SHEARER Alan: vita da Premier

Corre strano. Sembra che zoppichi: curvo, tirato, storto. Però va, come se avesse i paraocchi, dritto verso il traguardo: due pali, una traversa, la rete dietro. Quando fai l’attaccante te ne freghi del resto, casa tua sono sedici metri messi al contrario perché cominciano nell’infinito e finiscono con una porta. Gli altri hanno il campo d’avanti, tu no. Devi guardare là, devi mordere e andare. Se qualcuno si mette in mezzo, peggio per lui. Il traguardo si deve gonfiare, tu vuoi sentire il fruscio sordo dell’adrenalina e il boato assordante di uno stadio che gode.

Dopo c’è sempre un braccio alzato, anche quello poco elegante. Un’esultanza anni Trenta, vecchia, passata, desueta. Ma non c’è alternativa per Alan Shearer, non ci sarà. Lui respira solo se butta dentro a ogni partita, se sente il difensore accanto che non lo prende e il pallone che viaggia sul campo fino a fermarsi dentro la porta.

Per un centravanti la palla è come la pillola per un ipocondriaco: lo fa sentire meglio, lo fa sentire forte, tranquillo, sereno. Non ci sono compagni affidabili, allenatori bravi, difensori scarsi, l’unica salvezza, l’unico amico, l’unica certezza nella vita è il gol. Allora il pallone è fondamentale. E’ un polmone e un rene. Anche il cuore. Chi gioca davanti, al centro dell’attacco, chi aspetta tutta la partita per un solo momento, chi bruca l’erba del campo perché lo mettono giù sempre, se ne fotte della squadra. Ragazzi qui si gioca per segnare, non per vincere. Quello è solo un dettaglio.

Qual è il job nel calcio? Fare gol. Sempre e comunque. E se gli altri ne fanno uno in più, allora sono più bravi. Pazienza. Shearer è stato uno di questi. Poi quellandatura da ronzino che non si può guardare. Lo vedi e sembra un dilettante. Poi ti frega: tiro, gol; tiro, gol; tiro, gol. Nessuno come lui, nessuno più di lui. Nel calcio degli inventori Alan è il più forte di sempre. Non regge Stanley Matthews, né Bobby Moore, né Gordon Banks, né Bobby Charlton, né Geoff Hurst. Trecentosetantanove gol in carriera. Duecentosei nel Newcastle.

Questa è una storia difficile da raccontare senza farsi venire la pelle d’oca. Perché uno che segna più di duecento gol nella squadra della sua città, la squadra per cui tifava il nonno, il padre e lui, è un caso unico. E’ un sogno. Come Alan avrebbero voluto fare tanti. C’è riuscito lui che è partito con l’handicap. Perché nessuno si era accorto che a Newcastle-Upon-Tyne c’era uno che si mangiava gli avversari.

Alan era figlio di Alan. Stesso nome, per non perdere la tradizione di famiglia. Negli operai d’Inghilterra si usava così negli anni Settanta: si scimmiottavano i nobili, un po’ per sfregio, un po’ per invidia. Allora il signor Shearer, che lavorava tutto il giorno in una fonderia, lo fece prima con l’anagrafe, poi con lo sport: “Figlio mio lascia perdere il pallone, guarda i ragazzi ricchi giocano a golf”. Alan andò al mercato delle pulci e si comprò un paio di mazze. Per giocare si infilava nei club verso l’orario di chiusura e provava un paio di buche. Buono.

Poi tornava e raccontava ad Alan senior. Casa era a Gosforth, il quartiere povero di Newcastle: un appartamento di sessanta metri nella muraglia dell’edilizia popolare. E’ la che ha imparato a correre strano, Alan. Veloce. Solo che nel golf la velocità delle gambe non serve, dev’essere nel cervello. Nel calcio inglese, invece, va bene. Allora addio mazze, buche e palline e via il pallone grande, numero 5, di cuoio. Siccome il padre non era d’accordo fecero una scommessa: una sterlina se il figlio riusciva a segnare in una partita del campionato scolastico. In tre minuti Alan junior ne fece tre e invece di tornare a centrocampo, deviò verso il bordo dove c’era il padre per incassare la vincita.

Dopo la scuola andò al Wallasend Boys Club. Era un circolo ricreativo che aveva una squadra di calcio giovanile. All’epoca l’idolo di Alan era un giocatore diverso da lui: Peter Beardsley, un trottolino mezzo attaccante e mezzo centrocampista, che segnava poco e faceva segnare tanto. Nella stessa squadra giocava Kevin Keegan, così il sabato Alan andava allo stadio per tifare Newcastle e si metteva in coda all’uscita dello stadio per un autografo. La mattina dopo giocava.

In tre campionati 150 gol, più o meno, una cinquantina a stagione. Ce l’avevano là a Newcastle, invece arrivò Jack Hixon, un osservatore del Southampton. Aspettò la fine di una partita, poi prese il ragazzo, lo fece salire in macchina e lo accompagnò a Gosforth. Si sedettero a un tavolo con Alan il grande e firmarono un precontratto da semiprofessionista. Shearer si trasferì sulla Manica a 15 anni per giocare con le giovanili e guardare i grandi.

