SORMANI Angelo Benedicto: l’Angelo del gol

Discendente di una famiglia toscana emigrata in Brasile attorno alla metà del secolo scorso, Angelo Benedicto nacque nel 1939 a Jaù, cittadina dello stato di San Paolo.
Cresciuto all’arte del pallone nelle consuete partite in strada con gli amici, entrò a far parte della locale formazione dilettantistica del Jaù, in cui non tardò a segnalarsi come formidabile realizzatore. Poco dopo avere conseguito il diploma di ragioniere, le cattive condizioni di salute del padre Adolpho lo costrinsero a caricarsi sulle spalle il peso del mantenimento dell’intera famiglia. Decise allora di trasformare il suo hobby preferito in una professione.

Nel 1959 le sue prodezze gli procurarono la grande occasione di giocare nel Santos, la squadra in cui era da poco nata la stella più fulgida della storia del calcio brasiliano, l’allora giovanissimo Pelè.
A Sormani venne ufficialmente affidato proprio il ruolo di riserva della “Perla Nera”, ma riuscì a trovare comunque posto in prima squadra grazie alla sua duttilità: dotato di un fisico possente e di una tecnica straordinaria, era capace di ricoprire tutti i ruoli avanzati, sia come ala che come centravanti. Nonostante allora il suo nome fosse sconosciuto in Europa, il paese dei suoi antenati era nel suo destino.

Caso volle, infatti, che il cugino del presidente del Mantova, Giuseppe Nuvolari, vivesse in Brasile e a tempo perso scrivesse corrispondenze per un noto quotidiano sportivo italiano. Fu proprio lui a segnalare quel ragazzo portentoso, da più parti indicato come “il Pelè Bianco”. L’allenatore della squadra lombarda, Edmondo Fabbri, visionò il giovane all’opera durante una tournée europea del Santos. Sormani se la cavò niente male e Mondino, che aveva fiuto, diede il suo benestare. Per un tozzo di pane il Mantova si portò a casa, appena ventiduenne, quello che sarebbe stato ribattezzato, nel giro di un paio di stagioni, Mister mezzo miliardo. Lo scetticismo che si era creato attorno al nuovo straniero dei lombardi svanì a tempo di record: di un buon carattere, assistito da una moglie di origini venete entusiasta dell’esperienza italiana, contrariamente a tanti suoi connazionali impiegò pochissimo ad adattarsi al nostro calcio.

Pur prediligendo il ruolo di regista, Sormani fu impiegato da centravanti e in quella prima stagione segnò la bellezza di sedici reti, che gli valsero una convocazione in azzurro ai mondiali in Cile, resa possibile dal doppio passaporto. Nella sfortunata spedizione oltremare Sormani giocherà soltanto la terza e peraltro inutile partita contro la Svizzera. Come un’atomica esplose la Sormani-mania, e, come da copione, attorno al giovane bomber si scatenò un’asta senza precedenti fra i club di tutto il continente: addirittura, il Barcellona chiese direttamente al presidente Nuvolari di fissare il prezzo, senza limiti. A quel punto, però, la città insorse e costrinse la società a trattenere il nuovo idolo.

Il secondo anno in Lombardia lo vide maturare enormemente: pur segnando con continuità, Angelo Benedicto si rivelò un infaticabile costruttore di gioco, in grado di imporsi sugli avversari con impressionante autorevolezza. Inevitabile quindi la programmazione di “Sormani-mania parte seconda”, che vide la Roma bruciare la concorrenza grazie all’offerta record di mezzo miliardo.

Il clamore generato dal suo trasferimento-choc poco giovò tuttavia alle sue fortune. Gravato dalle attese di tutta Italia, si trovò inserito in una squadra ambiziosa ma costruita senza un preciso criterio, un’accozzaglia di stelle e stelline in cui tutti i ruoli a lui graditi erano già occupati. Costretto a giocare fuori posizione, parve solo l’ombra del fenomeno che aveva deliziato Mantova: il magro bottino di sei reti e una stagione fatta più di ombre che di luci sul fronte del gioco gli costarono l’ingrato marchio di bidone. A dispetto del grande investimento operato sul giocatore, la Roma non volle concedergli la prova di appello e lo sbolognò senz’altro alla Sampdoria.
Sempre più avvilito, Sormani a Genova bissò la disastrosa performance capitolina, e da più parti fu indicato come l’ennesimo caso di campione precocemente in declino. “Mister mezzo miliardo” era una favola già andata in frantumi.

A sorpresa, quando tutti erano certi che l’ex fuoriclasse si sarebbe accasato in una formazione minore, ecco farsi sotto il Milan di Nereo Rocco. Il prezzo di Sormani era ormai ragionevole, tanto valeva scommettere su di lui.L’intuizione del leggendario “Paron” era stata giusta: senza eccessive pressioni, per via di aspettative molto caute, il ragazzo ritrovò se stesso, lasciando la proprio indelebile impronta su quella prima stagione rossonera: ben ventuno reti in un povero Milan che si classificò soltanto settimo. Si sarebbe tolto la voglia di vittorie nei quattro anni seguenti: uno scudetto, una Coppa Italia, una Coppa delle Coppe, una Coppa dei Campioni e una Coppa Intercontinentale. Non male, per uno che era dato per finito a soli ventisei anni.

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Maturando, Angelo Benedicto si adattò ad arretrare il suo raggio d’azione, trasformandosi in preziosissimo rifornitore per i compagni, pur senza perdere il vizio del gol. Nel 1970 il passaggio al Napoli. In riva al Golfo due belle stagioni, poi, ormai trentatreenne, il passaggio alla Fiorentina. Si sperava che quel vecchio pirata potesse dare ancora tanto alla causa viola, ma il suo contributo si limitò a sole nove apparizioni in campionato, più quattro in Coppa delle Fiere. L’anno seguente fu ceduto al Vicenza in cambio della promessa Speggiorin. In Veneto l’indomito brasiliano visse una seconda giovinezza e firmò tre stagioni fra A e B da big chiudendo all’età di 37 anni, ancora perfettamente integro nel fisico. Dopo l’addio al calcio giocato Sormani intraprese la carriera di allenatore ottendo buoni risultati soprattutto alla guida di formazioni giovanili

Non è più tornato a vivere in Brasile, dove ha ancora un fratello e una sorella, e cugini e nipoti, «tra Jaù e San Paolo, ci sono tanti Sormani laggiù»: quando sbarcò in Italia con la moglie Julieta, appena sposata, decise che la terra degli avi sarebbe stata anche la sua. Ed è qui che sono nati Adolfo detto Dodo (una discreta carriera tra serie C e serie A con l’Avellino), Amerigo, Angela e Magda.