ANGELO DOMENGHINI: COME VOLAVA, IL DOMINGO

«All’Atalanta prendevo un milione. All’Inter Moratti scrisse sull’assegno 15». «Ero un’ala che puntava l’uomo per saltarlo e poi facevo anche parecchi gol»


Angelo Domenghini ha giocato cinque campionati con l’Inter e quattro con il Cagliari. Ha vinto due scudetti con il Mago Herrera e uno con il Filosofo Scopigno. Era l’ala destra nella Grande Inter ai tempi di Suarez, Mazzola e Corso. Era una stella, volava sulla fascia destra. Ha conquistato, sempre con l’Inter, una coppa dei Campioni e due coppe Intercontinentali. Poi è andato in Sardegna e ha scortato Gigi Riva verso il traguardo della storia. Ha giocato 33 partite in nazionale e vinto (1968) con gli azzurri l’unico campionato d’Europa. Poi ha vissuto il grande sogno di Messico ’70, Italia Germania 4-3 e la finale con il Brasile di Pelé. Angelo Domenghini detto Domingo, classe 1941, ha fatto storia e tendenza. Partito dal nulla, è diventato grandissimo protagonista della più bella Inter e del più bel Cagliari di tutti i tempi. «Non avevo niente, ho vinto tutto. Mio padre aveva un’osteria, con il pergolato e il campo da bocce. Eravamo in nove fratelli, sei femmine e tre maschi. Maria, Lisetta, Marcello, Matilde, Costantina, io, Silvia, Graziella e Claudio. Il più grande, Marcello, era l’unico ad avere la bicicletta. Era una Coppi. Era bellissima, ma io non potevo toccarla. Un giorno l’ha ceduta in cambio di un pianoforte. Lui non aveva la passione della musica, non l’ho mai sentito un giorno suonare quel piano…».

Angelo Domenghini è seduto sul divano bianco del salotto. Ha le scarpe bianche da tennis, i pantaloni di velluto verde e una polo crema. Ha gli occhiali neri e non sorride. Parla a voce bassa, un po’ roca, aggredita dalle sigarette. Vive nel centro di Lallio, quattro chilometri da Bergamo, due da Dalmine, in una palazzina rossa, vicino alla chiesa.
«Non conosco quasi nessuno» dice.
Si alza, va alla finestra, sposta la tendina.
«Lì, sotto, quasi attaccata alla chiesa c’era l’osteria. Sopra c’erano le nostre camere. Due. Dormivamo in nove in due camere. Eravamo molto poveri».
Torna a sedersi e racconta: «C’era una miseria nera. Le mie sei sorelle dormivano in una camera, quattro in un letto matrimoniale, due su lettini. Mio fratello Marcello stava in una camera del palazzo Pesenti, che era uno dei padroni del paese. L’altro dai nonni. L’osteria non bastava, le mie sorelle davano una mano al papà. Ma si faticava ad andare avanti e il Comune ci dava il contributo, ci veniva incontro con dei buoni. Mi pare si chiamasse Eca, Ente comunale assistenza».

«Io facevo diventare matti tutti. A tredici, quattordici anni ero uno senza legge. Ne facevo di tutti i colori, dormivo nelle stalle, fumavo le pagine dei giornali vecchi, andavo a raccogliere le uova nei nidi delle rondini sui cornicioni della chiesa. Rubavo la frutta ai contadini e quelli mi inseguivano fino a casa, all’osteria. “Tuo figlio è un delinquente, un farabutto”. E allora i miei mi picchiavano. Mi picchiava mia madre, mi picchiavano le mie sorelle. Giù botte. Andando a letto, io dormivo con mio padre e mia madre. Prendevo subito sonno, ero stanchissimo. Mio padre saliva tardi, io mi svegliavo e lui mi guardava: “Delinquente, tu nella vita non farai niente”. E, già che c’era, giù un paio di sberle».

