeva in campo con: Di Vincenzo, Burnich, Facchetti, Malatrasi, Guarnieri, Picchi, Domenghini, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso. Allenatore: Helenio, il “mago” Herrera. Il Foggia, invece, con: Moschioni, Valadè, Micelli, Bettoni, Rinaldi, Micheli, Favalli, Lanzotti, Nocera, Maioli, Patino. Allenatore: Oronzo Pugliese.

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L’Inter di quegli anni era considerata, ed effettivamente lo era, la squadra più forte del mondo. Gente come Mazzola, Suarez, Corso o Domenghini erano dei veri fuoriclasse; gente che decideva che il pallone sarebbe andato a finire lì, calciava, e il pallone andava a finire lì per davvero. Quegli undici ragazzi con i calzoncini e le magliette nerazzurre erano i campioni d’Italia, erano i campioni d’Europa (avevano vinto la Coppa dei Campioni battendo in finale il Real Madrid), e il 26 settembre del 1964, battendo gli argentini dell’Indipendiente, si erano aggiudicati la Coppa Intercontinentale e questo aveva fatto di loro i campioni del mondo. Poi, erano allenati da Helenio Herrera.
Il Foggia, invece, era al suo esordio nella serie A. Quante possibilità di vincere aveva Oronzo Pugliese di battere i campioni dell’Inter?

Oronzo Pugliese era nato a Turi, in provincia di Bari, un giorno dell’anno 1910, anzi 1913, forse 1916. Dopo un’infanzia di stenti (i Pugliese erano poverissimi) lasciò Turi e la sua famiglia e cominciò a guadagnarsi da vivere giocando a calcio. Erano gli anni del fascismo, e il giovane Oronzo cominciò la sua carriera di calciatore militando nel Benevento. Poi venne ingaggiato dal Frosinone. Ambizioso e determinato, cercò negli anni successivi di fare il salto di qualità. Voleva dimostrare a tutti costi il suo valore. Sostenne dei provini con Bari e Fiorentina, cercando così di approdare in serie A, ma non ottenne nessun ingaggio. Quindi passò dal Frosinone al Messina, poi dal Messina al Siracusa.

Forse per mancanza di talento, o forse per semplice sfortuna, la carriera da calciatore di Oronzo Pugliese non decollò mai e, forse, fu proprio per questo che quando gli venne proposto di allenare la Leonzio, miseranda squadra di Lentini, accettò con entusiasmo. A Lentini, gli dissero che la retribuzione sarebbe consistita in una cesta di arance siciliane, consegnata nelle sue mani, puntualmente, ogni ventisette del mese. Oronzo alzò le spalle e recitò uno dei proverbi che nel corso della sua carriera di allenatore avrebbe usato per consolare i suoi calciatori alla fine di ogni partita terminata con un pareggio. Chi si accontenta gode, disse. Del resto, era il 1939, soffiava vento di guerra, che cosa avrebbe potuto riservargli di meglio il futuro?

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Se come calciatore non si distinse mai, come allenatore Oronzo Pugliese non passò inosservato. Personaggio schietto e sincero, conservò sempre la semplicità delle sue origini contadine. Era impulsivo e focoso e dimostrò presto una grande capacità di caricare i suoi calciatori e di accattivarsi le simpatie del pubblico. Nel 1950, trascinò il Messina fino alla serie B. Nel 1956 portò la Reggina dalla quarta categoria alla serie C. Con il Siena, nel 1959, sfiorò la massima serie, la A, perdendo la partita di spareggio contro l’Ozo Mantova. Poi approdò a Foggia e compì una specie di miracolo: nel giro di tre stagioni, condusse la squadra pugliese dalla serie C alla serie A.

