ANDREA AGOSTINELLI – aprile 1977

Agostinelli, agli esordi della sua carriera, è visto come la controfigura del compianto Re Cecconi. In questa intervista racconta i suoi inizi…

Prigioniero di un sogno

ROMA – Non l’hanno mai chiamato (e non lo chiameranno) Andrea, bensì il «piccolo Re Cecconi», erede di «Cecco» ora e sempre. Il soprannome è giustificato dall’oro dei capelli che fulmineamente lo spettatore avvista dalla tribuna, quella stessa ritrosia con cui sì difende, non possono sollecitare altre associazioni d’idee. Agostinelli, vent’anni e una faccia da bambino cresciuto latte e biscotti, finisce per ammettere (dopo qualche imbarazzante silenzio) che è insieme orgoglioso e turbato per quanto gli succede. Confessa premuroso, gli occhi appena cerchiati di stanchezza, che spesse notti salta ancora nel letto perché si sogna il «Cecconetzer» su un prato verde, col suo passo da cow-boy, con le sue progressioni furiose.

«Ma non lo dico a nessuno — precisa — per pudore o per chissà che cosa. Alla Lazio cerchiamo di dimenticarci i nostri lutti parlando d’altro. Certo, la vita continua, dicono. Per me, non è così, giuro che, ogni volta che torno in campo con quella maglia che il «Cecco» ha indossato con tanto onore, ricaccio il pianto in gola, prima del calcio d’inizio. La vita continua, ma io non potrò dimenticare mai quella maledetta sera del 18 gennaio. Ero a Santa Margherita Ligure con quelli della Under 21. Eravamo appena tornati da un cinema. Quelli dell’albergo ci dissero della disgrazia. Mi appoggiai ad un muro e piansi a lungo, come mai mi era capitato nella vita…».

Ha una storia curiosa, questo ragazzo, che improvvisamente, per circostanze tragiche, s’è trovato catapultato nel grande calcio. Diciamo che solo per una serie di casualità, s’è ritrovato calciatore di talento.
«Da ragazzino – specifica – mi piaceva soprattutto la musica, andavo a giocare al pallone quasi senza voglia. Erano i miei genitori e le mie tre sorelle a spingermi, a forzarmi. Mio padre (che adesso è in pensione) era impiegato postale e dopo aver voluto ad ogni costo un figlio maschio, vagheggiava per me un avvenire da cantante oppure da calciatore. L’Italia di quei tempi era così: la massima aspirazione per una famiglia era un figlio che arrivasse come cantante al Festival di San Remo oppure protagonista in uno stadio, alla domenica. Io studiavo un po’ il pianoforte e dopo le medie m’iscrissi ad un istituto di ragioneria. Non sapevo esattamente cosa mi piacesse. Abitavamo ad Ancona, poi una sera mio padre disse che l’avevano trasferito a Roma. Sul momento mi parve una notizia di scarsa importanza. Ora, invece, capisco che se fossi rimasto ad Ancona non sarei diventato in giocatore di calcio. Il destino d’un ragazzo dipende anche dalle amicizie che frequenta. E ad Ancona, i miei amici sognavano più le gesta di Paoli, Endrigo e Celentano, che non le carriere degli assi del pallone…»

Andrea Agostinelli, si cita spontaneamente, e per chi ascolta ogni particolare è limpido, ogni anello dì congiunzione tra un periodo di vita e l’altro è ben preciso, al posto giusto.
«A Roma andammo ad abitare dalle parti di Piazza Bologna e dal balconcino della cucina vedevo il campo “Artiglio” e tante partite di domenica, oppure nei giorni feriali. Nel mio palazzo giocavano quasi tutti al pallone e ogni volta che quelli del “San Lorenzo-Artiglio” organizzavano una leva calcistica, era considerata una gran fortuna esser presi. Una volta vi partecipai anch’io e fui preso. Mi ritrovai in una squadra di lega giovanile, con un allenatore simpatico, buono e un po’ matto. Si chiamava Fausto Morrone. È stato lui ad insegnarmi le prime cose, i fondamentali. È l’unico allenatore cui resterò per sempre riconoscente, nonostante sia sconosciuto ai più. Ma per quelli di Piazza Bologna, questo Morrone è una specie di profeta».