Vive a Lallio in un appartamento luminoso. «Vivo solo, da molti anni, sono separato dal 1980. Sei, sette mesi qui, il resto in Sardegna. I miei figli sono grandi e stanno con la madre. Vuole un caffè?».
Un bicchiere d’ acqua. Tenta un sorriso stracco: «Io sono un lupo solitario ma sto bene così». Parla del suo passato: «Vicino alla chiesa c’era il campo dell’ oratorio: giocavo lì. Poi arrivavano i più grandi, quelli che lavoravano e ci mandavano via. Poi una sera sono andato a fare un torneo a sette a Verdello e un prete, don Antonio, mi disse: “Tu vieni a giocare con noi in prima divisione”».
Adesso Domenghini sorride: «L’allenatore era il dottor Brolis, lavorava alla Dalmine. Così sono diventato giocatore. Senza fare settore giovanile, senza imparare nulla. Ero centravanti, poi mezzala sinistra, poi destra. Mio padre non capiva di calcio, però io sapevo che veniva a vedermi di nascosto».

Sorseggia l’acqua naturale e parla di quel tempo. «Pensa quanto vino bevevano nella nostra osteria… A fiumi. I clienti avevano la loro caraffa, con il numero. Era vino rosso, pesante. Ricordo l’etichetta: Vino Manduria. Bevevano e poi si ubriacavano e facevano a botte. Bastava poco e scoppiavano baruffe tremende. Per la politica, i missini, i comunisti, i democristiani. Bevevano, si offendevano e poi finiva in rissa. Altri anni…».
Racconta i primi viaggi, la rappresentativa dilettanti a Sorrento. «Io non ero neanche andato a Bergamo. E’ stata un’emozione, c’era anche Giacinto Facchetti, giocava nella Trevigliese. Poi il dottor Brolis mi ha venduto all’Atalanta. Per duecentomila lire, a me non davano niente. Solo le spese della corriera, Lallio Bergamo andata e ritorno. Al mattino lavoravo in fabbrica, alla Magrini. Al pomeriggio mi allenavo con l’Atalanta. Metà e metà. Volevo diventare giocatore professionista e non capivo. Pensavo: se mi fanno lavorare vuol dire che non sono un vero calciatore. Avevo diciannove anni e facevo l’apprendista operaio. Anzi, no, solo apprendista. Operaio era già una qualifica alta. Poi un giorno il direttore della Magrini chiama il signor Tentorio, dirigente dell’Atalanta: “Cosa facciamo con questo ragazzo? O lavora tutta la giornata o ve lo tenete a giocare”. Mi hanno tenuto. Pesavo cinquantadue chili, ma mi hanno tenuto».

Diventa calciatore, Angelo Domenghini. Una eccellente ala destra: vola. Ferruccio Valcareggi lo fa esordire in A. Anni buoni, una coppa Italia con l’Atalanta. «Una cosa grossa: battiamo il Torino tre a uno e io faccio tutti i tre gol».
Si distende e parla dei suoi grandi anni. «Sono andato all’Inter di Helenio Herrera. All’Atalanta prendevo un milione all’anno, firmai un contratto in bianco e Angelo Moratti scrisse: quindici. Ero arrivato a Milano con la Seicento, mi sono subito comprato l’Alfa, il Duetto decappottabile. Ai miei ho sempre dato qualcosa, ho anche comprato un televisore per l’osteria e per miei nonni. Il papà non lo voleva, il televisore. Non voleva la lavatrice, non voleva gli elettrodomestici. A lui del boom economico non fregava niente. Andava bene con la sua osteria, il suo campo da bocce, l’orto con i cavoli cappucci. Il televisore non l’ha voluto. A me, disse, Mike Bongiorno non interessa».
Lupo Solitario ricorda e quasi ride. Quasi, non esageriamo.