Gianni Brera disse di lui che era “un mimo furente di certe grottesche rappresentazioni di provincia”. Sulla panchina, Oronzo Pugliese si agitava, gesticolava, scuoteva la testa, sbracciava, urlava, si esibiva in brevi pantomime. Il modo più efficace che aveva per trasmettere il suo pensiero era il proverbio, tanto che a volte se li inventava (a San Siro, sullo 0 a 0, i calciatori del Milan erano nervosi e lui si voltò e disse a uno dei suoi assistenti: “Quando il pesce grosso non riesce a mangiare il pesce piccolo, va su tutte le furie”). La sua tattica di gioco era: “tu ti stai, io mi sto, tu me la chiedi, io non te la do”. Lo ripeteva sempre ai suoi “picciotti” (così chiamava i suoi calciatori, forse retaggio degli anni siciliani), durante gli allenamenti e negli spogliatoi.

Aveva l’abitudine di spiarli da sotto le porte delle camere d’albergo, in ritiro, la sera prima della partita. Una notte, non riuscendo ad addormentarsi, uno dei suoi “picciotti” era uscito alla ricerca di un giornale per riconciliare il sonno e lo aveva trovato disteso nel corridoio: “Che cosa fate, don Oronzo?”, gli chiese. Lui scattò in piedi e disse: “Stavo facendo un po’ di flessioni”. Era fatto così, don Oronzo Pugliese. Prima di ogni partita spargeva il sale accanto alla panchina e incaricava uno dei suoi assistenti di gettarne un po’ dietro alla porta degli avversari. Per scacciare il malocchio, diceva, da buon uomo del Sud.

oronzo-pugliese-cvm56d-wpIl 31 gennaio del 1965, fu forse il culmine della carriera da allenatore di Oronzo Pugliese. Lo stadio Zaccheria era gremito. Nonostante i prezzi maggiorati dei biglietti (un posto in tribuna numerata costava 7500 lire, in tribuna laterale 4500, in gradinata 1800…), sugli spalti erano riuniti 25000 spettatori. Il primo tempo finì senza reti, né per l’una né per l’altra squadra. I foggiani giocarono a un ritmo frenetico, con slancio e vitalità, attaccando sulle fasce, al centro, infilandosi in ogni varco che gli avversari gli concedevano. Sembravano indemoniati. Helenio Herrera, dritto davanti alla sua panchina, le mani nelle tasche, sembrava sereno, come se stesse aspettando alla fermata l’arrivo di un tram. Di tanto in tanto, faceva un passo avanti e urlava un “taca la bala” ai suoi uomini. Poi ritornava al suo posto.

Don Oronzo Pugliese, invece, agitava i pugni in aria e urlava suggerimenti ai suoi “picciotti”, i quali lo ascoltavano senza alcuna esitazione. L’unico episodio del primo tempo degno di menzione, avvenne allo scadere del quindicesimo minuto di gioco, quando Rinaldi, lo stopper del Foggia, mise a terra Mazzola e l’arbitro fischiò il calcio di punizione dal limite. Helenio Herrera fece due passi in avanti e si fermò sulla linea di bordocampo. Mariolino Corso si sistemò la palla e prese la rincorsa. Sullo stadio calò improvvisamente il silenzio. Il centrocampista nerazzurro si esibì in uno dei suoi numeri migliori: il diabolico tiro a “foglia morta”. I tifosi foggiani, dagli spalti, impallidirono. Il tiro, però, benché fosse preciso all’angolo, era lento e Moschioni, con un felino scatto di reni riuscì a respingerlo.

Don Oronzo Pugliese, dalla sua postazione, tirò un sospiro di sollievo. I tifosi applaudirono il portiere foggiano e Helenio Herrera fece due passi all’indietro e tornò davanti alla panchina ad aspettare il suo 15 barrato.
(Guardando alcune immagini di repertorio, ho notato che le panchine, ai tempi in cui si giocò quella partita, non erano i sedili anatomici e imbottiti come quelli montati oggi in ogni stadio. Erano invece delle vere e proprie panchine di legno, uguali in tutto e per tutto alle panchine che si possono vedere oggi nelle piazze o nei giardini pubblici di qualsiasi città).
Quando le squadre rientrarono in campo per il secondo tempo, Helenio Herrera era sorridente. I foggiani non potevano reggere ritmi di gioco così elevati. Erano sicuramente stanchi e avrebbero corso di meno, pensava forse il “mago”, e questo pensiero lo rasserenava.

