D.D.R.: il regime del calcio

Il calcio dall’altra parte del muro, ovvero storia del pallone nella Germania Orientale, che conobbe negli anni 70 i suoi momenti di massimo splendore…

Le braccia al cielo di Jürgen Sparwasser, lo sguardo impietrito di Sepp Maier e Berti Vogts, il pallone placidamente appoggiato in fondo alla rete; un’immagine che racchiude in sé il meglio della parabola calcistica della Repubblica Democratica Tedesca, giunta al suo apice proprio in quella sera del 22 giugno, Volksparkstadion di Amburgo, Mondiale 1974, Germania Ovest – Germania Est 0-1. Una vittoria che, considerato anche il successo del Magdeburgo poche settimane prima in Coppa delle Coppe (sconfisse 2-0 il Milan in finale, primo club della Germania Orientale a vincere una competizione europea), proiettava la DDR verso un grande futuro, che non sarebbe arrivato mai…

Fortissima a livello giovanile, con tre Europei juniores e quattro medaglie olimpiche vinte (un oro a Montreal 76, un argento a Mosca 80, e due bronzi, rispettivamente a Tokyo 64 e Monaco 72), la nazionale tedesca dell’est era tanto temibile in un singolo incontro (tra le sue vittime illustri la Cecoslovacchia di Masopust vice campione del mondo nel ’62, l’Olanda di Cruijff, la Francia di Platini, oltre ovviamente alla Germania Ovest di Beckenbauer) quanto incapace di raggiungere una minima continuità a livello di risultati, come facilmente rilevabile dalle partecipazioni ai campionati mondiali, una, e a quelli europei, zero.

Il suo traguardo, come scrive il giornalista Hesse-Lichtenberger, “è sempre stato un punto oltre”. Per l’Euro ’76 sarebbe stata sufficiente una vittoria del doppio confronto con la cenerentola Islanda, e arrivarono un pareggio e una sconfitta; quattro anni più tardi si fece rimontare due reti di vantaggio nell’incontro, rivelatosi poi decisivo, con l’Olanda post-Calcio Totale (unico superstite Ruud Krol) di Kees Kist, Renè Van de Kerkhof e Simon Tahamata; nell’88 perse invece il posto a favore dell’URSS grazie ad una paperona dell’estremo difensore Müller su tiro di Alejnikov a dieci minuti dalla fine dello scontro diretto.

Non che a livello di club le cose andassero meglio, e benché contro squadre della DDR siano cadute Juventus, Inter, Milan, Roma, Valencia, Porto, Benfica, Barcellona e altre società di blasone, il bilancio conclusivo è di sole tre finali raggiunte, tutte per giunta nella manifestazione europea meno competitiva (la Coppa delle Coppe),e una sola vittoria (il già citato Magdeburgo, mentre persero Carl Zeiss Jena e Lokomotive Lipsia). Non c’erano squadre che giocassero un bel calcio: molto era basato sul fisico, sulla condizione atletica (a volte potenziata da qualche “aiutino” chimico), sullo spirito di gruppo. Banalizzando, si potrebbe parlare di calcio in cui le individualità venivano sacrificate a favore del collettivo, ma sarebbe una lettura parziale. In realtà nella DDR il calcio finì schiacciato da una visione dello sport quale elemento strumentale alla politica, soffocato da un apparato organizzativo iper-burocratico, e stritolato da una serie di spinte centrifughe in seno al partito che finirono per creare quello che a più riprese è stato definito il grande paradosso del pallone nella Germania Est.

Il Magdeburgo con la Coppa delle Coppe 1974

Il Magdeburgo con la Coppa delle Coppe 1974

A livello globale il Sozialistischen Einheitspartei Deutschlands (SED, Partito Socialista Unificato Tedesco) non aveva una grande opinione del calcio, preferendo privilegiare quelle discipline sportive che avrebbero portato al paese ori olimpici e successi in campo internazionale; posizionato al quattordicesimo posto nella lista degli sport sovvenzionati dallo stato, il calcio evitò di fare la fine dell’hockey, cui vennero improvvisamente tagliati i fondi provocando il rapido fallimento di sei club di Prima Divisione su otto, solamente per il suo carattere fortemente popolare.

Al suo interno si muovevano personaggi con idee e metodi organizzativi agli antipodi, che andavano da una concezione dello sport alquanto simile a quella della Germania nazista (sport come momento di educazione sociale e patriottica nonché elemento di diffusione nel mondo dell’ideologia di regime, atleti che gareggiavano per la causa del popolo tedesco, sconfitta percepita come onta nazionale) promossa dal presidente della Federazione Manfred Ewald, ad una più concretamente “privatista”, con squadre quali l’Hansa Rostock e la Dinamo Berlino (capeggiate rispettivamente dal numero uno del sindacato Harry Tisch e dal capo della Stasi Erich Mielke) gestite come vere e proprie società private, tanto che lo stesso Ewald non esitò a definirle “corti medievali con principi e giullari”. Politica, burocrazia, lotte di potere; in sottofondo, quasi sotterrato, il calcio.

