Arbitri: vita, opere, segreti e aneddoti

Ci sono tanti modi per ripercorrere la storia della giustizia sportiva. Ne abbiamo scelto uno particolare. Quello di narrare vita, opere, segreti e aneddoti di chi ha fatto questa storia e cioè gli stessi principali protagonisti: gli arbitri, primi e insindacabili giudici del campo, e i componenti degli organi giudicanti.

Da qui emerge anche l’evoluzione dell’arbitraggio, il cambiamento delle regole del gioco, soprattutto dopo il 1990, la diversa maniera di giudicare fatti a seconda del momento storico. Basti pensare alla responsabilità oggettiva delle società per comportamenti dei propri tifosi che ha portato allo 0-2 a tavolino secco fino alla monetina (a proposito, erano 50 lire e non 100, come rivelò l’arbitro della partita, Agnolin) che colpì Alemao in Atalanta-Napoli nel 1989 e diede la vittoria per il secondo scudetto ai campani.

Oppure bisogna tenere conto dell’evoluzione del gioco e quindi delle regole che sono state riformate per mettere gli arbitri in condizione di valutare meglio tutto. E così, mentre fino agli anni 90 esisteva in campo l’arbitro e soltanto lui e i guardalinee erano comparse, portaborse, al punto che stavano per essere sostituiti da arbitri veri e propri, ecco che dal mondiale italiano i guardalinee di professione acquistano vita nuova, carica di contenuti, mansioni, potere decisionale. E a loro si affianca il quarto uomo. E così la regola dal 1996 trasforma il guardalinee in «assistente» dell’arbitro.

Ed è cambiata anche la figura dell’arbitro, da dilettante puro a quasi professionista con compensi annui da 80mila euro per gli internazionali, 70mila euro per chi ha arbitrato almeno 70 partite in A, 45mila per chi ne ha dirette almeno 25 e 30mila per i debuttanti, e 23mila per gli assistenti. Giustizia sportiva e calcio passati anche attraverso ai grandi scandali di corruzione e partite truccate con la magistratura a braccetto del calcio per far pulizia e garantire limpidezza allo sport più amato e seguito. Da tutte queste piccole-grandi storie emerge uno spaccato sportivo, ma anche profondamente umano, di gente che in teoria sta ai margini del gioco e invece vediamo quanto ne faccia parte integrante, aggiungendo valore, qualità tecnica e spettacolo.


Giuseppe Adami
Roma, 14 luglio 1915 – Roma, 7 febbraio 2007

Comincia ad arbitrare nel 1947, a trentadue anni, coinvolto da un collega dell’ufficio presso la presidenza del Consiglio dei ministri dove lavora dopo essere stato congedato dall’esercito: volontario, prima in Libia e nell’Africa Orientale, quindi, come ufficiale, sul fronte greco-albanese e bosniaco. In poco tempo scala tutte le tappe: debutto in serie C nel ’51 (Benevento-Nissena 5-1), in serie B nel ’54 (Alessandria-L.R. Vicenza 0-2) e nella massima divisione nel ’56 (Vicenza-Juventus 3-2). Complessivamente dirige 105 gare in serie A e 93 incontri internazionali – debutto nella stagione ’59-’60 – di cui 45 tra amichevoli e partite dei campionati nazionali di Grecia, Turchia e Tunisia, nazioni che – in quegli anni – facevano largo ricorso ad arbitri dei principali paesi europei. Premio Mauro come miglior arbitro del ’61-’62 e Seminatore d’Oro nel ’63-’64.

Importante anche la sua carriera dirigenziale: ricopre gli incarichi di commissario Can dal ’68 al ’72 e di vicepresidente dell’Aia per nove anni. Inoltre – come delegato Uefa – segue 55 incontri internazionali. I modi garbati e il suo perenne sorriso in campo – fuori dalla platealità di molti arbitri di quel periodo – gli consegnano il rispetto del mondo del calcio, prima come arbitro, poi come apprezzato dirigente. Nel corso dei suoi diciassette anni di arbitraggio non si trova mai ad affrontare episodi spiacevoli o particolari contestazioni. Cerca costantemente il dialogo e quando vede che le situazioni possono diventare esplosive chiama a sé i capitani «invitandoli» a moderare i bollenti spiriti dei propri compagni. Gustosi alcuni suoi siparietti con Picchi, Boniperti e Liedholm, capitani rispettivamente di Inter, Juventus e Milan, che riusciranno a evitare l’espulsione di parecchi compagni.

Luigi Agnolin
Bassano del Grappa (Vicenza) 21-3-1943

Guido Agnolin, nato nel 1912 e morto nel 1994, è stato un grande arbitro: 164 gare di serie A, Premio Mauro nel 1952-53, una buona carriera da internazionale. Ma la cosa più bella che ha fatto per il calcio è aver tirato su il figlio Luigi da arbitro ancor più bravo di lui, con il senso della vita e dell’ironia pari al rigore. È uno dei pochi italiani ad aver diretto in due mondiali: 1986 in Messico (giudicato il migliore del torneo) e 1990 in Italia. Resta il fischietto considerato «inflessibile» per eccellenza, con uno stile diverso da Lo Bello, ma con un severità e un’energia di comportamento molto simili.

Alla fine dei mondiali del ’90, cui è designato a furor di popolo e di stampa anche se il potente segretario della Fifa Blatter era contrario, si dimette con un anno d’anticipo sull’anagrafe ed è nominato designatore della C. Doveva essere l’uomo della svolta profonda assieme a Casarin (A e B), ma nell’agosto ’92 il presidente federale Matarrese non sopportando il suo carattere «troppo autonomista» non lo riconferma e lui pochi giorni dopo restituisce la tessera all’Aia, pur restando grande amico e consigliere di tanti, giovani e vecchi, del mondo arbitrale. Ha diretto nell’87 In finale di Coppa delle Coppe (Ajax Lokomotiv Lipsia 1-0) e nell’88 quella di Coppa dei Campioni (Psv-Benfica 6 5 ai rigori).

E stato responsabile delle pubbliche relazioni dell’Assocalciatori, ha lavorato come direttore generale alla Roma (1994), come amministratore delegato al Venezia (1999-2000) e al Verona (2000-2001). Uomo di sport anche nella vita (ha realizzato uno splendido centro sportivo con piscine a Bassano) esordisce in serie A il 18 marzo 1973 (Fiorentina-Cagliari 3-0). Il «marchio» alla sua carriera lo imprime al derby di Torino del 28 ottobre 1980 perso 2-1 dalla Juve. Quando i bianconeri sono in vantaggio, per 1-0, Bettega si lamenta e Agnolin gli fa: «Stia tranquillo, sennò vi faccio un cesto così…». Nessuno dice «bah» (e d’altronde lui ha sempre diretto preferendo gli avvertimenti, sia pur coloriti, ai cartellini rossi). Uscendo dal campo, sconfitti, Bettega, Furino, Tardelli e Gentile insultano la terna dei giudici di gara. Il direttore generale della Juventus, Giuliano, entra nel suo spogliatoio: «Sa, un mio giocatore dice che…». L’arbitro lo fa accomodare fuori e scrive per filo e per segno il comportamento dei calciatori. Giuliano riferisce a Bettega che va dai giornalisti e afferma: «Agnolin mi ha insultato». Finì con il giudice Barbé che diede nove turni di squalifica ai quattro juventini e con Agnolin che, con lealtà, ammise subito la frase incriminata. Deferito, squalificato per quattro mesi, non fece appello e a fine stagione gli conferirono il Premio Mauro. Da quel giorno nacque il mito.

Aurelio Angonese
Mestre (Venezia,) 16-4-1929

Intraprende la carriera arbitrale in maniera assai rocambolesca, per scommessa, nel 1949. In precedenza ha praticato con ottimi risultati alcune specialità dell’atletica leggera. In particolare è stato un buon velocista con un record personale sui cento metri piani, sua specialità, di 11 1, tempo manuale. In undici anni approda in A dove dirigerà ben 181 partite. Fa parte della cosiddetta scuola veneta che, a metà del decennio 60, quando il calcio italiano si affaccia con prepotenza sulla scena internazionale, può contare tre fischietti internazionali su sette: lui, Francescon e Rigato. Scuola ricca di talenti, ma di altrettanti validi maestri quali Guido Agnolin, Pizzato, Tassini e Zambotto. Dalla stessa culla tempo dopo vengono fuori Luigi Agnolin e Casarin.

