1978: Il Mondiale dei desaparecidos

Argentina 1978 Videla

Lo scrittore Jimmy Burns l’ha definito “il circo sportivo più politicizzato dai tempi delle Olimpiadi del 1936”. Un mese di follia collettiva, negli stadi a due passi dalle camere di tortura e con i soldati armati alle porte. E’ una vittoria dello sport, o la sconfitta di un popolo?


IL CALCIO E LA POLITICA IN ARGENTINA

L’Argentina è diventata un paese moderno nella seconda metà dell’Ottocento, grazie soprattutto agli investimenti della Gran Bretagna. I britannici portavano scuole e club in cui si giocava a polo, a tennis e a calcio, insegnando i valori del fair-play e della lealtà sportiva. Nel 1867 venne fondata la prima società di calcio in Argentina, il Buenos Aires Football Club, e nel 1891 venne lanciato il primo campionato.

Il calcio, che è uno sport “povero”, che richiede solo una palla, inizia a dilagarsi nei quartieri periferici della città, e nel 1913 il Racing Club di Buenos Aires, una squadra di soli calciatori argentini, vinse il campionato.Squadre come il Rosario, radicate nei barrios, nelle periferie urbane, garantivano anche un’istruzione ai ragazzi e fornivano supporto sociale. Erano già, molto prima che fosse riconosciuto il suffragio universale maschile, strutture ‘democratiche’, in cui si tutti i membri partecipavano alle elezioni per eleggere il presidente.

Il legame tra lo sport e la politica è sempre stato forte. I tifosi delle squadre, in cambio di biglietti omaggio per le trasferte, spesso si impegnano in attività politiche. Le curve diventano così ambienti politicizzati. I legami però sono sempre stati significativi anche a livello istituzionale. I presidenti della Federazione argentina, l’AFA, hanno mantenuto sempre contatti politici con i gruppi al potere, sia civili che militari. Un fenomeno che si è intensificato durante il primo periodo peronista, tra il 1946 e il 1955. Juan Peron era presente spesso sugli spalti e assicurava aiuti finanziari allo sport, mentre sua moglie Evita sponsorizzava i campionati giovanili di calcio

LA CRISI POLITICA DEGLI ANNI ’70

Rivolte studentesche, furti, rapimenti e uccisioni si succedevano con quotidiana regolarità nell’Argentina degli anni ‘70. L’11 marzo 1973 si tennero, a 10 anni dalle ultime, libere elezioni. Fu eletto presidente Hector Campora, un peronista di sinistra. Il presidente richiama Juan Peron dall’esilio in Spagna. Peron atterra all’aeroporto Ezeiza di Buenos Aires il 20 giugno 1973. Ad accoglierlo oltre tre milioni di persone.

Tra questi alcuni terroristi fedeli a Josè Lopez Rega, ex segretario personale di Peron, che lo aveva accompagnato durante l’esilio, che guidava la falange di destra dello schieramento fedele a Peron. All’aeroporto Ezeiza si scontrarono due gruppi terroristi: i Montoneros, di sinistra, che credevano di incarnare la visione social-rivoluzionaria del peronismo autentico, e la “Allianza Anticomunista Argentina”, o “Tripla A”, di Rega, di cui faceva parte anche Stefano Delle Chiaie, che aveva lavorato all’Operazione Gladio, ed è accusato di aver avuto un ruolo nellattentato di Piazza Fontana. La versione ufficiale parla di 13 vittime, ma il conto potrebbe essere più salato, anche se non è mai stata aperta un’inchiesta ufficiale sui fatti.

Nel luglio 1973 Campora si dimette, permettendo a Peron di vincere le nuove elezioni. Ma il suo regno dura solo un anno. Juan Domingo Peron muore d’infarto il 1′ luglio 1974; gli succede sua moglie, Isabela, su cui Josè Lopez Rega esercita un’influenza politica determinante. La democrazia ha i giorni contati. Isabela Martinez Peron viene rovesciata il 24 marzo 1976 da una giunta militare guidata dal generale Jorge Rafael Videla. E’ l’inizio della dittatura militare, il “Processo di Riorganizzazione Nazionale”.