Il primo campionato in assoluto della DDR (il cui logo calcistico era una corona di spighe comprendente un martello e un compasso, “segno di felicità sui campi”, come recitava una vecchia canzone della Germania Orientale) si disputò nel 1948 e venne vinto dall’SG Planitz, il futuro BSG Sachsenring Zwickau, la squadra in cui spese tutta la propria carriera Jürgen Croy, il miglior portiere della DDR di sempre e uno dei rari giocatori ad aver vestito con grande continuità la maglia della nazionale pur non appartenendo a nessun club d’elite; due anni dopo arrivò il primo campionato nazionale, la Oberliga.

La prima novità fu lo scioglimento dei vecchi club tedeschi, considerati borghesi, e la loro ristrutturazione in società polisportive con ragione sociale legata ad aziende e altri enti pubblici; niente Borussia quindi, bensì Lokomotive (ferrovie nazionali), Chemie (industria chimica), Aufbau (industria edilizia), Stahl (industria metallurgica), Wismut (miniera), eccetera. Ma la longa manus dei dirigenti andò ben oltre, con fusioni e ricostruzioni arbitrarie dettate da un criterio di puro interesse personale.

Nel 1954, ad esempio, l’Empor Lauter si trovò piuttosto sorprendentemente al comando dell’Oberliga. Un bel risultato, considerando che la squadra proveniva da un villaggio di montagna di soli 8mila abitanti situato nei pressi del confine cecoslovacco, e una bella storia di calcio, alla quale decise di mettere arbitrariamente fine il già citato presidente del Rostock Harry Tisch, che decretò il trasferimento in blocco dell’intera compagine nella sua squadra, ribattezzata per l’occasione Empor Rostock. I giocatori vennero caricati su un treno alle cinque di mattina, per evitare eventuali moti di ribellione da parte della gente del luogo, e condotti in città. Ma furono avvistati comunque, e fu necessario l’intervento ella polizia per disperdere i tifosi che tempestavano le carrozze di pugni. Tempo dopo il club assunse il nome di Hansa Rostock.

Il Vorwärts Berlin, negli anni sessanta si aggiudica quattro volte l’Oberliga

Lo stesso accadde a Dresda, dove la Volkspolizei (polizia del popolo), conosciuta in seguito come Dinamo Dresda, venne creata da una selezione dei migliori elementi di sette club locali, tra cui il defunto SG Friedrichstadt di Helmut Schön. Ma la politica del “tagli e cuci” voluta da Ewald e soci non produsse gli effetti sperati, leggi l’innalzamento qualitativo del livello di gioco. I giocatori, trattati come burattini erano sballottati da un posto all’altro in una sorta di fanta-calcio ante litteram, accettavano passivamente le decisioni per mancanza di alternative, anche se alcuni si ribellarono (l’icona del Friedrichstatd Richard Hoffmann, escluso anni prima dalla nazionale per aver prestato il proprio volto ad una ditta che pubblicizzava sigarette, rifiutò di coprirsi di ridicolo trasferendosi alla BSG Tabak Dresda, legata ad un’azienda di sigari, annunciando il proprio ritiro) o addirittura fuggirono dal paese.

A volte i risultati della Oberliga sprofondavano nel grottesco; nel 1964 la città di Lipsia si trovò con due squadre in Prima Divisione, Lokomotive e Rotation, una situazione che fece meditare al partito l’idea di creare una nuova società che raccogliesse il meglio dei due club. Nacquero così l’SG Lipsia, antenata di quella Lokomotive finalista in Coppa Coppe e candidata numero uno alla vittoria finale, e il BSG Chemie Lipsia, raccolta di scarti, vecchie glorie e onesti mestieranti del pallone. In effetti il titolo nazionale quellanno prese proprio la via di Lipsia, ma al primo posto ci finì, presumibilmente tra lo sconforto generale dei vertici, il BSG, con il Lokomotive al terzo posto e la Dinamo Berlino addirittura all’ottavo…

Nel 1966 Ewald decise di cambiare rotta, sviluppando un progetto che porterà alla creazione di undici società esclusivamente calcistiche, svincolate dalla logica della polisportiva, in cui sarebbero stati raggruppati i migliori calciatori del paese, i più talentuosi dei quali avrebbero poi costituito l’ossatura della nazionale. Fu il preludio al periodo più fulgido nella storia del calcio della DDR, sia a livello di club che di nazionale, con l’ascesa di club quali la Dinamo Dresda di Hans Jürgen Dörner, Klaus Sammer (papà di Matthias) e Dieter Rieder, e il Magdeburgo di Jürgen Sparwasser, Martin Hoffmann, Jürgen Pommerenke e (successivamente) Joachin Streich, il miglior marcatore di tutti i tempi della Oberliga nonché il recordman di presenze (102) e reti (55) in nazionale. Dal 1970 al 1978, cinque scudetti per la Dinamo Dresda e tre per il Magdeburgo, con Erich Mielke della Dinamo Berlino a rodersi il fegato per i deludenti risultati dei suoi protetti.