Importante anche il suo curriculum internazionale, iniziato nel ’60 e contrassegnato da 50 partite (coppe europee e incontri tra nazionali), ma soprattutto dai mondiali del 1974 dove l’arbitro veneto rappresenta l’Italia. In quell’occasione dirige l’ottavo di finale tra la Germania Est e il Cile e la finale per il terzo e il quarto posto tra la Polonia e il Brasile. Questa partita e la finale di Coppa dei Campioni del 29 maggio ’68 tra il Manchester Utd e il Benfica nel leggendario stadio di Wembley – dove con il conterraneo Francescon è il collaboratore di Lo Bello – segnano i punti più prestigiosi della sua carriera. Da ricordare anche il Premio Mauro come miglior arbitro della stagione ’69-’70.

Rinaldo Barlassina
Novara, 2 maggio 1898 – Bergamo, 23 dicembre 1946

Trasferitosi ben presto a Bergamo, avvia la sua carriera arbitrale nel ’20 e diventa internazionale nel ’27. Complessivamente, dirige 158 partite di serie A (debutta nel ’29-’30 nel primo campionato italiano a girone unico della storia), 63 internazionali (36 tra selezioni A), 18 di Coppa Europa (è l’antesignana della Coppa dei Campioni) tra cui le finali di ritorno del ’31 e del ’36 (rispettivamente a Vienna tra First e W.a.c. e a Praga tra Sparta e Austria Vienna) e 9 di campionati esteri.

E’ il primo italiano ad arbitrare gare della fase finale dei mondiali e rimane uno dei pochi – assieme a Vincenzo Orlandini e a Luigi Agnolin – ad aver diretto partite di due mondiali: Ungheria-Egitto (ottavi), Germania-Svezia (quarti) e Cecoslovacchia-Germania (semifinali) nell’edizione 1934 e il quarto di finale Ungheria-Svizzera del 1938. Vincitore del Premio Mauro nel ’36-’37 muore, dopo diciassette giorni di calvario, in seguito alle gravissime ferite riportate in un incidente stradale.

Parallelamente alla sua attività arbitrale si dedica appassionatamente all’attività giornalistica. È infatti l’ideatore e animatore di una pubblicazione rimasta tra i classici dell’editoria sportiva: la famosa «Agenda Barlassina» pubblicata ininterrottamente dal ’33 al ’42 – quando fu sospesa a causa della guerra – dalla compagnia di assicurazioni Venezia. L’almanacco Panini, nato nel secondo dopoguerra, si ispirò nei contenuti proprio a quei volumetti color grigio che, scrupolosamente, documentavano le strutture organizzative della federazione e l’attività della nazionale e dei campionati. Può senz’altro essere considerato uno dei più grandi arbitri italiani dell’anteguerra e va ricordato anche per un’accurata eleganza. E vittima e protagonista di un leggendario episodio degli albori: per non aver concesso un rigore al Casale, è costretto a ripararsi con un ombrello dal lancio di sassi dei tifosi.

Paolo Bergamo
Livorno 29-4-1943

E’ l’arbitro internazionale che ha fatto più carriera come calciatore: arriva fino alla serie C, giocando nella Carrarese, finché l’intervento di un avversario sul ginocchio non lo costringe a smettere. Da qui l’arbitraggio: nel ’74 il debutto in B, nel ’75 quello in A (12 ottobre, Cagliari-Ascoli 0-0), nel ’78 la nomina a internazionale: è uno dei più giovani, superato soltanto da un altro grande fischietto, Pietro D’Elia (192 gare di serie A e Premio Mauro 1981-82). Lui, Premio Mauro 1980-81, ha la gioia di dirigere la finale di Coppa delle Coppe, al termine della quale Platini va negli spogliatoi, gli fa i complimenti e gli regala la maglia. La sua carriera è costellata da tre episodi che l’hanno portato per mesi in prima pagina. Il 25 novembre 1980 sospende Milan-Napoli dopo tre minuti della ripresa perché la nebbia impedisce di vedere. Lo accusano di truffa a danno dei tifosi che dopo il primo tempo non hanno più diritto al rimborso del biglietto, interviene il pretore e l’11 febbraio ’80 viene scagionato, ma è costretto ad ammettere che «al ritorno in campo non si vedeva, ho iniziato il secondo tempo nella speranza che la situazione migliorasse».

Il 10 maggio 1981 in un Juventus-Roma decisivo per lo scudetto annulla su segnalazione di fuorigioco del guardalinee il gol di Turone, in realtà valido come lui stesso ammetterà anni dopo davanti ai filmati. La gara termina 0-0 e la corsa-scudetto della Roma finisce lì: vincerà la Juve e resteranno alla storia le polemiche del presidente giallorosso Viola («questione di centimetri») con quello bianconero Boniperti. Nel ’85 fa indagini personali per paura di restare intrappolato in un tentativo di corruzione dell’arbitro di Roma-Dundee di Coppa dei Campioni, il francese Vautrot: i faccendieri avevano tirato fuori il nome di un arbitro intermediario, «Paolo» e lui cerca di fare chiarezza in partenza. Alla fine è l’unico a pagare veramente, per omessa denuncia del tentativo di illecito di cui era estraneo ma di cui era venuto a conoscenza, con quattro mesi di stop, mentre la Roma a livello europeo non sarà squalificata e il suo presidente Viola (che versò cento milioni) sarà fermato simbolicamente per tre anni a livello internazionale (in Italia ci pensa la prescrizione).

Smette di arbitrare nel 1988, si avvicina al Livorno calcio e alla Lega basket femminile, poi torna nel mondo dei fischietti soprattutto con l’Uefa, impegnandosi nel progetto del doppio arbitro. Nel ’99 fa il grande rientro come designatore di A e B assieme a Pairetto e nel 2000 arriva anche la nomina nella commissione arbitrale Uefa.
Nel 2006 venne implicato nell’inchiesta Calciopoli, poiché, secondo l’accusa, ritenuto componente del sistema di potere retto da Luciano Moggi, e di cui avrebbe fatto parte, tra gli altri, anche il collega designatore Pierluigi Pairetto: Paolo Bergamo venne, però, ritenuto non giudicabile dagli organi di giudizio, per difetto di giurisdizione, visto che, nel frattempo, si era dimesso dall’AIA

Giorgio Bernardi
Bologna 16-4-1912 – Bologna 19-9-1988

Ingegnere e funzionario del Genio civile, comincia la carriera arbitrale nel ’32, debuttando nell’allora Divisione nazionale nel ’40 e diventando internazionale otto anni dopo. Dirige 200 partite di serie A, oltre a 52 incontri internazionali, 29 dei quali tra rappresentative A. Tra questi ricordiamo la storica impresa della Grande Ungheria capace, nel 1954, di umiliare i maestri dell’Inghilterra con un pirotecnico 7-1. Inoltre è il direttore di gara italiano designato per le Olimpiadi di Helsinki del ’52, dove arbitra due partite, ed è il primo fischietto italiano che – nel 1957 – dirige una partita del campionato sovietico. Oltre a ricevere il Premio Mauro (stagione ’47-’48), è insignito con il «Referee Special Award» della Fifa, prestigioso riconoscimento alla sua carriera internazionale.

Intraprende poi quella dirigenziale nel mondo arbitrale, dove lascia una profondissima traccia. Ricopre per quattro anni (dal ’58 al ’62) l’incarico di commissario alla Can e si deve a lui l’invenzione delle cosiddette «terne fisse», ossia l’utilizzazione degli arbitri sempre in compagnia degli stessi guardalinee. Questo, nelle sue intenzioni, doveva servire per raggiungere un miglior affiatamento. Curioso l’iter «democratico» che portò a questa decisione che, per alcuni decenni, contrassegnò le gare dei campionati italiani: come presidente della Can chiamò a colloquio Lo Bello e Jonni, i due principali fischietti del periodo e – dopo una lunga discussione con loro, nel tentativo, anche, di arginare le polemiche sempre più frequenti sugli errori arbitrali del periodo – decise di varare quel cambiamento.

