Autogol: la madre di tutte le beffe

Dal 1998 la FIFA ha drasticamente fatto diminuire il numero delle autoreti assegnando il gol all’autore del tiro. Ma resteranno per sempre memorabili certi harakiri del pallone.


E’ il peggiore castigo per un calciatore: battere il proprio portiere. E se sulla “madre di tutte le beffe” qualcuno ha saputo costruire, con un pizzico di sana ironia, la propria fama, c’è stato anche chi ha pagato l’infortunio sul campo nella maniera piu’ tragica: con la vita

C’è un sole da deserto western, quel 22 giugno a Pasadena. I cronisti hanno la testa dentro scatoloni per non friggere ed evitare i raggi abbaglianti sullo schermo del computer. Nelle tribune affollate come un suk, anche il tifo è ben caldo. La Colombia di Valderrama, Asprilla e Rincon, mai come stavolta così piena di ambizioni, ha già perso contro la Romania e ora si gioca con gli Stati Uniti le ultime chance per conquistare gli ottavi di Usa ’94. Grazie alla tecnica superiore, sembra tenere in pugno la gara. Al 29′, però, Harkes mette nell’area sudamericana forse un tiro, forse un cross, insomma un qualcosa di poco pretenzioso. Andrès Escobar sta per respingere, ma scivola e in spaccata infila la sua porta come un centravanti consumato. Disperazione. Sua, dei tifosi e della squadra, che non riesce a riprendersi e perde.

Il giorno dopo alcune foto lo ritraggono appoggiato a un muro della hall nel ritiro, solo e con la testa bassa. E’ l’immagine dell’ ex “Colombia dell’allegria” che rimette le sue ambizioni in valigia. Un’avventura sognata trionfale e finita malissimo, ma nessuno in quel momento può immaginare quanto. Dieci giorni dopo, nella sua malfamata Medellín fa ancora piu’ caldo che a Pasadena. Escobar esce da un ristorante alla moda e vede tre uomini e una donna venirgli incontro. Forse pensa: “I soliti tifosi che mi copriranno d’insulti”. Invece uno di loro ironizza solo: “Grazie per il gol”. E l’ultima cosa che Andrè sente non sono insulti, ma 12 colpi di mitraglietta.

Il dramma di Escobar

Si sospetteranno come moventi il cartello della droga, un banale litigio e le scommesse della mafia sul Mondiale. La scoperta dell’assassino, Humberto Munoz Castro, e il processo che lo condanna a 43 anni di carcere portano invece alla conclusione più surreale, da cattiva letteratura sudamericana. Così, la vita di Escobar l’antieroe finisce per un calcio sbagliato, finisce con una perfida nemesi per lui che era stato, anche, un eroe grazie al suo unico gol (nella porta giusta) contro l’Inghilterra a Wembley.

Quella di Escobar, per fortuna, è l’unica finita in tragedia. Al massimo, se la partita di calcio è una rappresentazione teatrale, l’autogol è il dramma personale che getta nello sconforto l’autore e cambia il corso degli eventi. Ma è anche il gesto maldestro e inaspettato che fa ridere da matti. E’ una parola che il linguaggio comune ha preso a prestito come metafora di errore fatale o di gaffe tremenda. A volte è un tatuaggio, impossibile rimuoverlo. Può diventare persino una “specialità ” che rende famosi.

Salvadore: 2 autoreti in due minuti

Ma per un giocatore è sempre e soltanto una cosa: il peggio che possa capitare. Non solo ti stronca la psiche per il tempo di una gara o di una stagione o chissà quanto, spesso ti danneggia la carriera. Ne sa qualcosa Sandro Salvadore che a Madrid, il 21 febbraio 1970, “buca” due volte (in 2 minuti!) Dino Zoff consentendo alla Spagna di pareggiare con l’Italia. Allo juventino il doppio “infortunio” costa il posto al Mondiale in Messico. Valcareggi non si fida più, e s’inventa Cera libero.