In prima squadra il centravanti era Paul Rideout, uno molto più bello in campo di Alan, uno elegante, pulito, con la corsa ordinata e precisa. Però non un centravanti vero. Poche palle. Aveva giocato anche in Italia, a Bari. Meglio di molti altri, ma non un granché. Quando arrivò a Southampton lo misero a fare da educatore ad Alan. Era il 1990 e il ragazzino a 20 anni era già più forte. Aveva esordito due stagioni prima, a Londra, contro il Chelsea. Pochi minuti in una sconfitta per uno a zero. Due settimane dopo il centravanti titolare si fece male, allora il mister un giovedì chiamò Alan e gli disse che sarebbe partito dal primo minuto. Contro l’Arsenal, il 9 aprile 1988. Tre gol.

Ecco perché è diverso dagli altri. Ecco perché Shearer è un attaccante vero, che mangia, beve e gioca solo per segnare. A 18 anni o sei così o non fai tre gol alla prima partita da titolare. Se sei Rideout non li fai neanche a trentotto anni. Invece Alan da quel momento non ha smesso più. Da giovane, da vecchio, di destro, di sinistro, di testa, di ginocchio, di petto, di culo. Il gol non è sempre un gesto tecnico, non è sempre un pezzo di bravura. E’ un’attitudine, un modo di vivere, prima che un modo di giocare.

Ci sono giocatori bravi che non segnano mai e brocchi che segnano spesso. Poi ci sono fenomeni che lo fanno con una tale costanza da non poter essere altro che campioni. Shearer appartiene a loro. A una casta di pochi eletti. Ché non ce ne sono tanti così e non sempre sono portati in gloria. Anche nel calcio l’immagine è tutto, e allora uno che corre strano, gobbo, tirato, curvo, storto non è il testimonial perfetto. Però sottobanco è quello che vogliono tutti, brutto ed efficace. Per Alan mezza Europa s’è scannata in trattative lunghe e piene di clausole. E’ sempre rimasto in Inghilterra perché non sarebbe quello che è in un altro posto.

Ogni volta che parla Shearer fa una dichiarazione d’amore al suo paese. Si identifica nello stereotipo. Da solo, perché gli piace. E gli inglesi che hanno tutta una serie di punti di riferimento senza i quali si sentirebbero persi, hanno scelto lui come pertica del football. L’hanno santificato: “Un carattere incontaminabile, saldo come le scogliere di Dover di fronte al mare in burrasca e al sole cocente; un valore morale e patriottico da pilota della Royal Air Force, una certezza come il tè alle cinque e la pinta di birra il venerdì sera”.

Lui gradisce perché così lo è davvero: pieno di orgoglio. Per dirlo ha sempre usato il braccio alzato stile anni Trenta che è il marchio di ogni gol, a cominciare da quello segnato a Wembley nel febbraio del 1992, all’esordio con la maglia della nazionale Under 21. L’uno a zero contro la Francia. Perché Alan l’inglese puro doveva farlo contro il nemico eterno del suo paese.

Quella stagione fu anche l’ultima al Sud. A settembre tornò al Nord. Lo voleva il Manchester United, ma scelse di andare al Blackburn. Non è che lo decise proprio lui, veramente. Solo che l’offerta del presidente Jack Walker era impossibile da rifiutare: quasi quattro milioni di sterline al Southampton e 300 mila sterline a campionato per il giocatore. Capirai, per Walker erano spiccioli, visto che aveva appena incassato 300 milioni di pounds dalla vendita delle sue acciaierie. Così era andato a fare la spesa in giro per l’Inghilterra: Shearer sulla Manica e Chris Sutton a Norwich per cinque milioni di sterline.

A ricevere il dono fu l’allenatore Kenny Dalglish, che doveva mettere in piedi una squadra di lusso per un club senza storia, tornato in Premier league dopo 26 anni di campionati di secondo e terzo piano. Alan fece il suo dovere. Sedici gol in 21 partite il primo anno, 31 in 40 il secondo, 34 in 42 il terzo. Quello della vittoria. Tutte le pillole di Shearer nel 1995 portarono il Blackburn a vincere il campionato dopo 81 anni. E’ anche l’unico trofeo della carriera del centravanti. Perché alla fine del 1996, dopo altri 31 gol con la maglia dei Rovers, cambiò.

Lo prese il Newcastle. La squadra della sua città. Quindici milioni di sterline, al cambio di allora 36 miliardi. Sapeva che non avrebbe vinto più nulla, Alan. Non gli è importato. Newcastle era troppo bella: “Non me ne andrò mai più. La mia vita è qui”. Romantico. A 27 anni poteva scegliere la carriera e la gloria. Lo voleva anche l’Avvocato Agnelli a Torino: “Se gli piacciono le maglie bianconere del Newcastle, la Juventus le ha ancora più belle”.