Pietro Bonetto
Torino, 11 dicembre 1921 – Torino, 4 dicembre 2005

Inizia ad arbitrare nella stagione 1947-48 e, complessivamente, dirige 146 incontri in serie A e 31 internazionali. Il debutto nella massima serie risale al maggio 1954 (Lazio-Atalanta), quello internazionale a tre anni dopo. Nel ’62 interrompe prematuramente, dedicandosi a tempo pieno alla sua attività professionale di dirigente aziendale di industrie meccaniche. L’allora presidente del Milan Andrea Rizzoli, figlio di Angelo, lo attaccò pesantemente per l’annullamento di un gol a Rivera, un rigore contro e due espulsioni (Maldini e Altafini) decretati nel match casalingo contro l’Atalanta. Lo fece attraverso una pubblicazione di famiglia, da dove partirono frecciate pesantissime sull’arbitro torinese. Lui chiese l’intervento dei vertici arbitrali che si guardarono bene dallo schierarsi. Ferito dal loro atteggiamento, si dimise clamorosamente nel pieno di una brillante carriera che lo ha visto ricevere sia il Seminatore d’oro che il Premio Mauro (1960-61).

Nonostante il tentativo in extremis del presidente federale Pasquale e di quello dell’Aia Giulini, smette di fischiare con un incontro della categoria giovanissimi: Lucento-Rapit. Un uomo dal forte carattere, lo dimostra anche in altri episodi. Uno su tutti: Coppa dei Campioni 1958, Real Madrid-Besiktas, nel mitico stadio Bernabeu. La squadra spagnola è in difficoltà e nervosa: il fuoriclasse Di Stefano, esasperato dall’atteggiamento ostruzionistico dei turchi, dà un calcio nel sedere a un avversario. Immediatamente è espulso. Alla partenza per l’Italia, nella sala d’attesa dell’aeroporto di Barcellona dove l’aereo ha fatto scalo, l’arbitro torinese riceve una delegazione di tifosi catalani: con un gran mazzo di fiori, lo ringraziano per aver espulso il simbolo della squadra castigliana.

Stefano Braschi
Barberino del Mugello (Firenze) 6-6-1957

Gioca fino alle soglie della serie C, è un atleta energico di fisico e di carattere. In campo si fa rispettare alquanto (in Inter-Parma di Coppa Italia 1999 espelle tre nerazzurri tutti in una volta: Bergomi, Colonnese e Zanetti), ma è anche amato dai giocatori che nel referendum Aic proclamano lui e Collina arbitri ideali. Arriva alla Can nel ’92 con Casarin che lancia i giovani a razzo, esordisce subito in B e in A (Samp-Atalanta 2-3, 6 dicembre). Internazionale dal 1995, Premio Mauro 1997-98, dirige la finale di Coppa delle Coppe ’98 con il Chelsea che supera lo Stoccarda e nel 2000 la finale di Champions League (Real Madrid batte Valencia), ottenendo anche una brillante prestazione per l’Italia: mai un paese aveva espresso per due anni di seguito un arbitro per la finale di coppa più prestigiosa e dopo Collina (’99) tocca a lui. Una curiosità: lavorando in provincia di Prato – è agente di commercio – ed essendo iscritto alla sezione Aia di quella città, può arbitrare anche la Fiorentina che pure è a dieci chilometri.

Nel ’99 davanti alla moviola ammette gli errori commessi in Milan-Torino, seguendo così l’esempio di Lo Bello. «Il rigore dato a Shevchenko qui mi sembra un po’ meno rigore, invece resto convinto di aver fatto bene a non dare rigore per gli interventi su Boban e su Lentini, ma questo in campo era diverso». E rivela la confessione di Costacurta e Albertini: «Ho ammonito il secondo, Albertini è venuto a dirmi che l’autore del fallo era lui e io gli ho creduto, girando il giallo al compagno: io dei giocatori mi fido». Nel 1999 e nel 2001 vinse l’Oscar del calcio AIC, il premio assegnato dall’Associazione Italiana Calciatori al migliore arbitro del campionato. Si distingue anche per un grande atto d’amore: assieme alla moglie Paola nell’ottobre ’99 adotta tre bimbi brasiliani.

Giulio Campanati
Milano 15-6-1923 – Milano 30-10-2011

Esordisce in B nel ’48 (Siracusa-Verona) e cinque stagioni dopo in serie A in Bologna-Lazio. Nel ’56 diventa internazionale, appena trentaduenne: un record. Complessivamente ha diretto 166 volte in serie A oltre a numerosi incontri internazionali. Nel ’66, un po’ a sorpresa, interrompe l’attività (a soli quarantadue anni, in un periodo nel quale si poteva andare avanti fino ai cinquanta) intraprendendo subito la carriera dirigenziale: diventa immediatamente vicepresidente dell’Aia e, un anno dopo, Commissario Can, ruolo che ricopre fino al ’72, quando assume la carica di presidente Aia, che manterrà ininterrottamente fino al ’90. Lunga è anche la sua trafila come dirigente internazionale, come membro della commissione tecnica Uefa (dal ’68 al ’92) e della Fifa. Non abbandona mai in tutto questo tempo il lavoro di imprenditore edile ereditato dal padre.

Probabilmente, è uno dei più grandi dirigenti arbitrali che il nostro calcio abbia mai avuto. Da fischietto restano memorabili i suoi scontri con il «nemico» Lo Bello, dal quale lo separava un diverso modo di dirigere le gare. Troppo irruento il siciliano per lui, da sempre propugnatore della tesi della scuola milanese: il miglior arbitro è quello che si vede meno. Si mormorò, all’epoca, che il suo prematuro ritiro del ’66 fosse dipeso dal fatto che la Figc aveva preferito il rivale come arbitro italiano ai mondiali inglesi, ruolo per cui fino all’ultimo era in ballottaggio. Quatto anni dopo, arriverà una designazione che sa di rivincita: è proprio lui a scegliere Sbardella, ai danni di Lo Bello, per i mondiali messicani del ’70. Tra gli episodi più clamorosi della sua carriera l’invasione, nell’aprile ’63, a Napoli per un rigore fischiato contro la squadra di casa nel match contro il Modena, con assedio negli spogliatoi. Da presidente, è lui a inventare i corsi per dirigenti arbitrali e ad aprire, poco prima del ’90, il ruolo alle donne.

Paolo Casarin
Mestre, 12-5-1940

È l’arbitro passato alla storia come «il grande comunicatore», in campo con i calciatori e fuori. Va sotto inchiesta, ma sarà solo ammonito, perché è accusato dopo il derby del dicembre 1986 dal portiere del Torino Lorieri di dare del tu a calciatori come Cabrini: ma il tu era il mezzo per instaurare un rapporto con tutti. Lo squalificano per un totale di tredici mesi per tre interviste non autorizzate (critiche verso Concetto Lo Bello e verso la politica dell’Aia), ma nel 1990 con il placet del governo è scavalcato con un’amnistia il limite dello statuto della Federcalcio che impediva di assegnare qualsiasi carica di dirigente federale a chi avesse superato l’anno di squalifica. E allora arriva la nomina a designatore della serie A e B, con Luigi Agnolin a capo della Can di C. Sono i due uomini della svolta. Lui proviene dall’esperienza di manager nel comitato organizzatore locale di Italia ’90.

E anche se la carriera in campo fu brillante, qui è meglio anticipare quel che fece come designatore della A e B: sette anni di seguito, i primi quattro di altissima qualità, gli ultimi tre in calando, con una rivolta dei presidenti regionali che chiedono la sua testa (Matarrese prima disse sì, poi lo confermò) e infine nel 1997 con un’esclusione per mano delle stesse società che lo giudicano ormai superato. In quei sette anni è anche componente della commissione designatrice della Uefa e per i primi quattro pure della Fifa: è estromesso dal presidente Havelange per motivi mai chiariti. Assieme al segretario della Fifa Blatter (che nel ’98 ne sarebbe diventato presidente) avvia la rivoluzione degli arbitri di vertice verso la preparazione sempre più professionistica. E introduce il principio di designare «tutti gli arbitri per tutte le squadre», in modo da raggiungere uno stato di equilibrio. Da arbitro (esordio in serie A il 25 maggio 1977, Bologna-Torino 0-0, Premio Mauro nel 1976-77) vive due grandi paure: in un Lecce-Taranto di B durante un’invasione un fotografo gli spacca il labbro; in un Genoa-Fiorentina del novembre ’81 un’uscita senza dolo del portiere Martina porta Antognoni quasi alla morte. Ha fischiato ai mondiali di Spagna del 1982 e agli europei di Germania del 1988. Dal ’97 al 2000 è dirigente a contratto della Figc, alla fine restituisce la tessera dell’Aia (che per articoli non autorizzati gliel’aveva tolta, salvo poi trasformare la radiazione in quattro mesi di sospensione) e diventa dirigente del Parma.