E invece i foggiani sembravano essere “presi dai turchi”, era come se la terra sotto i piedi gli scottasse, correvano su e giù senza sosta per il campo, instancabili, pieni di energia, difendevano, impostavano il gioco, partivano in contropiede. Andarono in vantaggio al quarto minuto di gioco con Lanzotti, la mezzala, che respinse in rete una punizione di Maioli che si era schiantata sulla traversa, e cinque minuti dopo raddoppiarono con Nocera. Dagli spalti si alzò un boato. La folla era in visibilio. Don Oronzo Pugliese era incontenibile. Si girò verso uno dei suoi assistenti, indicò Helenio Herrera e disse: “Adesso voglio vedere se quello lì fa una delle sue magie”, e rise. “Guardalo. Se gli metti due buste della spesa accanto ai piedi, sembra mia nonna”.

E le magie di Helenio Herrera non tardarono ad arrivare. Furono in realtà mezze magie, come si rivelarono in seguito. I nerazzurri, come se si fossero all’improvviso accorti di indossare la maglia dei campioni del mondo, andarono in gol prima con Peirò e pareggiò poi con Suarez, che controllò un pallone indomabile e lo infilò nel sette ghiacciando lo Zaccheria. Don Oronzo Pugliese, seduto sulla panchina, cominciò a mordersi le nocche delle mani. Poi si tolse la giacca, allentò la cravatta, tirò sui gomiti le maniche della camicia e cominciò a correre come un forsennato sulla linea di bordocampo incitando il povero Patino, l’ala sinistra, a correre più velocemente. L’Inter, fiduciosa, si era sbilanciata in avanti, bisognava sfruttare il vuoto che avevano lasciato in difesa.

Maioli prese in mano il gioco del Foggia e al settantasettesimo vide Nocera con la coda dell’occhio, gli passò il pallone e Nocera tirò verso la porta avversaria con tutta la forza che gli rimaneva ancora nelle gambe. Non mirò un punto preciso, lui non era Corso né Suarez e tanto meno Mazzola. Guardò la porta, chiuse gli occhi, calciò e quando riaprì gli occhi e vide Di Vincenzo ruzzolare a terra e il pallone in rete per un istante pensò di essere finito dritto in un sogno.

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Finita la partita, i giornalisti presero d’assalto gli spogliatoi del Foggia. Oronzo Pugliese era sudatissimo, commosso e felice.
Il giornalista: “Quando Nocera ha segnato il gol del tre a due, l’arbitro l’ha ammonita. Perché?
O.P.: “Bisogna essere fatti di roccia per non sentirsi spinti a invadere il campo e abbracciare i miei ‘picciotti’”.
L’altro giornalista: “Don Oronzo, come ci si sente ad avere avuto la meglio sulla psicologia vincente del ‘mago’ Herrera?”
O.P: “La psicologia è roba da ricchi, la grinta è roba da poveri”.
Il giornalista: “Pensa di avere fatto una magia, oggi, battendo i campioni del mondo dell’Inter?
Oronzo Pugliese sorrise, frugò nelle tasche della giacca, in quelle dei calzoni, si guardò le mani e tornò a sorridere. “La bacchetta magica l’ho dimenticata a casa”, disse.

Nella storia del calcio italiano a sole due squadre è stato attribuito l’aggettivo “grande”: il “grande Torino” e la “grande Inter”. Il Foggia di don Oronzo Pugliese, un pomeriggio grigio e sciroccoso di una domenica di fine gennaio, riuscì nell’impresa di battere la “grande Inter”, l’Inter di Helenio Herrera.
Da quel giorno, il calcio italiano ebbe un altro “mago”, un “mago dei poveri”: Oronzo Pugliese, il “mago di Turi”.


testo di Emilio Sola da www.storie.it