Per alcuni giocatori non contano le coppe, i successi, i premi. Gli bastano i gol e se li segnano a casa loro, dove sono nati e cresciuti, nello stadio dove una volta andavano da tifosi sognando di giocarci almeno una volta, sono ancora più contenti. Non tutti tifano per chi può vincere. Si può anche impazzire per una squadra che retrocede e gioca in B. Forse in Italia non si può capire, visto che gli stadi sono vuoti sempre, visto che a Siracusa trovi più tifosi della Juve che di una squadra siciliana. In Inghilterra non è così: in campionato gli stadi sono pieni anche in serie C.

Newcastle è il calcio come dovrebbe essere. E’ una muraglia di maglie bianconere, comprate per finanziare il club e per sentirsi partecipi. Poi è un coro costante e continuo che non finisce neanche quando si perde. Qualunque persona di Newcastle conosce a memoria la formazione della squadra. E tutti amano Alan, of course. Anche in chiesa. A Saint Andrews, dove dice messa il pastore Glyn Evans. Ogni week-end, durante le funzioni, il reverendo ha chiesto ai fedeli di seguirlo in alcune preghiere senza preoccuparsi troppo del significato.

Ha cominciato così, qualche anno fa: To Bob be the glory (sia gloria a Bob), scandito in un brano che in realtà doveva essere To God be the glory. Rev. Evans è un tifoso del Newcastle, uno che in onore della squadra ha dato al figlio il secondo nome di Ossie, perché era quello di Ardiles che aveva giocato negli anni Settanta nei Megpies. Bob, invece, era Robson, l’allenatore del Newcastle di inizio anni Duemila. La canzoncina era una richiesta d’aiuto divino per Sir Bob. Robson non c’è più, ma c’è Alan e un appoggio lo merita anche lui. A Saint Andrews la folla dei fedeli prega sempre per la sua anima e per il suo piede appena il pastore Evans lo ordina: ”Score Shearer score”.

Allora segnare al Saint James’ Park non è come segnare in un altro stadio. Lì ci sono ogni match 53 mila persone, in una città che ha 250 mila abitanti. Di questi 52 mila sono abbonati, gli altri mille posti sono di biglietti solo perché la Football association pretende che ci sia diritto anche per gli ospiti di entrare allo stadio. Cinquantaduemila abbonati significa anche che un quinto della città in quel momento è allo stadio. Nel mondo non c’è niente di simile, neanche al Manchester United che millanta l’ultra-passione dei tifosi succede una cosa del genere. Eppure i Red Devils vincono, i Megpies no.

Shearer se ne frega anche di questo. Newcastle l’ha riscelta anche perché è l’Inghilterra oltre Londra. E’ il Vallo di Adriano, è la barriera contro gli scozzesi, è il freddo gelido, è la pioggerellina, è il porto da dove partivano le navi che esportavano carbone, è una serie di pub infinita che nel weekend non chiudono mai. E’ chiusa tra il Tyne e il Wear e forse per questo piace a gente come Alan, che si muove nei confini, vuole punti di riferimento: righe per terra, dischetti, pali, traverse e reti.

Non ha avuto nemici a Newcastle, Shearer. L’unico l’ha avuto in passato, poco dopo essere tornato da Blackburn. Era Ruud Gullit che arrivò sulla foce del Tyne come allenatore dopo l’esperienza del Chelsea. Furono mesi difficili. Di lotte e sgarri: “Alan è ingombrante. Non vuole correre, non vuole lavorare”. Nessuno gli diede retta. Non si può picconare così un mito, non quando una città e una squadra l’hanno riconquistato dopo esserselo fatto sfuggire come dei cretini.

Allora Gullit fu costretto ad andarsene, a mollare l’avventura. Alan è rimasto nonostante le tentazioni e le richieste di mille presidenti d’Europa, compreso Massimo Moratti. Per tenerselo stretto gli inglesi hanno messo qualche carico da novanta. Non era necessario perché bastava chiedere a lui: “Non lascerò mai più questa città”.

Shearer ha iniziato a fare vice-manager del Newcastle, continuando a giocare sempre in attacco, al centro, con la porta di fronte e il resto alle spalle. Quando il Newcastle ha esonerato Souness, ha chiamato un mister e gli ha affiancato Alan. Era subito dopo il gol numero duecento con la maglia bianconera. Il gol del record, della storia, della leggenda, del mito. Nessuno prima d’ora ha fatto tanto con una sola squadra, nessuno probabilmente ci riuscirà con la sua squadra. Shearer ce l’ha fatta: gol, gol, gol, gol, gol. Quel giorno ha pregato per lui l’intera chiesa di Saint Andrews, il reverendo Evans e i fedeli: score Shearer score. Alla fine, i sorrisi, i flash, le interviste. Non c’è bisogno di essere eleganti per essere i più forti.

di Beppe Di Corrado – ilfoglio.it