Pierluigi Collina
Bologna 13-2-1960

È il primo arbitro della storia mondiale a essere diventato veramente un personaggio, quasi quanto un un grande campione. In campo ci sa fare, nella vita anche (è consulente finanziario) e non a caso quando era un emergente faceva il manager di pubbliche relazioni. Ma è anche un uomo che ha saputo trasformare in qualcosa di positivo una particolare malattia nervosa, l’alopecia, che poco prima dei trent’anni gli ha fatto perdere totalmente tutti i capelli e la peluria. Così, promosso da Agnolin, è arrivato alla Can nel ’91 già con il fregio di Kojak del fischietto. Casarin lo manda subito in B e il 15 dicembre in A (Verona-Ascoli 1-0). Internazionale nel ’95, brucia le tappe e per Fifa e Uefa diventa una garanzia: finale dell’Olimpiade di Atlanta ’96 (Nigeria batte Argentina 3-2), arbitro dei mondiali di Francia 1998 e Giappone/Corea 2002 (dirige la finale tra Brasile e Germania), fischietto della finale di Champions League ’99 (Manchester batte Bayern con due gol nel recupero) e negli europei Olanda-Belgio 2000. Qui diventa un idolo, i giornali inglesi gli dedicano le copertine scrivendo che è la rappresentazione umana del celebre quadro «l’Urlo» di Munch. Ma la Repubblica Ceca lo contesta ritenendo regalato il rigore che manda avanti gli olandesi.

In Italia è stato l’unico arbitro che abbia sospeso due gare per gli striscioni, riprendendole una volta tolti: prima (febbraio ’96) solleva critiche perché la scritta «Casarin pagliaccio» durante Sampdoria-Torino non pare offensiva e comunque lo stop alla gara appare un segno di eccessivo zelo verso il designatore della sua categoria, poi (aprile ’96) invece guadagna applausi perché chiama i dirigenti del Piacenza e dice: «Io non inizio la partita finché non viene levato lo striscione offensivo verso il milanista Baresi». È il primo arbitro della storia a commentare, autorizzato dai vertici, una decisione presa in campo: accade negli spogliatoi di San Siro il 10 marzo 1997 alla fine di Inter-Juve (0-0) quando dice di aver annullato un gol a Ganz un minuto e mezzo dopo perché il guardalinee aveva segnalato un fuorigioco. Dà spiegazioni anche in campo inginocchiandosi davanti alla panchina di Hodgson. Corona la sua stagione 1999-2000 con il Premio Mauro.
Il 14 maggio del 2000 dirige la discussa partita Perugia-Juventus, decisiva per lo scudetto 1999/2000. La Juventus, che era due punti sopra la Lazio, era obbligata a vincere. Collina è costretto a sospendere l’incontro alla fine del primo tempo a causa di un violento nubifragio che si abbatte sullo stadio “Renato Curi”: dopo una sospensione durata 71 minuti, placatosi il maltempo, fa riprendere ugualmente la partita che viene vinta per 1-0 dal Perugia, assegnando così alla Lazio lo scudetto.

Alessandro D’Agostini
Roma, 14 marzo 1922 – 27 febbraio 2006

Comincia ad arbitrare nel ’48 arrivando in otto anni alla serie B. Dirigerà 114 partite nella massima divisione, dove ha esordito nel ’60 in un Mantova-Sampdoria (2-0) quando, pur sconfitto, l’allenatore doriano Bernardini si complimentò per l’eccellente debutto di un arbitro «romano come me». Diventa internazionale nel ’65. La sua stagione migliore rimane quella ’66-’67 quando è insignito del prestigioso Premio Mauro. Nell’attività internazionale vanno segnalate, oltre alle numerose partite delle Coppe europee, anche parecchie gare del campionato greco, in un periodo in cui quella nazione richiedeva arbitri stranieri, non fidandosi dei propri direttori di gara. Alternandosi con Rigato, risultava così impegnato una settimana in Italia e quella successiva in Grecia.

Si deve a un gol fantasma di Rivera, in un derby milanese del ’67, da lui concesso, l’utilizzo per la prima volta della moviola. È il giornalista della Rai Carlo Sassi a mostrare più volte l’immagine rallentata alla «Domenica Sportiva» per verificare la regolarità del gol. Dalla stagione seguente la moviola sarà una presenza fissa nella rubrica domenicale. Un buon curriculum arbitrale fa da preludio a un’eccellente carriera dirigenziale. Smessa la giacchetta (allora) nera, nel ’70 entra subito nei ranghi dell’Aia: dapprima all’Ufficio Indagini, poi alla Casp, per approdare successivamente alla Can, all’inizio come vice e poi, dall’81 all’85, come commissario. E, inoltre, vicepresidente dell’Aia e procuratore arbitrale. Ha lavorato presso il ministero della Difesa, diventandone direttore generale.

Generoso Dattilo
Roma 14-5-1902 – Roma 12-8-1976

Avvia giovanissimo la carriera e dal ’33-’43 al ’50-’51, suo ultimo anno di attività, dirige 265 gare di serie A, secondo soltanto a Lo Bello. Lungo sedici stagioni si snoda l’impegno internazionale che comprende 20 incontri ufficiali tra nazionali A, 5 gare di Coppa Europa (inclusa la finale di ritorno del ’39 Ujpest-Ferencvaros), oltre a cinquanta gare tra amichevoli e gare di campionati esteri. Designato per i mondiali del ’50 in Brasile, lì gli tocca un Usa-Inghilterra concluso con uno dei risultati più clamorosi della storia del calcio: 1-0. Probabilmente è uno dei più grandi arbitri espressi dalla scuola italiana. Nel ’39-’40 vince il Premio Mauro, insieme alla medaglia d’oro della Fifa per il miglior arbitro internazionale. Passa alla storia, oltre che per la severità, per la ritrosia a concedere calci di rigore. E così spiegava il perché: «Il rigore è quasi un gol sicuro, per darlo il fallo dev’essere accertatissimo e gravissimo». Chiusa una prestigiosa carriera sul campo, ne inizia un’altra – altrettanto importante -come dirigente arbitrale. Per un lungo arco di tempo ha diversi ruoli chiave all’interno dell’organizzazione arbitrale: nel ’35 è presidente della sezione Aia di Roma, dal ’52 al ’57 responsabile della Can, nel ’58-’59 vicepresidente dell’Aia, due anni dopo suo presidente, dal ’65 al ’67 membro della Caf e infine di nuovo vicepresidente nel ’67 dell’Aia. Inoltre dal ’45 è, per più di ventanni, presidente del Centro Sportivo Italiano (Csi) del cui ente di promozione fu anche direttore tecnico nazionale. Da dirigente lascia molte tracce di sé migliorando l’organizzazione arbitrale italiana. Da notare lo snellimento della carriera e la fiducia, aspramente combattuta da altre importanti figure dell’epoca, da lui concessa ad arbitri come Lo Bello e Campanati che non ebbe timore a lanciare e proteggere durante i primi passi della loro attività.

Francesco Francescon
Padova 17-11-1928

Comincia ad arbitrare nel febbraio 1950. L’esordio in serie B è del maggio ’58 (Sambenedettese – Modena), mentre in A si affaccia per la prima volta il 15 novembre ’59 con Fiorentina-Palermo, a soli trentun anni bruciando le tappe di una carriera che si concluderà con un curriculum di tutto rispetto: 197 partite in A, 70 in B e 55 incontri internazionali. Al termine della stagione ’72-’73 abbandona e per un quindicennio fa parte degli organi tecnici dell’Aia. In particolare è membro della Can dall’85 al ’94 (gestioni Gussoni e Casarin) e delegato Uefa dall’85 al ’99. Premio Mauro nella stagione 1967-68, alla platea internazionale sono legati, da una parte, il ricordo più doloroso della sua carriera – la partecipazione come arbitro designato dalla Federcalcio ai tragici Giochi olimpici del ’72, macchiati dall’assalto dei fedayn agli alloggi degli atleti israeliani – e, dall’altra, il più entusiasmante: la finale, da collaboratore di Lo Bello, della Coppa dei Campioni ’58-’59.

