SIMON KUPER
Ajax, la squadra del ghetto

Calcio, Shoah, antisemitismo e la leggenda di «Cruijff ebreo». In un libro le contraddizioni e l’orgoglio di un club mitico


Lo scorso gennaio uno dei soci onorari dell’ Ajax chiese ai tifosi di non esporre più la bandiera di Israele o la stella di David insieme agli striscioni. «L’ostentazione di essere un club ebreo è pericolosa e dolorosa e ci riporta indietro all’ Olocausto». Chiunque abbia visto una partita dell’Ajax dal vivo, in effetti, non può non restarne colpito: in un mondo, quello degli stadi, in cui è piuttosto l’antisemitismo a farla da padrone, quella tradizione dei tifosi olandesi non poteva non incuriosire.

Per spiegare questa e altre stranezze Simon Kuper, un giornalista olandese di 36 anni laureato in Storia a Oxford e che oggi vive a Parigi, ha scritto un bel libro che è appena uscito in Italia: Ajax, la squadra del ghetto. Il calcio e la Shoah, in cui intreccia argomenti in teoria difficili da accostare. E lo fa senza fare sconti a nessuno, in particolare ai suoi connazionali olandesi. Il punto di partenza del libro, infatti, è una confutazione del mito dell’ Olanda come Paese tutto sommato tollerante nei confronti degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. La cosa curiosa è che Kuper racconta tutto questo andando a spulciare i verbali delle riunioni dei club sportivi olandesi, per verificare cosa successe veramente quando gli occupanti nazisti imposero l’ allontanamento degli ebrei dalle società.
Risposta: si adeguarono, obbedienti. Lo stesso fece l’Ajax, squadra molto amata dagli abitanti di Amsterdam, ebrei e no. E benché l’ ottantenne archivista della squadra spieghi che «agli ebrei piacevano le cose belle, così andavano a vedere l’ Ajax», lo stadio in cui giocava era il punto d’incontro tra ebrei e gentili, anche in anni di antisemitismo montante. Ma, racconta Kuper, nonostante la fama di squadra amata dagli ebrei (cosa non più vera che per le altre squadre della città), il suo atteggiamento verso gli ebrei fu uguale a quello delle altre associazioni sportive del Paese: «Come qualsiasi altra istituzione olandese si contraddistinse per l’ ambiguità e la codardia, e si continuò a inseguire un pallone qualunque cosa accadesse».
L’ambiguità dell’Ajax fu oltremodo sottile: i soci ebrei furono espulsi nel 1941, ma poi il club fece molto per aiutarli quando si trovarono in difficoltà. Aiutati dal fatto «di appartenere a una società calcistica a maggioranza non ebrea». Resta quindi la domanda: perché l’Ajax è considerata una società ebrea al punto che i suoi tifosi esponevano la bandiera di Israele? La risposta è nascosta nella storia dell’Ajax del dopoguerra. I primi a investire denaro nel club furono due fratelli, Freek e Wim van der Meijden, costruttori edili diventati ricchi lavorando per gli invasori tedeschi. Visto il loro passato, il club non consentì loro di diventare soci, ma loro non si offesero. Anche perché il loro principale alleato fu un certo Jaap van Praag, antico socio del club che aveva trascorso gli ultimi due anni e mezzo della guerra «nascondendosi sopra un negozio di fotografia di Amsterdam. Poiché il negoziante non sapeva di lui, doveva trascorrere le ore di apertura del negozio seduto immobile su una sedia».
Insomma, furono l’ ebreo van Praag (nel frattempo diventato ricchissimo) e i collaborazionisti soprannominati «fratelli Bunker» a creare il mito dell’ Ajax. Rafforzato poi da massicci investimenti di altri ebrei in una squadra i cui calciatori erano considerati ebrei, anche se non lo erano. Cruijff, per esempio: essendo figlio di un commerciante morto giovane e un ottimo uomo d’ affari con qualche parentela ebrea acquisita dalla moglie, per tutti gli ebrei di Amsterdam è ebreo anche se non è vero. Le identificazioni forti si costruiscono anche così.

di Tommaso Pellizzari

Ajax 1943

Simon Kuper
Ajax, la squadra del ghetto
Isbn Edizioni,
pp. 254