L'allenatore dell'Argentina Menotti con Videla

L’allenatore dell’Argentina Menotti con Videla

FALLIMENTI E RINASCITE CALCISTICHE

Negli anni ‘60 le squadre e la nazionale argentina erano diventate famose per comportamenti eccessivamente duri, al limite della brutalità. L’apice internazionale venne raggiunto durante i mondiali del 1966. Al termine della gara persa con l’Inghilterra padrona di casa, nel sottopassaggio verso gli spogliatoi l’arbitro fu assalito e un ufficiale della Fifa coperto di sputi. Solo l’intervento congiunto di steward e poliziotti poi impedì ai giocatori argentini di penetrare nello spogliatoio avversario. Un semplice sfogo dovuto alla sconfitta o una risposta patriottica all’atteggiamento del tecnico inglese Alf Ramsey, che aveva impedito ai suoi giocatori di scambiare le maglie con gli avversari, etichettati come animali?

In ogni caso al ritorno in patria i giocatori furono accolti da eroi. Antonio Rattin, che era stato espulso nella partita contro l’Inghilterra, venne avvolto dalla bandiera nazionale.Nel 1970 però la nazionale albiceleste non riuscì a qualificarsi per i mondiali, e quattro anni dopo venne eliminata già al primo turno. Urgeva una rivoluzione. Urgeva un ritorno al calcio come bellezza, tipico della cultura argentina. L’uomo nuovo diventò Luis Cesar Menotti, “el Flaco”, lo smilzo, politicamente radicale, perciò lontano dalle idee politiche e dal progetto della giunta militare che prese il potere nel 1976.

LA GUERRA SPORCA

A tre mesi di distanza dalla presa del potere, la giunta militare argentina si incontrò ufficialmente con il segretario di Stato americano Henry Kissinger. Quest’ultimo diede il suo sostanziale appoggio alla cosiddetta “guerra sporca”, la politica di repressione e uccisione dei dissidenti politici messa in atto dalla giunta.I dissidenti politici, o sospettati tali, così come semplici cittadini che si ritenesse avessero idee anche blandamente di sinistra, venivano rapiti e sparirono per sempre.

Indagini ufficiali parlano di novemila “desaparecido”, ma il numero è certamente più alto: molti casi non furono infatti denunciati, e i registri sono stati distrutti. Come ogni dittatura, anche la giunta guidata da Videla impose uno stretto regime di censura sulla stampa, imponendo fortissime restrizioni alla libertà di parola. All’incontro con Kissinger partecipò il ministro degli Esteri argentino, l’ammiraglio Cesar Guzzetti, che nell’agosto del ’76 dirà all’Assemblea Generale dell’Onu: “La mia idea di sovversione è quella delle organizzazioni terroristiche di sinistra. Il terrorismo di destra non è la stessa cosa. Quando il corpo sociale di una nazione è contaminato da una malattia, forma degli anticorpi. Non si possono considerare questi anticorpi allo stesso modo dei microbi”.

Guzzetti e Kissinger si incontrarono il 10 giugno 1976, all’Hotel Carrera di Santiago del Cile. All’epoca già oltre mille persone erano sparite per sempre. Santiago è un’altra città simbolo: all’epoca il Cile era dominato dalla dittatura di Pinochet, e migliaia di dissidenti venivano torturati, massacrati e uccisi nello stadio della capitale. In quello stesso stadio dove pochi mesi dopo, a dicembre del 1976, l’Italia avrebbe conquistato la sua prima e unica Coppa Davis di tennis. Una spedizione, quella degli azzurri in Cile, molto avversata da Pci e Psi, che volevano imitare quanto fatto dall’Unione Sovietica per le semifinali, e boicottare la trasferta in una nazione sotto una dittatura golpista. La sede della federazione italiana di tennis fu devastata dai protestanti al grido “non si giocano volée contro il boia Pinochet”. Allo stadio di Santiago, per l’occasione addobbato con fioriere e le bandiere di tutte le nazioni partecipanti alla competizione, l’Italia alzò al cielo l’insalatiera.

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Jorge Rafael Videla tra Henry Kissinger e l’ambasciatore Raul Castro

PANEM ET CIRCENSES

A Buenos Aires Videla aveva ereditato un compito prestigioso e faticoso, organizzare i campionati del mondo di calcio del 1978. L’Argentina aveva ottenuto la candidatura nel ‘66, ma in dieci anni il contesto politico era decisamente mutato. L’evento sportivo sarebbe diventato uno strumento politico, per allargare le basi del consenso e legittimare l’immagine della nazione agli occhi dell’opinione pubblica interna e internazionale.Il Processo di Riorganizzazione andava avanti. I salari erano congelati, i sindacati aboliti, torture e uccisioni proseguivano; i giornali, sotto stretta sorveglianza, appoggiarono sostanzialmente il regime.