In Italia si segnalano solo le fortissime polemiche seguite a un Juventus-Roma del ’70-’71 in cui è insultato pesantemente dal presidente giallorosso (e allora consigliere federale) Marchini. Minacce di dimissioni dell’arbitro, poi rientrate e tre mesi di squalifica al massimo dirigente romanista. Un ultimo particolare: giugno ’67, Mantova Inter 1-0, con la «papera» del portiere Sarti e lo scudetto perso all’ultima giornata dai nerazzurri, a vantaggio della Juventus: in quell’occasione non concede un rigore agli interisti a un quarto d’ora dalla fine. Anni dopo – raccontò una volta – incontra Zoff, al tempo numero 1 del Mantova, che gli confessa candidamente: «Signor Francescon, forse quello era rigore».

Giovanni Galeati
Castelbolognese (Ravenna) 18-2-1901 – Bologna 7-1-1959

Dopo aver giocato a buoni livelli in varie squadre (Faenza, Castelbolognese, Bologna, Internaples e Salernitana) nel 1932 appende le scarpe al classico chiodo e comincia ad arbitrare. Carriera rapida come si addiceva, al tempo, agli ex calciatori che passavano dall’altra parte della barricata. Il debutto in serie A (nel ’34 in Sampdoria-Bari) e la qualifica di internazionale sono la logica conseguenza. Complessivamente arbitrerà 226 gare di A (sesto di sempre come numero di presenze) e 22 gare internazionali di cui sette tra nazionali A. Ben tre partite gli sono affidate nel corso dei mondiali del 1950 in Brasile: Jugoslavia-Spagna 3-0 e Spagna-Inghilterra 1-0 (gironi di qualificazione), Uruguay-Svezia (girone finale). Premio Mauro come miglior arbitro della stagione nel 1941-42, in campo cerca il dialogo con i giocatori, ma fuori è assolutamente intransigente. Campionato ’36-’37: l’arbitro romagnolo sta preparandosi a dirigere una partita della Lazio all’Olimpico quando nello spogliatoio gli compare un inviato del segretario amministrativo del partito fascista, Giovanni Marinelli, con l’ordine di sospendere – quando fosse stato diffuso dall’altoparlante il discorso del duce – immediatamente la partita. Lui lo caccia in malo modo: «Non conosco nessun Marinelli e non sospendo un bel niente, perché io gli ordini li ricevo solo dal presidente della Federazione, generale Giorgio Vaccaro». Per l’insubordinazione viene deciso il confino e solo grazie al disperato intervento di Vaccaro – che si reca da Costanzo Ciano, presidente della Camera e già ministro delle Comunicazioni – rimane al suo posto. Ferroviere, coltiva un curioso hobby: sommare tutti i chilometri percorsi per correre da un campo all’altro d’Italia e arbitrare. Secondo i suoi calcoli sarebbero ammontati a ben 318.793.

Sergio Gonella
Asti 25-3-1933

Vanta un prestigioso primato, è il primo arbitro italiano ad aver diretto una finale dei mondiali: Argentina-Olanda del 25 giugno 1978, 3-1 dopo i tempi supplementari, ultima partita della sua carriera perché poi si dimise all’apice della gloria, a quarantacinque anni, pur potendo scendere in campo per altri cinque. I commentatori apprezzarono la prova di Buenos Aires, anche se gli olandesi l’accusarono di aver favorito la nazionale di casa. La curiosità di quella partita fu all’inizio, ritardato di nove minuti perché René Van de Kerkhof si presentò con una fasciatura alla mano destra giudicata troppo rigida e quindi pericolosa dal capitano argentino Passarella e dallo stesso Gonella, che prima di fischiare il via fece cambiare il bendaggio con uno più morbido. Aveva diretto in precedenza anche la finale degli europei 1976, il 20 giugno a Belgrado, vinta dalla Cecoslovacchia sulla Germania Ovest dopo i calci di rigore.

E resta l’unico italiano ad aver fatto l’accoppiata delle finali. Soltanto un altro, Pairetto, dirigerà più avanti una finale degli europei (nel ’96). Atleta innamorato degli 80 metri, calciatore, capisce che non è una stella del pallone e si dà all’arbitraggio, nel 1951, mai abbandonando l’attività di bancario che gli darà numerose soddisfazioni. Promosso alla Can A-B nel ’63, dirige la prima gara di serie A il 15 novembre ’64 (Varese-Foggia 0-0) e nel 1970 diventa internazionale (98 partite), arrivando a dirigere anche la finale di Supercoppa europea del ’75 vinta dalla Dinamo Kiev sul Bayern Monaco. Passa alla storia per essere uno che dà molti rigori, la risposta a Dattilo che era di manica strettissima. Come dirigente, si distinse per essere stato designatore degli arbitri di Serie C1 e Serie C2 dal 1988 e al 1990, e soprattutto per aver ricoperto analogo incarico nel campionato di Serie A 1998-1999 (dove venne reintrodotto il sorteggio integrale degli arbitri, suddivisi in sole due fasce di merito). Dal 1998 al 2000 fu anche presidente dell’AIA.

Harry Goodley
Nottingham, 1880 – Nottingham, 7 gennaio 1951

Arbitra mister Goodley da Nottingham: è lui, quest’inglese praticamente italiano alle dipendenze della Juventus, in quanto toccava alle società «stipendiare» gli arbitri che erano reclutati tra gli ex calciatori, a dirigere la prima partita della nazionale italiana di calcio: 6-2 all’Arena di Milano con la Francia. È il 13 maggio 1910: ha trent’anni. E l’inglese trapiantato in Italia, dove è stato calciatore, dirigente e allenatore e svolgeva attività di imprenditore tessile in Piemonte, viene accettato volentieri anche dalla Francia: lo giudicano un fischietto proprio al di sopra delle parti, senza bandiera. Poi dirige altre tre gare degli azzurri: contro l’Ungheria nel 1911 (0-1), la Svizzera nel 1911 (2-2), il Belgio nel 1913 (1-0). E una partita tra rappresentativa italiana e inglese. Ma quel che è curioso è che poco dopo entra a far parte anche della commissione tecnica che guida la nostra nazionale. E sono cinque arbitri i primi commissari tecnici della squadra azzurra (che nasce però con la maglia bianca) che si riuniscono per la prima volta il 17 gennaio 1910, tanto che sarà chiamata «commissione arbitrale»: Umberto Meazza (il fischietto principe del periodo che sarebbe diventato primo presidente dell’Associazione italiana arbitri, fondata il 27 agosto 1911 al ristorante «L’orologio» di Milano), Alberto Crivelli, Gianni Camperio, Giuseppe Gama e Paolo Recalcati. E arbitro è anche il primo grande giornalista che dà impulso al calcio sul giornale sportivo per eccellenza: Emilio Colombo, sulla «Gazzetta dello Sport», riesce a far conquistaredignità al nuovo sport inserendolo tra ciclismo, atletica, marcia.

Cesare Gussoni
Casalmaggiore, 20 gennaio 1934

Passa alla storia per due motivi: per essere stato il primo arbitro di fatto milanese (città in cui lavora come industriale farmaceutico) a dirigere il derby Milan-Inter, nella finale di Coppa ItaIia 1977 vinta dai rossoneri per 2-0; per essere stato il designatore della svolta, dall’85 al ’90, riportando cristallina credibilità nel mondo arbitrale di vertice e introducendo concetti di preparazione professionistica, dal preparatore atletico fisso (il professor Stefano D’Ottavio, che poi continuò con Casarin, Baldas, Gonella e Bergamo-Pairetto) al gruppo di psicologi a supporto dell’efficienza dei direttori di gara. Celebre il suo diktat al primo ritiro degli arbitri, a Copanello, in Calabria: «Via dal raduno i direttori sportivi delle società. E d’ora innanzi pretendo spogliatoi vuoti». Si riferiva ai costosi omaggi che in passato alcuni arbitri trovavano assieme all’accappatoio: la scatola di cioccolatini con annessa vincita del viaggio a New York per due persone oppure i Rolex d’oro. Il rigore, in campo e fuori, è stata quindi la sua parola d’ordine: è riuscito anche a cancellare un anno di designazioni con il sorteggio «pilotato», motivo che l’aveva spinto a rinunciare alla carica di vice commissario, con designatore Sandro D’Agostini. Da dirigente, sostituì in A i guardalinee con arbitri, una strada poi abbandonata. Da arbitro, ha esordito in serie A il 12 dicembre 1965 (Juventus-Cagliari 0-0), è stato internazionale (dal 1974), ha vinto il Premio Mauro nel 1977-78. Si ricordano polemiche con la Lazio che lo ricusò per un lungo periodo.

