Buticchi: la saga triste dell’ex patron del Milan

Una vita passata tra polemiche, discussioni, belle donne, uomini in pantaloncini corti da comprare e da vendere, casinò e roulette, pozzi petroliferi e yacht da favola, e vent’anni terribili di cecità dopo un tentativo di suicidio.


Presidente dal ’72 al ’75, quando rilevò la squadra da Sordillo, Buticchi seppe portare il Milan alla conquista della Coppa delle Coppe contro il Leeds. Gli anni che seguirono non furono così felici alla guida della società rossonera. Si ricordi per questo anche lo scudetto perso nella Fatal Verona. In seguito vennero gli scontri e le divergenze con Gianni Rivera che lo portarono all’abbandono della Presidenza. Negli anni che seguirono, Buticchi, in preda a forti depressioni, tentò due volte il suicidio rimanendo cieco. Abbandonato dai figli, morì in solitudine nel 2003.

Nato a Cadimare, sobborgo della Spezia sulla strada che conduce a Porto Venere il 21 maggio 1926, il giovane Albino, figlio con sei fratelli di un carrozziere e di una lattaia, si distingue subito per vivacità, senso dell’azzardo e un’idea dominante: fare tanti soldi anche se la biografia parla di un passaggio nella Resistenza, d’una deportazione in Germania e d’una rapida apparizione negli Stati Uniti. Il primo affare è una fornitura di calzettoni militari rimediata in modo disinvolto su una nave da guerra.

Poi c’e’ l’esperienza controversa nella legione straniera fino a quando il suo intuito lo porta verso il carburante. L’Italia della ricostruzione e del boom ha bisogno di nafta e lui, da buon spezzino, la trasporta via mare. Il mercato e la sua abilita’ lo fanno crescere: acquista le prime pompe, crescono gli affari e poi, a cavallo tra gli anni 60 e 70, diventa responsabile della BP nel Nord Italia: dopo Moratti e’ fra i petrolieri piu’ importanti. Dal primo matrimonio, con Maria Luisa Frunzo, ha due figli: Nadia e Marco, ex assessore a Lerici ma soprattutto apprezzato scrittore.

Durante la movimentata relazione con Ivana Ferri nascono invece tre figli ma lui ne riconosce soltanto uno, Alfredo, 28 anni. In piu’ fra i due nasce una bagarre giudiziaria al limite dell’assurdo: lei lo accusa d’averla fatta sterilizzare a sua insaputa durante un altro intervento. Denunce, controdenunce: non ne esce nulla. Molti guai ma anche molta fortuna. Eleganti appartamenti, uno yacht, il Cadamà, per ricordare il suo paese natale Cadimare, le scorribande negli autodromi: con l’Alfa Romeo avrebbe potuto essere un grande pilota di Formula Uno.
Ma affari e pista non si conciliano per suo disappunto. Lenisce la sua frustrazione nel 1972, coltivando ambiziosamente una sua altra grande passione: il calcio. Dove viene introdotto nell’ambiente da Gianni Rivera che lo porta direttamente in Via Turati, sede del Milan.

Buticchi assieme a Nereo Rocco

Buticchi assieme a Nereo Rocco

La denominazione con la quale venne ammesso in società era «ufficiale pagatore» e gli fu concessa la carica di vicepresidente. Lo guardavano storto, quel signore venuto dalla provincia che maneggiava i soldi del petrolio e non frequentava i salotti belli di Milano. Lo guardavano storto e non gli facevano mettere becco negli affari del pallone, fino a che lui non si spazientì e disse, sempre a voce alta, perché Buticchi era uno che non amava il tono minore: «Se ci metto i soldi, voglio essere io a decidere».

E così s’impossessò della poltrona di presidente, ne scalzò Federico Sordillo e iniziò a muoversi in un universo che non conosceva per nulla. Fece fatica, studiò, usò, facendosi violenza, l’arte della diplomazia (che proprio non gli si addiceva) e cercò di regalarsi un sogno: il Milan, per lui, era un ritorno all’infanzia e alla giovinezza quando faceva il terzino nello Spezia. I primi passi da presidente furono lo specchio della sua vita: gioie immense e delusioni altrettanto grandi.