domenghini-chi-wp1«All’Inter sono stato bene. Con l’Inter continuo a lavorare, faccio l’osservatore, sono appena tornato dalla Romania, un paio di mesi fa sono stato in Argentina».
Ricorda quando puntava l’uomo a San Siro. E pure fuori. «Lo facevo in modo largo. Le ali italiane eravamo io e Bruno Mora e puntavamo il nostro avversario per andare in superiorità numerica. E io segnavo. Ma i giornalisti parlavano sempre di Mazzola, Suarez, Corso. E poi Corso, Suarez, Mazzola. Giusto, erano bravi, erano le stelle. Ma anch’io facevo qualcosa. Una volta, dopo un gol in un derby, mi chiedono: “Domenghini, ci parli della sua ciabattata”… ».
Si scalda. «Anche a Cagliari, vinciamo lo scudetto all’Amsicora e, se fossimo rimasti in quello stadio, avremmo potuto vincerne almeno altri due. Dico: vinciamo il campionato e parlano solo del Cagliari di Riva? Ok, grandissimo, straordinario. Ma gli altri dove li mettiamo? Anch’io giocavo in Nazionale, anch’io ho fatto Messico ’70».

In quegli anni diventa Domingo. E Domingo resterà, per sempre. Domingo gioca ancora molti anni e poi allena. Ma è chiuso, ombroso, qualcuno dice: rancoroso.
Ricorda: «Avevo dei problemi, la separazione mi ha fatto male, ho sofferto molto. Ai miei giocatori lo dicevo: scusate, non sto bene. Ma con tutti, con i miei compagni prima e i presidenti e i ragazzi dopo, ho sempre avuto buoni rapporti. I miei presidenti, tutti, mi invitavano a cena. Non sono rancoroso, forse un po’ chiuso, un po’ troppo bergamasco».
Non ha rimpianti, dice. Solo un po’ di nostalgia. «Per il mio calcio, quello giocato. Per i miei tempi. E’ normale, adesso vivo per i miei figli. Vivo bene, non ho molto, non ho troppo. Non mi manca nulla. Fra poco parto per la Sardegna: ho una casa a Liscia di Vacca, a cento metri dal mare. Con l’orto, come mio padre. E passo il tempo a coltivare l’insalata. Poi arrivano Laura e Davide».
I suoi ragazzi. E il Lupo Domingo sorride.

Testo di Germano Bovolenta

LA SCHEDA:

Angelo Domenghini (Lallio, 25 agosto 1941)
Giovanissimo, diede i primi calci al pallone nell’oratorio del suo paese: qui il parroco scoprì il suo talento e lo vendette per ventitremila lire al club dilettantistico della città di Verdello. Nel 1961 passò poi all’Atalanta, con cui esordì precocemente in serie A. Con essa vinse la Coppa Italia nel 1963, nella cui finale segnò la tripletta decisiva al Torino.
Promettente ala, nell’estate del 1964 venne acquistato dall’Inter e nella sua prima stagione con i neroazzurri vinse lo Scudetto, la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale, giocando in campionato 26 partite condite da nove goal. Nell’anno seguente portò le sue marcature a 12, decisive per la conquista del secondo scudetto personale e di un’altra Coppa Intercontinentale. In questo periodo venne anche convocato spesso in Nazionale, con la quale vinse gli Europei del 1968.
Nell’estate del 1969 passò al Cagliari nell’ambito dell’operazione che portò Roberto Boninsegna nel club milanese. Alla sua prima stagione in Sardegna vinse lo scudetto, contribuendo in maniera decisiva con otto reti in 30 partite e formando con Gigi Riva una coppia d’attacco temibile. Nel 1970 fu inoltre vicecampione del mondo con la Nazionale ai mondiali messicani.
Lasciò i sardi nel 1973 per poi continuare a giocare prima con la Roma (fino al 1974), poi con il Verona (1974-1976), il Foggia (1976-1977) ed infine nelle categorie inferiori con Olbia (1977-1978) e Trento, con il quale chiuse la carriera agonistica nel 1979.
In totale ha giocato in Serie A 349 partite in cui ha realizzato 93 reti. Con la nazionale italiana 33 presenze per 7 reti.