Cesare Jonni
Macerata 12-1-1917 – Macerata 11-7-2008

Comincia ad arbitrare nel 1943 dirigendo in tutto ben 262 incontri in serie A (terzo di sempre) e 66 partite internazionali (esordio il 2 gennaio ’55 in un triangolare in Grecia). Fa una carriera lampo e veloce: debutto in C nel ’49 (Sambenedettese-Carbonsarda 4-1), in B nel ’50 (Brescia-Catania 2-1) e in A il 30 dicembre ’51 (Torino-Lucchese 1-1). Vince il Premio Mauro 1958-59. È curiosa la sua iniziazione: spedito in Albania, nel secondo conflitto mondiale, durante una licenza – nel maggio 1943 – fa il corso per diventare arbitro di calcio. Del resto, lo sport ce l’ha nel sangue se è vero che prima della guerra stabilisce il record marchigiano – che detiene a lungo – dei 5 chilometri di marcia. Arbitro stimato dal Palazzo, ha un ottimo curriculum internazionale: dirige i Giochi Olimpici di Roma (Bulgaria-Turchia 3-0 e Jugoslavia-Bulgaria 3-3), la finale per il terzo e quarto posto della prima edizione degli europei del ’60 (Francia-Cecoslovacchia 0-2) e i mondiali del 1962 in Cile (Uruguay-Urss 1-3). Una delle più grosse delusioni della sua carriera si riferisce proprio a questa manifestazione. Con l’Italia eliminata e dopo essere stato designato miglior fischietto della prima fase, si sarebbe atteso per lo meno di dirigere una semifinale. Ma, a sorpresa, il suo mondiale finì: se ne tornò in Italia rinunciando polemicamente alla diaria degli ultimi cinque giorni. Per quanto riguarda l’attività nazionale da ricordare un Milan-Udinese del febbraio ’52 quando non vede un rigore a favore dei rossoneri e il giorno dopo trova sul «Corriere della Sera» un titolo irridente a caratteri cubitali: «un cieco a San Siro».

Tullio Lanese
Messina 10-1-1947

E stato l’arbitro «internazionale» per eccellenza. Infatti è l’unico ad aver fischiato in tutte, ma proprio tutte le manifestazioni: 1985 Universiadi in Jugoslavia, 1986 europei Under 17 in Jugoslavia, 1987 mondiali rappresentative di C in Corea, 1988 Olimpiadi di Seul in Corea del Sud; 1989 mondiali Under 18 in Arabia Saudita, 1990 mondiali in Italia, 1991 finale di Coppa dei Campioni a Bari vinta ai calci di rigore dalla Stella Rossa di Belgrado sull’Olympique Marsiglia, 1992 europei in Svezia. E dopo quella competizione si dimette, a quarantacinque anni, pur potendo arbitrare ancora per uno, per diventare designatore dei direttori di gara dei Dilettanti e, un biennio dopo, di quelli della C.

Nella sua carriera è stato bravo a raccogliere tutti gli inviti degli organismi internazionali: altri, più esperti, rifiutavano manifestazioni ritenute non importanti per paura di essere esclusi dai grandi appuntamenti (che non ebbero), lui accettava. Così si è fatto conoscere a diverse latitudini, diventando un arbitro di punta. Giocatore fino a diciassette anni (in seconda categoria), a diciotto ha già in mano un fischietto, a ventotto dirige la prima partita di B, a ventinove la prima di A (il 26 febbraio ’76, Verona-Genoa 2-0), passando anche per una fuga dallo stadio vestito da carabiniere (nel campionato dilettanti). Premio Mauro per il 1987-88, nella sua città intraprende anche una carriera politica, poi l’abbandona per concentrarsi nell’attività di assicuratore. Oltre ad aver ricoperto dal 1994 al 1998 il ruolo di designatore degli arbitri di serie C (dove non esita a denunciare un suo arbitro per corruzione), è stato anche Presidente dell’AIA, carica dalla quale si è dimesso per effetto dello scandalo del calcio italiano del 2006.

Concetto Lo Bello
Siracusa 13-5-1924 – Siracusa 9-9-1991

Il principe degli arbitri italiani e, forse, del mondo. Il suo record di 328 partite dirette in A è inarrivabile, ma sicuramente ciò che lo ha caratterizzato è stato lo stile, l’autorità, il carisma che sapeva portare in campo e poi fuori, anche dopo aver smesso con il fischietto. Ha sempre dichiarato di essersi ispirato a Dattilo e a Galeati, ma con lui l’arbitro è diventato «un altra cosa», un elemento capace di dar spettacolo con l’applicazione della regola. Calciatore, capace anche di commettere fallo ma sempre nell’ambito di una leale contesa sportiva, avvia la nuova carriera nel ’44, esordisce in B nel ’52 e in A il 9 maggio ’54 (un Atalanta-Sampdoria 1-1). Termina a cinquantun anni, alla fine della stagione 1973-74, per limiti di età, con il fregio del Premio Mauro ottenuto nel 1962-63. E termina da onorevole. Infatti è il primo uomo dello sport capace di scendere in campo la domenica e di sedere in Parlamento durante la settimana: la sua elezione a deputato nel ’72 è decretata da ben sessantacinquemila preferenze e sarà confermata per altre tre legislature. Proseguirà ad arbitrare, «perché sono un uomo libero».

In partita è energico e capace di farsi capire con i gesti: ne sanno qualcosa Invernizzi (Juventus-Inter del ’59) e Cancian (Mantova-Vicenza del ’65) che finiscono ko per colpi fortuiti delle braccia che lui mulina come su un palcoscenico. Ma sa domare come nessuno anche la folla: Vomero, aprile 1958, Napoli-Juventus, cinquemila tifosi invadono il campo e lui riesce a metterli a sedere ai bordi, continuando tranquillamente la partita. Capace di continuare a fischiare anche quando una pietra gli lacera la fronte (1957, Atalanta-Torino). Capace di confrontarsi a testa alta con grandi campioni e grandi personaggi: Rocco, diverse volte espulso (la più clamorosa in Lazio-Milan del 21 aprile 1973 per una rete annullata a Chiarugi), Sivori, Lorenzi, Rivera con il quale il rapporto anche dialettico è sempre vivace, ma anche rispettoso. Con il capitano milanista resterà memorabile lo scambio di battute che costò quattro turni di squalifica al giocatore. «Mi stanno massacrando, non è possibile che lei non se ne accorga», si lamentò per i falli subiti. «Le do la mia parola d’onore che non vedo questi interventi scorretti», replicò Lo Bello. E Rivera: «Io non credo alla sua parola d’onore». Lo Bello sarà il primo arbitro capace di andare a commentare la moviola (1972, dopo Juventus-Milan) e ad ammettere «di aver sbagliato a non dare un rigore al Milan per fallo di Morini su Bigon anche se l’intervento era contemporaneo». Replicò l’allenatore rossonero Rocco: «Si è comportato da galantuomo. Peccato che abbia visto il rigore solo alla Tv». Grandioso pure in campo internazionale (promosso nel 1958) con 93 partite, tra cui la finale dell’Olimpiade di Roma ’60, la semifinale del mondiale ’66, due finali di Coppa dei Campioni, una di Coppa Uefa e una di Coppa delle Coppe.