Conquistò la Coppa Italia nel 1973 e anche la Coppa delle Coppe nella sofferta finale di Salonicco contro gli inglesi del Leeds. Era il 16 maggio del 1973 e tutto sembrava potesse essere meraviglioso, come la vita del film di Frank Capra. Però, dopo la sbornia come dopo le notti vittoriose al tavolo verde, c’ è sempre un’ alba, e quella del presidente del Milan Albino Buticchi fu domenica 20 maggio 1973. Luogo del risveglio, lo stadio Bentegodi di Verona. I rossoneri sono in testa alla classifica, basta un punto e vincono lo scudetto e si cuciono la stella sulle maglie: ma Verona non è un buon posto per gioire, diventa addirittura «fatale», il Milan perde 5-3 mentre la Juventus vince a Roma e conquista il titolo. Buticchi distrutto, come tutti i milanisti, giocatori, tifosi, dirigenti. E quel giorno si ruppe un amore.

Buticchi, dopo la «fatal Verona», spinto forse anche da qualche consigliere poco accorto, prese in pugno la situazione e fece il decisionista. Solo che faceva fatica a decidere in un ambiente che non conosceva ancora alla perfezione, e così vennero le polemiche e le discussioni. Lui sarà sempre, nell’ immaginario dei tifosi del Milan, il presidente che volle cacciare Gianni Rivera, cioè il mito.

Accadde questo: Buticchi, non si sa mosso da quali idee innovatrici, scelse per la panchina Gustavo Giagnoni e liquidò Nereo Rocco, che era praticamente un monumento in casa rossonera. Poi allontanò Pierino Prati e Roberto Rosato, altri due uomini che avevano fatto la storia della società, e si creò una frattura insanabile. I risultati non erano esaltanti, la gente non si divertiva, gli avversari vincevano e Buticchi non sapeva più che pesci pigliare. In una memorabile intervista dichiarò, forse senza rendersi conto di quello che stava realmente dicendo: «Sì, lo scambio tra Rivera e Claudio Sala si può anche fare». Come? Successe il finimondo.

La piazza rossonera si sollevò contro il presidente che osava toccare l’eroe e si schierò, ovviamente, al fianco del capitano dei capitani. Buticchi non poteva più controllare la situazione, non aveva più amici in società e le finanze cominciavano a venir meno. Rivera, arrabbiatissimo per l’onta subita, non si presentò per due giorni consecutivi agli allenamenti, venne punito da Giagnoni e, per risolvere una faccenda che era ormai bollente, s’impegnò in prima persona a eliminare Buticchi e a rilevare la società attraverso l’intervento di Jacopo Castelfranchi, all’epoca presidente della Gbc, e di altri amici. Operazione che andò a buon fine e Buticchi lasciò così il Milan.

Ma la vita gli avrebbe riservato ancora la parte peggiore. L’orgoglio lo portò a cercare delle rivincite (tentò avventure calcistiche nel Torino e nella Roma), ma nella sua vita cominciarono a sommarsi una serie di sconfitte (negli affari ed in amore) che lo spinsero verso l’isolamento e la depressione, e le ingenti perdite al gioco fecero il resto. La sua vita ormai era impossibile, e sull’orlo del crack decise di farla finita: nel 1983 si spara un colpo in testa, ma si salva e rimane cieco.

Nonostante i buoni propositi (che lo portarono anche a riconciliarsi con Rivera) non riuscì a separarsi dal gioco, ed una sera del 1992, dopo aver perso 400 milioni di lire, decise, per la seconda volta, di ammazzarsi, gettandosi dalla finestra: cade e si frattura il femore. Un tormento! L’ultimo atto fu la decisione dei figli di interdirlo: degli immobiliaristi senza scrupoli tentarono di acquistare la sua splendida villa di Lerici per una cifra dieci volte inferiore al suo effettivo valore. Era solo l’ultimo episodio di una vita incredibile, vissuta sempre al limite!

Al Milan restò sempre legato, al punto che le cronache raccontano che negli ultimi anni della sua vita (morì a La Spezia il 13 ottobre 2003), nonostante la cecità, si faceva accompagnare da qualche amico a San Siro per farsi raccontare la partita dal vivo e rivivere, in qualche modo, il clima degli “anni d’oro”.

Fonti: Gazzetta dello Sport; Corriere della Sera, magliarossonera.it