Un altro duro colpo per il capo della Stasi, la principale organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania Est, arrivò sul finire degli anni Settanta, quando il giocatore della Dinamo Berlino Lutz Eigendorf non rientrò nell’albergo dove era alloggiata la squadra dopo un’amichevole disputata a Kaiserslautern. A nulla erano serviti gli IM (Informelle Mitarbeiter, collaboratori informali), ovvero le spie disseminate dalla Stasi in tutti i principali club calcistici a partire dagli anni Settanta per prevenire eventuali fughe di giocatori una volta giunti a contatto con il mondo capitalistico. Fughe in realtà abbastanza rare, perché anche nella DDR quello di calciatore era uno status piuttosto privilegiato, e il tenore di vita abbastanza buono, almeno se paragonato a quello della popolazione.

Tornando al “traditore” Eigendorf (“non giocherà mai nella Bundesliga” fu la dichiarazione di un Mielke schiumante rabbia), venne messo sotto contratto prima dal Kaiserlautern e poi dal Braunschweig, collezionando 61 partite prima di morire in un incidente d’auto il 5 marzo 1983. Guida in stato di ubriachezza, fu il referto del medico, e l’indagine fu chiusa. Dopo la caduta del Muro però un regista tedesco scoprì tra i file di archivio della Stasi che 50 agenti segreti avevano seguito Eigendorf ad ogni suo passo mosso in Germania Ovest. Il caso non venne riaperto, ma i dubbi permangono.

Jurgen Sparwasser e Berti Vogts a Monaco 74

Jurgen Sparwasser e Berti Vogts a Monaco 74

Sul finire degli anni Settanta Erich Mielke si stancò di vedere la propria squadra perdere ed iniziò a tessere la sua trama, conscio di godere di una libertà di movimento pressoché illimitata. Per il calcio della DDR fu la fine. I trasferimenti dei giocatori si fecero “unidirezionali”, nel senso che ogni talento prendeva la strada di Berlino, casa della Dinamo. Poi arrivarono gli arbitri; ogni giacchetta nera era ben conscia che la sua carriera, in campo nazionale come in quello internazionale, dipendeva da una commissione che faceva capo a Mister Stasi, e così anche i fischi si fecero “unidirezionali”. Rigori assegnati al momento giusto, reti annullate, cartellini mostrati a comando (non ricorda una recente storia sentita anche in Italia?).

Dal 1979 al 1988 la Dinamo Berlino vinse dieci titoli consecutivi, diventando la squadra più odiata dell’intera Germania Est e riducendo pressoché a zero la credibilità della Oberliga, campionato di anno in anno sempre più squallido e sempre meno seguito (la stessa Dinamo Berlino passò da una media spettatori di 15mila, a inizio anni Ottanta, ai 9mila dei primi anni Novanta), anche a causa di impianti sportivi fatiscenti e privi delle più elementari misure di sicurezza.

Ma la fine era ormai prossima, e a deciderlo non furono certo né Mielke, né Ewald, né qualche altro tirapiedi di regime, bensì un membro del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) chiamato Mikhail Sergeevic Gorbacëv. Cade il Muro di Berlino, si riunificano le due Germanie, si uniscono anche i loro campionati, Bundesliga e Oberliga. Le ultime edizioni di quest’ultima sono firmate dalla Dinamo Dresda di Ulf Kirsten, che spezza il potere decennale dell’omonimo club di Berlino, e dall’Hansa Rostock, l’ultima squadra campione della DDR. Poi la fusione e l’inizio, per le squadre dell’Est, di un duro confronto con una nuova realtà; strutture all’avanguardia, finanze solide, un calcio sempre più orientato al business.

Il risultato è l’esodo di tutti i migliori giocatori (Andreas Thom, Matthias Sammer, Ulf Kirsten, Thomas Doll) nelle più facoltose squadre dell’Ovest, nonché la progressiva retrocessione nelle leghe regionali di gran parte dei club di blasone, spesso sotterrati dai debiti (l’unica eccezione fu il Chemnitz, ex Karl Marx Stadt, che grazie al denaro di qualche facoltoso americano poté permettersi di non cedere nessuno). Il 12 settembre 1990 la nazionale della DDR disputa il suo ultimo incontro, vincendo 2-0 a Bruxelles contro il Belgio (doppietta di Sammer). Poi si chiudono i battenti e si apre una nuova era, che consegna il vecchio calcio della DDR all’oblio…

di Alec Cordolcini