Moreno Ferrario non ci ha dormito per molte notti, sapendo che quell’errore ha forse cambiato l’esito di un campionato. A cinque giornate dalla fine, il suo Napoli è in testa alla classifica. C’è il Perugia al San Paolo, ma il Ciuccio non riesce a segnare. Ferrario sì: devia un cross di Di Gennaro, infila giusto l’angolino di Castellini. Finisce 0-1. La Juventus vince, compie il sorpasso e non viene più ripresa. La moglie di Ferrario sdrammatizza: “Per un giorno è uscito dall’anonimato“. Lui non ride e sogna implacabili replay: “Chiudevo gli occhi, ma rivedevo sempre quel cross e il mio tiro che finiva in rete. L’ho fatta grossa“. Si è ripreso, molto tempo dopo.

Ma se sei un artista del gesto, puoi prenderla con filosofia, anzi costruirti una carriera alternativa. Comunardo Niccolai ne ha fatte di stupende: in rovesciata, di collo pieno, di testa, come quella famosa in un Juve Cagliari 2-2, Anni 70. Lui apre le danze nella sua porta, per fortuna Riva e compagni raddrizzano la situazione. C’è di mezzo lo scudetto. Nei momenti allegri se la rideva: “I miei gol fanno invidia agli attaccanti, tanto sono belli“. In altri diceva: “Non è facile giocare quando la squadra avversaria non segna e i suoi tifosi cantano: “Niccolai, pensaci tu“.

Per l’immaginario collettivo è appunto Niccolai il re degli autogol, anche se ne ha fatti solo sei e Riccardo Ferri due di più. A volte altrettanto belli: come in un derby, quando, terrorizzato da Gullit, lo anticipa e di testa fa il pallonetto a Zenga. L’ottava “meraviglia” è memorabile, anche per il contesto: svirgolata su una punizione contro la Juventus nel ’94, decisiva. E lui che dice: “Avrei preferito rompermi tibia e perone, piuttosto“.

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Famosissime e autoreti di Comunardo Niccolai

Ferri si consoli: oggi qualche autorete gliela toglierebbero. Il tocchetto maligno che spiazza il portiere, la deviazione decisiva, e vistosa, non conta più. Impossibile quindi superare il record del Catania: 4 autogol nella stessa partita, contro l’Inter (5-0) nel 1961. Catania che 26 anni dopo replica, in B, con il Lecce buon socio: 2-2, nessuno segna nella porta giusta. Niccolai sarebbe d’accordo sulla rivalutazione delle autoreti. Ci sembra di sentirlo: “Valgono solo se capolavori, come le mie”. Invece, voterebbe contro il napoletano Biagio Zoccola. Chi è? Il primo “autogollista” del campionato a girone unico. Il 6 ottobre 1929, con un piedino inserito nella traiettoria di una punizione dello juventino Cevenini III, è entrato nella storia.

NICCOLAI: AUTOGOL DI QUALITA’

