ARISTIDE GUARNERI: IL CALCIO AI TEMPI DEL MAGO

«Prima mi divertivo, con Herrera sono diventato un vero professionista. Ho esordito in Nazionale contro il Brasile di Pelè. e ho fatto un solo gol in azzurro, a Jascin. Il massimo»


Aristide Guarneri ha giocato dieci anni nell’Inter e uno nel Bologna. Ha vinto tre scudetti con la Grande Inter di Helenio Herrera detto il Mago. Ha perso uno spareggio contro il Bologna del dottor Fulvio Bernardini detto Fuffo. Poi al Bologna si è trasferito, una sola stagione, 1968, ed è diventato campione d’Europa con la nazionale. Aristide era bello, alto e forte e parlava il dialetto cremonese. Era un stopper gentiluomo che giocava d’anticipo. Era, scrivevano i giornali, un «elegante baluardo della difesa dell’ Inter mondiale». Quella difesa è rimasta nella memoria ed è diventata nenia, scioglilingua, formula magica: Sartiburgnichfacchettitagninguarneripicchi. Ora è osservatore dell’ Inter, vive nel centro di Cremona, in un palazzo rosa con la sua bellissima famiglia.

Il suo appartamento è all’ultimo piano. Apre il frigorifero: «Lo vuole un ginger?». La cagnetta Maggie abbaia furiosamente e mostra i denti. Aristide sorride e l’accarezza: «E’ gelosa, questa è l’ora del gioco» Il divano grande, la cagnetta sul divano, la tv accesa, mobili sobri, moltiquadri, molte foto. E medaglie, muri pieni di medaglie. Aristide ha conservato il suo ricco passato. Medaglie, piatti, coppe, trofei in fila. «Molte sono del presidente Angelo Moratti. Questa, questa e questa. E anche questa, ce le ha date lui. E questi sono gli ambrogini. Sa, quando si vinceva la coppa dei Campioni il sindaco ci regalava gli ambrogini d’oro».

Le pareti di casa Guarneri luccicano. «Ho guadagnato bene all’Inter. E poi al Bologna e al Napoli. Sono stato un buon giocatore. Anche fortunato. Ho esordito nell’Inter e abbiamo vinto otto a zero con cinque gol di Angelillo. Contro la Spal. Dall’altra parte c’era il mio amico Saul Malatrasi di Rovigo che ha poi vinto una coppa Intercontinentale con noi e una con il Milan. Ho esordito in Nazionale contro il Brasile di Pelè. Eh, Pelè, il più bravo di tutti. Ho fatto un solo gol in azzurro, a Jascin. Il massimo».

Racconta le sue prime volte. A Como: «L’allenatore era l’argentino Ugo Lamanna, molto serio, forse esagerato. Mi ha aiutato a diventare uomo. Mi ha fatto giocare in un’amichevole quasi per caso. Non sono più uscito…».
Ride e spiega come è entrato nel giro dei titolari: «Como era una città piena di tentazioni, il lago, le belle ragazze, la possibilità del divertimento. Eravamo nel 1957 e i ritiri dovevano essere ancora inventati, al sabato sera tornavamo a casa con la corriera e il treno. Tre però avevano la macchina e, naturalmente, la patente. Sa cosa faceva Lamanna? Si faceva consegnare le patenti, così era sicuro che non sarebbero usciti in macchina per le strade del lago in cerca di compagnie. Uno se l’è tenuta e l’allenatore lo ha lasciato fuori. Così sono entrato, sono stato confermato e ho cominciato a guadagnare i primi soldi…».

«Io sono stato povero, molto povero. Facevamo la fame, mio padre Giuseppe era uno scultore…». Si alza: «Vede quel busto di bronzo? Sono io a cinque anni. Ai tempi della guerra non ne vendevi mica tanti. Anzi, te li portavano via. Oro e ferro alla Patria. In casa avevamo una bicicletta, serviva soprattutto a papà per andare a caccia e portare a casa fagiani e lepri. Con quelli ci sfamava, se non c’era lui con la caccia, con il bronzo mangiavi poco… Ogni tanto veniva qualcuno a chiedere ferro, lui nascondeva, legava la bicicletta sotto il letto. Vita agra, anche dopo la guerra. Papà faticava ad andare avanti e a quattordici anni sono andato a lavorare con mia sorella che aveva una bancarella di verdure».