Poi, è storia recente. Quattro anni fa, un osservatore della Lazio, Flamini, porta questo Andrea Agostinelli nelle giovanili della Società di via Col di Lana. In genere, nelle giovanili, tutti si chiamano col nome di battesimo, ma davanti ad Agostinelli, che è biondo da morire, scatta subito per tutti il desiderio di chiamarlo «piccolo Re Cecconi».
Sono i momenti del «boom»: la Lazio ha in Chinaglia, Wilson, Martini e Re Cecconi dei trascinatori da scudetto; tutti i vecchi equilibri e le risapute gerarchie ai vertici del calcio italiano sono dapprima minacciate eppoi sconvolte dalla formazione di Maestrelli. È in quel periodo che Andrea «Cecco» Agostinelli, comincia ad appassionarsi, a capire che forse potrà anche lui diventare un giocatore. Intanto s’è diplomato ragioniere e s’è iscritto a Scienze Politiche.
«Purtroppo – lamenta – fin qui ho dato solo un paio di esami, ma mi è capitato tutto troppo in fretta e gli studi li ho trascurati. In questi giorni ho ripreso, non voglio interrompere, una laurea la voglio anch’io come l’ha avuta Wilson…».

Tre anni fa, accade un fatto curioso ed incredibile. La Lazio chiede al Cesena il terzino Ammoniaci (verrà, invece, l’anno successivo) e il presidente Manuzzi, risponde che è pronto all’affare purché gli si dia in cambio un certo Agostinelli e un’integrazione in soldi. Lenzini cade dalle nuvole e chiede a quelli del suo staff chi sia Agostinelli.
Incredibile, ma vero: nessuno tra quelli che trattano col Cesena, è in grado di ricordare all’istante chi sia l’Agostinelli di cui parla il presidente romagnolo.
«E se non fossero intervenuti proprio all’ultimo istante Flamini e Lovati, ora sarei del Cesena – sorride divertito – perché Lenzini all’epoca proprio non mi conosceva. Quelli del Cesena, invece, mi avevano notato durante un torneo in notturna che avevo disputato nelle Marche ed erano rimasti favorevolmente impressionati. Solo che Lenzini s’insospettì e rimasi a Roma. A Lenzini, che è un padre più che un presidente, avevano semmai qualche volta parlato d’un ” piccolo Re Cecconi ” che era nelle giovanili. Lui, come Agostinelli, non sapeva chi fossi…».

Una vita che sembra una favola, dunque, orientata da imprevisti buffi e tragiche fatalità E l’anno scorso, prima con Corsini eppoi con Maestrelli, il ragazzino che nessuno chiama mai Andrea, appare qualche volta in prima squadra.
«Gioco due partite in campionato e vengo schierato ad Odessa in Coppa UEFA, ma non vado granché bene. Mi sento timido ed in soggezione, in mezzo ad una squadra di grandi giocatori. E qualche volta mi viene da pensare che presto sfrutterò il diploma di ragioniere, conseguito nell’Istituto romano “Duca degli Abruzzi”, dopo il trasferimento da Ancona…».

Invece si sbaglia. Ignoto a se stesso, non può sapere di esser, comunque, un predestinato. Arriva Vinicio e lo tiene d’occhio. Il povero Re Cecconi s’infortuna alla terza partita di campionato contro il Bologna ed ecco che prontamente la Lazio inserisce la sua controfigura esatta. Lui dice che non sarà mai all’altezza e che copre il vuoto lasciate dal «Cecco», temporaneamente, badando a fare del suo meglio. Invece gioca alla grande: in campo è un lottatore, ma ha anche fantasia. I selezionatori della Under 21 lo chiamano e lo inseriscono alla svelta.

È il suo momento magico, l’Italia del pallone scopre questo ragazzino biondo, dai modi gentili ma spontanei, sempre pronto a scusarsi con chiunque, sempre pronto a giustificare l’avversario, anche quando entra a fargli male.
Poi la tragica sera di martedì 18 gennaio. Una notizia agghiacciante: Re Cecconi è morto e può rivivere solo nel cuore e nelle gambe di Andrea Agostinelli, classe 1957, il ragazzino che mai nessuno ha chiamato Andrea.

Tutto questo è bello e terribile, suggestivo e lacerante. Agostinelli riparte, stringendo,quella maglia, che sulle spalle di Luciano Re Cecconi era perfino parsa agli occhi dei tifosi, in certe domeniche di gloria, una prodigiosa vela azzurra al vento.
«Io ci penso eccome al “Cecco” – ripete Agostinelli – era per me un fratello maggiore. Dicono che non bisogna pensare a quella sera, ma io ci penso ancora. Che posso fare?».
E ogni domenica va in campo felice ed atterrito per un singolare destino. Vinicio spiega che migliora continuamente, che ha il dono della semplicità, che s’è potenziato e sfoggia un carattere forte, come prima non aveva.
E aggiunge: «Nella disgrazia, abbiamo avuto un motivo di conforto…». Chiediamo ad Agostinelli, su uno spiazzo di Tor di Quinto, se sia davvero così.
Ci risponde che Re Cecconi è insostituibile e aggiunge: «Comunque, a me, sembra a volte di giocare anche per lui, con quella maglia n. 8…».