Si disse che l’inflessibilità con Cislenko espulso per reazione in Urss-Germania Ovest (finì 1-2) al mondiale del 1966 gli costò l’ostracismo del presidente jugoslavo della commissione arbitrale della Fila e così una finale di un mondiale che avrebbe meritato. In parlamento per quindici anni con una presenza attiva soprattutto a favore dello sport (quando uscì, entrò Rivera per una singolare stai fetta), mise la sua popolarità a disposizione della sua terra: la «Cittadella dello sport» di Siracusa rimane un brillante esempio di impiantistica e urbanistica (piscina olimpica, campi di calcio, tennis, pattinodromo). Fu sempre discreto anche nei confronti del figlio Rosario (assicuratore come lui), arbitro di serie A (195 gare, premio Mauro 1985-86) e internazionale, capace di vita e carattere propri, anche se portare quel nome nel calcio è un onore e un onere. Fu anche presidente della Federazione della pallamano, anima dell’Ortigia nuoto e pallanuoto di Siracusa e sindaco della sua città, nell’86, per cinque mesi.

Mario Maurelli
Sarnano, 21 aprile 1914 – Sarnano, 16 settembre 2000

Arbitro dal 1937, dirige dal ’45 al ’58 98 gare in serie A (debutto in Bari-Venezia) oltre a numerosi incontri internazionali, in particolare partite dei campionati di Grecia, Spagna e Turchia. Già effettivo allo scoppio della seconda guerra mondiale, è al centro di un curioso episodio: prelevato da un manipolo di SS nella sua casa di collina nella zona dei monti Sibillini, pensa che per lui sia finita, che sia stata scoperta la sua attività di partigiano. Ma con grande stupore – una volta che l’ufficiale nazista accerta che è un arbitro di calcio – gli fanno dirigere un insolito incontro di pallone tra i soldati tedeschi e la gente di un borgo della zona. Ricorda: «Si giocò in un clima surreale: i camion nazisti e i partigiani con le armi dietro ciascuna porta, un centinaio di paesani impauriti, mamma che venne anche negli spogliatoi supplicandomi di far vincere i tedeschi. Non accadde nulla, l’incontro non degenerò, nessuno contestò le mie decisioni anche quando espulsi mio fratello e il comandante delle SS. Tre pari il risultato, accettato sportivamente dalle squadre». Farà poi una carriera lineare e tutto sommato tranquilla, a parte un episodio che lascia strascichi per molto tempo: ottobre ’56, Napoli-Bologna all’allora stadio del Vomero. Tre a zero per i padroni di casa a tre minuti dalla fine. Tre a tre al fischio finale, con un rigore all’ultimo secondo di recupero. Invasione di campo degli inferociti tifosi partenopei e assedio nello spogliatoio alla terna arbitrale. Per un paio di settimane la palazzina romana dove l’arbitro vive è pattugliata per paura di ritorsioni fisiche. Una volta appeso il fischietto al chiodo, imbocca una brillante strada di dirigente. Ricopre incarichi alla Caf, è presidente della Corte d’appello dell’Aia, istruttore ai corsi arbitrali, nonché vicepresidente del Coni provinciale di Roma per un quadriennio.

Giovanni Mauro
Domodossola (Novara) 21-7-1888 – Milano 12-3-1958

Avvocato, gioca a buoni livelli nell’Ausonia Milano, nell’Inter (di cui sarà anche dirigente) e nel Milan, finché non diventa giudice di gara, passaggio al tempo abbastanza diffuso. Dal 1911 al 1917 è un arbitro d’elite, secondo il termine con cui allora erano etichettati i fischietti principali (dirigerà 23 gare internazionali). E sarebbe poi entrato nella storia del calcio italiano come uno dei più importanti dirigenti federali. Incomincia collaborando con il fratello quando questi, nel ’15, assume la reggenza della Federcalcio. Quindi, nell’immediato dopoguerra è eletto consigliere federale. Tra i suoi molteplici incarichi: è membro della Commissione tecnica della nazionale nel 1920-21, commissario della Lega Nord nel ’24, rappresentante italiano al primo simposio internazionale arbitrale nel ’25 e, a più riprese, presidente del Comitato tecnico arbitrale, presidente dell’Aia e vicepresidente della Figc. Proprio nel ’25, il 7 giugno, è protagonista e vittima della «bella», disputata a Milano, tra il Genoa e il Bologna per l’assegnazione del titolo nazionale. La folla, tra cui molti squadristi emiliani, supera i cancelli e si sistema a bordo campo, le forze dell’ordine latitano. Sul punteggio di 2-0 per i liguri, i bolognesi reclamano un gol ma l’arbitro, convinto che il pallone tirato da Muzzioli non sia mai entrato in porta, assegna solo un calcio d’angolo. Resiste per quasi un quarto d’ora alla «pressione» dei tifosi in camicia nera, poi cede e ci ripensa: finirà 2-2, con i genoani che si rifiutano di tornare in campo per giocare i tempi supplementari. E il gerarca Arpinati, federale di Bologna e ras dello sport italiano sotto il regime fascista, convince Mauro a stilare un rapporto benevolo che, anziché produrre la partita vinta al Genoa per invasione di campo, porta alla ripetizione del match, il 5 luglio, a Torino. Sarà quella la sfida contrassegnata dai famosi colpi di pistola esplosi, dopo l’incontro, dal treno degli «ultrà» petroniani sul convoglio dei liguri. Tutto finì nella nuova «bella» disputata, in piena estate, nello stadio milanese di Vigentino, a porte chiuse, che il Bologna si aggiudicò con il doppio scarto (i rossoblù genove-i erano stati richiamati in extremis dalle spiagge). Mauro, primo anello di questa lunga e drammatica querelle, sarà poi commissario provvisorio della Figc nel ’43 per il Nord-Italia – quando riuscì miracolosamente a portare a termine il campionato di guerra – e nel ’45 per l’Alta Italia.

Con Ferruccio Novo è uno degli artefici della riunificazione federale del ’46. Dopo la guerra lo troviamo, di nuovo, sia vicepresidente della Federazione che presidente dell’Aia, nonché, dal ’56 presidente d’onore della Figc. La sua fortissima personalità s’impone anche a livello internazionale: vicepresidente della Fifa, capo della sua commissione arbitrale Fifa e del comitato organizzatore della coppa del Mondo 1934. Un unico rammarico: non ha mai avuto la presidenza effettiva della Federcalcio. Al suo nome è intitolato il premio, massimo riconoscimento per un arbitro italiano, che dal 1935-36 designa annualmente il miglior fischietto della stagione. La lunga, densa carriera dirigenziale non deve far dimenticare, infatti, che fu uno dei più bravi arbitri nell’era dei pionieri. Ma ha soprattutto il merito come presidente dell’Aia (prima elezione nel ’22) di aver dato all’associazione un segno di svolta, di maturità, di prestigio, di organizzazione e indipendenza: sotto la sua guida, nel ’24, si svolge il primo e finora unico sciopero degli arbitri, contro un regolamento che imponeva di tenere segreti i referti alla stessa Aia, in modo che le società potessero orchestrare a piacimento. Ancor oggi Mauro è considerato il «grande padre» dell’Aia.

Alberto Michelotti
Parma 15-7-1930

Nasce musicista, studia oboe al conservatorio, ma poco prima dei tredici anni deve smettere per la morte del padre: diventa apprendista in un’officina meccanica (con gli anni ne realizzerà una tutta sua). Pratica numerosi sport, è innamorato della lotta greco-romana, poi gioca a calcio, giunge in quarta serie, ma ventottenne è costretto a smettere dopo un violento scontro con mi avversario che gli rompe la clavicola. Spinto dall’amico e grande arbitro veneto Ferruccio Bellè (Premio Mauro 1948-49, 172 gare dirette in serie A) e da un dirigente arbitrale bolognesi, Franceschi, diventa una «giacchetta nera» e brucia le tappe. Mostrando subito un certo stile: un attaccante del Fornovo offende sua madre, lui prima di espellerlo lo manda ko con un gancio al mento. Vorrebbe dimettersi, ma Bellè lo convince a restare e a trentasei anni esordisce in B, a trentotto in A (14 apri le 1968, Napoli-Varese 5-0) e fa strada con una progressione prodigiosa. In 145 gare di A (dirige fino all’81, conclude a Napoli, dove aveva iniziato, con un’ovazione) e 86 gare internazionali (passaporto dal 1973) conquista e divide, senza mezze misure.