L’unica forma di opposizione era quella, silenziosa, che si ripeteva ogni giovedì sera davanti al palazzo presidenziale di Plaza de Mayo, a Buenos Aires. Lì, sotto la Casa Rosada, si riunivano le madri dei desaparecidos, che per mezz’ora percorrevano in cerchio, in silenzio, il perimetro della piazza. Per intimidirle, i militari avevano assoldato anche hooligans scelti tra i tifosi più violenti delle curve, le barras bravas. Ma l’opposizione silenziosa, iniziata il 30 aprile 1977, continuava, e il mundial si avvicinava.

La nazione fu invasa da manifesti con lo slogan “25 milioni di argentini giocheranno la Coppa del Mondo”; il mondiale era l’occasione per distogliere il mondo dalle violenze e dalle violazioni dei diritti umani. Il generale Omar Actis, a capo del comitato organizzatore della manifestazione, assunse una società americana di pubbliche relazioni, la Burson & Marsteller, per mostrare al mondo la faccia migliore possibile della nazione.

A pochi mesi dal fischio d’inizio venne lanciata l’Operazione “El Barrido”. Furono rasi al suolo i quartieri malfamati alla periferia di Buenos Aires, e gli abitanti evacuati nella provincia di Catamarca. A Rosario, lungo il viale principale, per nascondere la povertà delle periferie, venne eretto un muro con immagini dipinte di belle case.

Le persecuzioni si intensificarono. Vennero arrestate oltre 200 persone al giorno per evitare che parlassero con i giornalisti stranieri e svelassero le verità nascoste del regime.Perché l’obiettivo della dittatura potesse dirsi realizzato, era indispensabile che l’Argentina vincesse la coppa. Per questo motivo la giunta militare confermò alla guida tecnica “el Flaco” Menotti. Racconta Osvaldo Ardiles: “Nessuno poteva criticare il governo. Era ovvio che Menotti non la pensasse come i militari, e senza dubbio molte volte hanno pensato di sostituirlo. Ma era considerato la sola chance di vincere i mondiali, perciò lo tolleravano”.

Ispiratore della rinascita della nazionale argentina, Menotti era diventato, malgré lui, uno strumento del regime. I generali e gli oppositori volevano la stessa cosa, la coppa con le ali, e su Menotti si erano riversate le speranze di un’intera nazione.Dopo una prima fase non pienamente convincente, iniziata con la sconfitta contro l’Italia, l’Argentina si qualifica per il girone di semifinale con Brasile, Polonia e Peru. Per favorire le televisioni, le partite dell’ultima giornata non si giocano in contemporanea. L’Argentina perciò sa che gli basta battere il Peru con almeno quattro gol di scarto per arrivare alla finale. Quella partita passerà alla storia come la marmelada peruana.

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La cerimonia di inaugurazione di Argentina 78

LA MARMELADA PERUANA

Argentina-Peru è una delle partite più contestate di tutta la storia del calcio. I primi sospetti di combine emergono già alla lettura delle formazioni. In porta per il Peru c’è infatti Ramon Quiroga, detto “el Loco”, il pazzo. Quiroga in realtà è argentino, è stato naturalizzato peruviano un anno prima del mondiale, ed ha giocato tra il 1969 e il 1973 per il Rosario Central, nello stadio in cui si disputa la semifinale. L’Argentina vince 6-0 e si qualifica alla finale contro l’Olanda.

Anni dopo Quiroga ammetterà la combine, ma i lati ancora da chiarire sulla vicenda sono ancora molti. Negli anni seguenti uno dei giocatori chiave della nazionale peruviana Josè Velazquez, aveva portato alla luce strani episodi che avevano animato la vigilia, compresa la visita negli spogliatoi del capo di Stato argentino, il generale Jorge Videla, in compagnia del segretario di Stato americano Henry Kissinger. Visita alla quale fece seguito la scelta del tecnico di reintrodurre in formazione il portiere Quiroga, inizialmente escluso. Inoltre, il giornalista Tim Pears, in un dettagliato articolo apparso su “The Observer Sport Monthly” rivela che prima della partita il governo argentino argentino regalò un milione di tonnellate di grano al Perù e venne aperta una linea di credito di 50 milioni di dollari.