La cagnetta Maggie continua ad abbaiare e a grattare la porta: «Vuole uscire. Andiamo, la porto a giocare in cortile». Maggie corre con la palla e Aristide parla della sua carriera, dell’Inter, dei primi momenti, del passaggio da terzino a stopper. «L’allenatore era il dottor Giulio Cappelli, in un derby lo stopper Cardarelli si era fatto fare quattro gol da Altafini e uno l’avevo salvato io sulla linea. Cappelli disse ad Invernizzi: “Non posso ripresentarmi a San Siro con Cardarelli, i tifosi ci mangiano. Giochi tu, Invernizzi”. Lui era titubante: “Dutur, metta stopper il Guarneri, è giovane e svelto e sa marcare bene”. Diventai il centrale della difesa».

Ricorda i ritiri estivi prima dell’arrivo di Helenio Herrera: «Si facevano molti giri di campo senza pallone. Ce n’erano pochi: una decina, tre nuovi bianchi e neri, tre usati e quattro sformati, spelacchiati perché avevano preso la pioggia. Correvamo tutti a prendere quelli buoni. Una gara. Poi è arrivato il Mago e ha portato il professionismo. Primo giorno di allenamento, trenta palloni nuovi di zecca, più di uno a testa e subito la partitella. Ah, che meraviglia…».

«Herrera ha cambiato le nostre vite e il nostro modo di fare calcio. Era furbo, astuto, istrione, motivatore. Incontravi il Real Madrid e a Burgnich diceva: “Non preoccuparti di Gento, è velocissimo. Ma solo nei primi minuti, poi piano piano lo prendi”. Difendeva i giocatori. Sempre, davanti a tutti. Chiudeva gli spogliatoi, ci faceva allenare dentro, preparava la partita, non voleva che nessuno ci vedesse».

Una domenica giocano contro la Juventus. Racconta Aristide. «Siamo tutti dentro, sudati per il riscaldamento. Bussano alla porta. Il Mago chiede: “Chi è?”. “Sono Niccolò Carosio”. “Ah, e cosa vuoi?”. “Fammi entrare…”. Herrera apre piano la porta: “E allora?”. Carosio si toglie il cappello: “Mi serve la formazione…”. Il Mago lo squadra sospettoso: “Perché devo dartela? Perché?”. “Lo sai, Helenio, per la telecronaca, la registriamo subito, va in onda alle sette”. Il Mago sempre più guardingo: «La Juve te l’ha data la formazione?”. Niccolò sorride soddisfatto e gli mostra un foglio scritto a mano: “Eccola”. A quel punto Helenio gli strappa il foglietto se lo mette in tasca e chiude la porta in faccia a Carosio: “Grazie, amigo”. Poi con un ghigno: “Vediamo come giocano questi…”».
Il Mago ha trasformato la storia dell’Inter e di Aristide.

Testo di Germano Bovolenta

LA SCHEDA

Aristide Guarneri (Cremona, 7 marzo 1938).
Iniziò a giocare nel Como come terzino destro. Fu Helenio Herrera, al suo arrivo, a trasformarlo in stopper. Per anni formò nella Grande Inter, al fianco di Armando Picchi, la più forte coppia di centrali degli anni ’60. Esordì con i neroazzurri il 10 ottobre 1958 nella gara vinta per 8-0 contro la Spal, diventò presto un titolare insostituibile. Vinse con l’Inter tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Lasciò i nerazzurri nel 1967 per giocare una stagione al Bologna e poi una a Napoli. Chiuse la carriera ancora con l’Inter. Passato alla Cremonese nella stagione 1970-71 diventò allenatore della Beretti con la quale conquistò lo scudetto di categoria nel 1974. Esordì in nazionale il 12 maggio 1963 nella partita vinta per 3-0 contro il Brasile. In maglia azzurra disputò 22 partite (con una presenza ai mondiali del 1966 e la partecipazione ai vittoriosi Europei del 1968).