In fondo, è grazie a quei “tiri indietro” che la gente si ricorda ancora di me” Quando Comunardo Niccolai iniziò a giocare a pallone era magrissimo e tutti lo chiamavano “agonia”. Stopper, dal ’64 al ’76 giocò a Cagliari, vinse lo scudetto e indossò anche la maglia azzurra in Messico. Ma tutti lo ricordano per le clamorose autoreti. Non a caso Niccolai era il “re degli autogol”.
Credo di averne segnati 5 o 6“, racconta oggi l’interessato, dal 1982 tecnico federale. “Forse quello di Bologna fu più bello degli altri: evitai anche il portiere, Albertosi, e feci un gol da attaccante puro. Ne segnai uno anche nella “partita scudetto” contro la Juventus, uno a Catanzaro nella 300ª gara arbitrata da Concetto Lo Bello, uno a Perugia, uno contro la Roma e uno a Firenze, ma quella volta non avevo davvero nessuna colpa perchè il portiere, al posto di parare, abbassò il braccio e la palla mi rimbalzò addosso. D’altra parte, i miei interventi erano spesso un pò spericolati e capitava che arrivassi sulla palla scoordinato. Ricordi particolari? Un giorno uno mi chiese: “Come va?”. E io: “Si tira avanti”; intervenne il dottor Fronzi, medico della squadra: “Mi sembra che tiri indietro, te!“. Sono passati piu’ di trent’anni, ora ci rido su, ma allora quegli autogol erano un dramma, sembrava ne segnassi 10 a stagione… Però feci anche 4 reti dalla parte “giusta”, di cui una contro la Fiorentina: nella porta viola c’era Albertosi… Certo, mi piacerebbe essere ricordato per il Mondiale ’70, per lo scudetto a Cagliari o per la carriera da allenatore, ricca di soddisfazioni. Ma l’importante, in fondo, è essere ricordati: grazie agli autogol, la mia fama va al di là di quella di altri colleghi molto piu’ bravi di me“.

RICCARDO FERRI: AUTOGOL IN QUANTITA’

Nella vita si fanno cose belle e altre meno belle“, dice Riccardo Ferri, 13 stagioni e 8 autogol in nerazzurro, “e mi dà fastidio che della mia carriera si metta in risalto solo la parte negativa. Ho giocato 15 anni in A segnando 6 reti, ho collezionato 45 presenze e 4 gol in Nazionale, alleno nel settore giovanile dell’Inter, eppure si sottolineano sempre le mie autoreti. In fondo, si trattava di episodi e tanti altri campioni hanno segnato nella porta sbagliata… Però quella nel derby ’87-88, in cui giocai molto bene, mi è pesata più delle altre. E’ chiaro: le gare contro il Milan erano sempre importanti. Ricordo benissimo: cross di Evani da sinistra con la palla che finisce tra Gullit e un altro giocatore, l’appoggio morbido a Zenga che esce dai pali senza “chiamare palla” e che tenta il recupero quando la sfera ha ormai oltrepassato la linea di porta… Bè, a volte ero un pò ingenuo e impulsivo, arrivavo sulla palla scoordinato, guidato dalla frenesia o dalla velocità dell’attaccante. Dopo un autogol mi sentivo un pò solo, anche se i miei compagni sdrammatizzavano, sapendo che il primo a capire l’errore è proprio l’interessato. Ma tutti sbagliano, anche chi pensa di essere infallibile. Vorrei che ci si ricordasse di me per un altro record che forse detengo e di cui nessuno parla. Al debutto in azzurro contro Malta, per le qualificazioni all’Europeo dell’88, segnai subito un gol“.
Dedicato agli amanti delle statistiche: Riccardo Ferri ha vinto una coppa Italia, uno scudetto, una Supercoppa italiana e due coppe Uefa. E poi, quanti stopper hanno fatto rete (nella porta giusta) al loro esordio in Nazionale?

Cosa dice la FIFA

Sembrerà strano, ma il regolamento del calcio non si esprime sulle autoreti. Pochi lo sanno, ma l’arbitro non deve, come nel caso di ammonizioni ed espulsioni, annotare sul suo taccuino gli autori dei gol e, di conseguenza, le autoreti. A partire dal Mondiale ’98, Fifa e Uefa hanno introdotto direttive per diminuire drasticamente il numero delle autoreti e assegnare il gol all’autore del tiro, al fine di compilare classifiche per premiare i marcatori, pur non codificando i criteri in una regola.

Da allora è sempre stato privilegiato chi tira. Per cui è autogol soltanto il clamoroso errore dell’ estremo difensore che indirizza la palla nella sua porta oppure del giocatore che, quasi coscientemente, infila il proprio portiere, per esempio con un colpo di testa o di piede su cross.