Da chi arriva quel denaro? Stando alla confessione del figlio di un boss, dal cartello dei narcotrafficanti colombiani di Cali. Nel suo libro “El hijo del Ajedrecista 2” (“Il figlio dello Scacchista 2”), Fernando Rodriguez Mondragòn, figlio di Gilberto Rodriguez Orejuela, aggiunge altre tessere al puzzle della partita. Suo padre, uno dei boss più potenti della narcomafia colombiana, assieme allo zio Miguel, avrebbero portato una quantità imprecisata di denaro alla squadra peruviana, per corromperla garantendo la qualificazione alla finale della nazionale di casa.

LA FINALE

Ci sono ottantamila persone stipate sulle tribune dell’Estadio Monumental di Buenos Aires il 25 giugno del 1978. E’ il giorno della finale del campionato del mondo. In tribuna d’onore Videla e la sua giunta, i “militari che si fregiarono con cimiteri di croci sul petto”. Accanto a loro Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, di cui era membro anche Lopez Rega, e il cui “Piano di Rinascita Democratica” riecheggiava molto da vicino “El Proceso” di Videla.

Ma Menotti ai suoi giocatori, prima di entrare in campo, chiede di non voltarsi verso i generali, chiede di guardare verso i macellai, i panettieri, gli operai, i tassisti, verso tutta la gente che aspetta il trionfo. E trionfo fu, anche grazie alla direzione contestata dell’italiano Sergio Gonella, che dopo quella partita scelse di non arbitrare più. Finì 3-1 per l’Argentina dopo i tempi supplementari, Videla aveva vinto.

Le urla di gioia che provenivano dallo stadio arrivavano certamente fino alle finestre dell’”Escuela de Mecanica de la Armada”, uno dei centri di tortura del regime. Da qui sono passati circa 5000 detenuti, oltre il 90% dei quali è scomparso dopo giorni di torture e umiliazioni disumane. I pochi superstiti raccontano che qui, come negli altri campi di concentramento, come il Garage Olimpo, le torture si interrompevano durante le partite della nazionale. Anche i voli della morte, con cui i detenuti politici venivano gettati giù da un aereo, nudi, in pieno oceano. I condannati festeggiavano i gol come una catarsi, ma al 90’ l’orrore riprendeva come se niente fosse successo.

Ci sono davvero 25 milioni di mani sulla coppa con le ali, oltre a quelle dei giocatori che fecero l’impresa e che avevano amici o parenti nella lista dei desaparecidos. C’erano anche le mani delle madri di Plaza de Mayo, che hanno rivelato a Simon Kuper, autore di Calcio e potere: “Grazie al mondiale tutto il mondo ha conosciuto la nostra storia”. Si è realizzato almeno in parte lideale dei Montoneros, che avrebbero voluto trasformare il mundial in una gigantesca conferenza stampa per informare il mondo delle sofferenze del popolo argentino.

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Kempes e Luque

RESTA UN DILEMMA

Menotti, con il suo calcio fatto di bellezza ed eleganza, ha aiutato il regime portando la nazionale alla vittoria, o si è opposto alla dittatura facendo trionfare la bellezza sulla forza? Una cosa è certa, quella notte di giugno c’è una sola bandiera che sfila per le strade di Buenos Aires. Portata in trionfo dai calciatori, artefici di una vittoria e strumento di un regime.

Così Ardiles svela a Tim Pears i suoi sentimenti:”Stavamo disputando la finale nello stadio del River Plate, e a tre-quattrocento metri c’era la scuola della di meccanica navale. Solo dopo abbiamo scoperto che era il principale centro di tortura della marina. E penso, quando segnavamo, tutti ci potevano sentire. Le guardie magari dicevano ai prigionieri ’stiamo vincendo’, è così che probabilmente glielo riferivano. Non dicevano ’L’Argentina sta vincendo’ ma ’noi stiamo vincendo’. Uno è l’aguzzino, l’altro la sua vittima. E poi penso, ’coloro che erano imprigionati come si sentivano, felici o tristi?’. In un certo senso erano felici perché erano argentini, e stavamo vincendo la Coppa del Mondo per la prima volta nella nostra storia. Meraviglioso. Ma sapevano che quella vittoria significava che la dittatura militare sarebbe durata ancora a lungo. Che non sarebbero stati rilasciati. Cosa hanno provato in quei momenti?

testo di Alessandro Mastroluca

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