È l’esempio dell’arbitro che si fa vedere e sentire, che non le manda a dire a nessuno, fiero di essere un pupillo di Lo Bello (che lo vuole guardalinee con il figlio Rosario nell’ultima partita della carriera: la finale di coppa Uefa, 29 maggio 1974, vinta dal Feyenoord sul Tottenham Hotspur) e un grande sponsor di giovani come Luigi Agnolin. A lui (sarà Premio Mauro 1973-74) sono legati due episodi entrati nella storia del calcio. Il 12 marzo ’72 concede al Cagliari nel finale il rigore della vittoria per 2-1 sul Milan per quella che ritiene una gomitata di Anquilletti a Riva. Rivera si scatena contro Michelotti e il designatore Campanati: «È il terzo scudetto che gli arbitri ci rubano. Finché dura Campanati continuerà così». Il capitano rossonero è squalificato per due mesi e mezzo. Il 7 dicembre dello stesso anno dirige Roma-Inter; il giorno dopo un giornale di Roma apre con il titolone «Michelotti assassino», mentre altra parte della stampa gli fa i complimenti: concede nel finale all’Inter il rigore della vittoria per 2-1 dopo uno scontro Morini-Mazzola, facendo scatenare l’Olimpico. Ha scritto anche un libro dove sintetizza «il decalogo dell’arbitro perfetto che deve avere: disciplina, concretezza, chiarezza espositiva, lealtà, vitalità, presenza, empatia, autorevolezza, fermezza, intelligenza, slancio, maturità emotiva, motivazione». E stato presidente della Federazione pallavolo e dirigente dello Spezia calcio. Fa parte del Club dei 27, i fedelissimi verdiani del Teatro Regio di Parma.

Vincenzo Orlandini
Roma 30-8-1910 Roma 23-10-1961

Inizia l’attività arbitrale nel 1937, tre anni dopo è inserito nei ranghi della Can e nel ’46-’47 esordisce in serie A dove, complessivamente, ha arbitrato 235 partite che lo collocano al quinto posto assoluto di tutti i tempi dietro Concetto Lo Bello, Dattilo, Jonni e Scorzoni. Intensa e molto ricca anche la sua esperienza di internazionale. Come Barlassina e Luigi Agnolin, dirige gare in due fasi finali del campionato del mondo: nel 1954 in Germania negli ottavi Uruguay-Scozia 7-0 e in semifinale Germania Ovest-Austria 6-1; e nel 1958 in Svezia negli ottavi di finale Paraguay-Scozia (3-2 per i sudamericani). Inoltre arbitra anche due partite delle Olimpiadi romane del ’60 e precisamente Jugoslavia-Turchia e Francia-Ungheria. Premio Mauro come miglior arbitro della stagione 1950-51, si distingue per l’eleganza e la signorilità che riuscì a sposare con una certa inflessibilità dentro il rettangolo di gioco. Tra gli episodi più curiosi della sua lunghissima carriera si può ricordare ciò che accadde l’11 marzo 1956 a Roma. C’è grande attesa per il derby, ma una fitta nevicata fuori stagione rende impraticabile il terreno di gioco, tanto da costringere l’esterrefatto Orlandini a rinviare la partita. Altro episodio divertente: campionato ’51-’52, Fiorentina-Juventus. Contatto in area toscana tra Chiappella e Karl Hansen. L’arbitro fischia il rigore quando, nell’incredulità generale, il danese dichiara di essere caduto da solo e lui ritorna sulla decisione presa. Non l’avesse mai fatto: la Commissione arbitri decide di squalificarlo per quindici giorni, riaffermando il principio che un arbitro non può subordinare una sua valutazione alla testimonianza di un giocatore. Una squalifica di cui Orlandini andò sempre molto fiero.

Raul Righi
Modena, 11 novembre 1921 – Milano, 19 marzo 2013

Debutta diciassettenne, nel ’38, per non dispiacere al padre, arbitro pure lui, che pochi anni dopo muore senza riuscire a compiacersi della brillante carriera del figlio. Raggiunge la serie A nel corso della stagione 1948-49 con un Genoa-Venezia. Complessivamente dirigerà 140 partite nella massima divisione. Arbitro internazionale dal 1959-60, raggiunge l’apice con la designazione per le Olimpiadi eli Roma. Premio Mauro nella stagione ’63-’64, abbandona la carriera agonistica al termine di quella stagione, in polemica con i vertici arbitrali che gli hanno comminato una squalifica di tre mesi in seguito a una denuncia alla Disciplinare del presidente della sua sezione che aveva contestato, a lui e a tre colleghi, di giocare a carte – si narra di accanite partite a poker – nella sede Aia. Una carriera di tutto rispetto finita, quindi, prematuramente e tra non poche polemiche, nello stile del resto del personaggio, la cui attività è stata segnata da forti passioni. Non a caso era considerato un elegantone, per la mania di agghindarsi e curare l’abbigliamento in maniera impeccabile, e un grande conquistatore. L’episodio più turbolento che lo riguarda risale ai tempi della serie B quando, in coppia con Campanari, come guardalinee dell’arbitro Cipriani, rischia letteralmente la vita sul campo del Savona. I tifosi liguri inferociti invadono il terreno e cominciano a malmenare la terna arbitrale. Con le forze dell’ordine praticamente inerti, fu un provvidenziale intervento del guardiano dello stadio – che impugnò il revolver ed esplose in aria un’infinità di colpi – a salvare lui e i due compagni di sventura. Ma passa alla storia per aver organizzato uno sciopero degli arbitri contro il presidente della Juventus Umberto Agnelli che si era avventato contro Lo Bello: «Quell’arbitro non dirigerà più la Juve». La categoria pretese e alla fine ottenne la lettera di scuse di Agnelli al fischietto siciliano e a «ricusazione» cancellata decise di scendere in campo.

Antonio Sbardella
Palestrina (Roma) 17-10-1925 – Roma 14 gennaio 2002

La sua carriera arbitrale inizia nel 1950 dopo che due anni prima – grave infortunio con frattura di omero e clavicola – ha dovuto abbandonare la carriera di calciatore (era il portiere dell’Artiglio, in interregionale). L’esordio del fumantino arbitro romano è alquanto burrascoso e in un incontro tra il sindacato dei «fruttivendoli» e quello dei «mace lai e tripparoli» (campionato degli enti di promozione sportiva) manda ko con un diretto ben assestato un giocatori-reo di aver protestato troppo vivacemente. Il carattere focoso lo porta spesso al centro di episodi non troppo piacevoli: cinque espulsi della Turris nel match del ’56 contro la Reggina, con invasione di campo dei tifosi cani pani; assedio per ore a Livorno per aver steso un livornese solitario contestatore, nella sfida con il Monza; assedio a Palermo dopo la partita con il Napoli (i carabinieri decisero che il metodo più efficace per portare in salvo l’arbitro fosse il trasferimento via elicottero: atterrò a centrocampo). A otto anni dal debutto in B (Novara-Brescia), nel ’59 esordisce in A (Fiorentina-Atalanta) e nel ’64 sulla scena internazionale.

Complessivamente dirige 167 partite nella massima serie e ben 70 incontri internazionali, tra cui la finale per il terzo e il quarto posto ai mondiali 1970 (Germania Ovest-Uruguay). Un anno dopo conclude una carriera e ne avvia un’altra, altrettanto prestigiosa, come dirigente. Per tre stagioni, fino al ’74, è consigliere delegato della Lazio, con cui si laurea campione d’Italia. Poi, ricopre svariati ruoli all’interno della Federcalcio: è anche commissario per gli arbitri regionali (dal ’78 all’83) e presidente della divisione calcio a cinque (dall’89 al ’92). Dal ’92 è presidente del Comitato regionale Lazio della Lega nazionale-dilettanti. Nel 1966-67 ottiene il Premio Mauro. A una partita da lui diretta, Venezia-Inter del 16 aprile 1967 (2-3), è legata una frase che ha segnato la storia degli arbitri, proferita dal designatore, l’oculista veneziano Giorgio Bertotto: «Purtroppo gli arbitri soffrono di una sorta di sudditanza psicologica nei confronti delle grandi società». Ma il commissario arbitrale Passini promosse Sbardella e lo fece passare indenne dall’inchiesta federale subito aperta.