Edmondo Berselli: Storia di un altro calcio in tv

Edmondo Berselli e il mondo perduto: “Sono parte della memoria individuale e collettiva, tutte queste figurine, proprio perché siamo stati costretti a ricordarle, e il ricordo, come il sogno, è più forte della realtà”

Adesso nelle famiglie c’è la corsa a dribblare anticipi, posticipi, partite domenicali, Champions,
Uefa, Coppa Italia: e quindi solo uno sprovveduto può stupirsi per le tribune sparute degli stadi della serie A, o rattristarsi per certi match serali della B, sotto luci da funerale e su terreni dissestati.

Non esiste da sempre, l’inflazione da pallone. La magia del calcio degli anni Cinquanta e Sessanta era piuttosto un sortilegio dell’astinenza: ve lo dice uno che a neanche tre anni recitava la formazione del Milan del “Gre-No-Li”, ma anche di Carletto Annovazzi, e che ha cominciato a fare il tifo nei secondi Cinquanta. Ossia quando gli stadi della serie A li vedevi il giorno dopo nelle foto sulla Gazzetta o su Stadio: nella bella stagione, una festa popolare di camicie bianche, l’immagine di un interclassismo favorito dalla passione. Ma in televisione, niente. Insomma, quasi. Mentre Lascia o raddoppia rivoluzionava i comportamenti sociali, il giovedì sera le canoniche e i tinelli si riempivano di fedeli tiepidi e di vicini impiccioni, il calcio era dato in modica quantità. Quarantacinque minuti la domenica.

Sicché prima dell’ora fatidica, intorno alle 19, è ancora indimenticabile la sensazione struggente di incertezza, in attesa che la Rai decidesse qual era la partita affidata alla cronaca di Carosio.
Nel 1961-62 i sedici episodi per la Tv dei ragazzi delle due serie della Nonna del Corsaro nero, con Anna Campori e Pietro De Vico nella parte del balbuziente nostromo Nicolino, hanno rappresentato per molti, grandi piccini, un piccolo antidoto all’impazienza. Un ansiolitico.
“Un doppio urrà per Nonna Sprint, la vecchia ch’è più forte d’un bicchiere di gin”. Ma allorché Nicoletta Orsomando appariva sul teleschermo per sciogliere l’enigma, il momento era effettivamente stregato: Signore, fà che diano il derby.

Ecco allora, nel bianco e nero della tv d’antan, cose che con la televisione disumana di oggi non sipuò nemmeno immaginare. Non c’era replay e non c’era moviola, quindi era richiesta un’attenzione mistica. Altrimenti durante un classico Bologna-Inter di quegli anni si rischiava di perdere per sempre una “foglia morta” di Mariolino Corso, oppure un suo gol ottenuto dopo un dribbling romantico e infinito, come pure le reti algide di Harald Nielsen.

Ci voleva una concentrazione ossessiva per apprezzare la regia del milanista Dino Sani, un geniodella tattica, «uno zio, un signore pelato» (dice il Dizionario del calcio italiano) che conosceva a priorilo sviluppo dell’ intera partita, in ogni sua fase. Già, sono rimasti incisi nel catalogo della memoria, i protagonisti di allora, perché ogni loro apparizione era rara e preziosa. Per questo i ragazzini imparavano a memoria le formazioni. Alé, fuori il quintetto d’ attacco del Bologna: Perani, Bulgarelli, Nielsen, Haller, Pascutti. Il Real Madrid: Amancio, Del Sol, Di Stefano, Puskas, Gento. Ancora meglio che fare la raccolta Panini: Jair, Mazzola, Peiro, Suarez, Corso.
Anche le partite di Coppa dei Campioni erano rarissime: per cui risulta a suo modo mitologica la finale di Wembley del Milan contro il Benfica nel 1963, non solo perché il “coniglio” Altafini sbanca il torneo, ma per l’intensità spaventosa e il ritmo disumano degli atleti in certe fasi dell’incontro. Poi rifiatavano, certo: ma Eusebio e Rivera non erano umanoidi costriti dagli allenamenti in palestra, dalla pesistica o da chissà che altro.

Se adesso gli si dice che era un calcio slow, un ballo lento, si incazzano: come ha spiegato Sandro Mazzola, e ha glossato l’abatino Rivera, citando Liedholm, «noi saremo stati lenti, ma la palla viaggiava veloce, altroché».E difatti, se uno guardava certe indistinte partite in qualche grigio campo europeo, certe grigie sere invernali, quando era grigio anche il pallone, e sfumature di grigio gli atleti, poteva vedere l’ombra di Luisito Suarez produrre il suo lancio inesorabile “da quaranta metri” verso l’ala destra, il velocissimo mulatto Jair Da Costa; o anche un minuetto danzato da “Mazzolino” per andare a depositare il pallone in rete, dopo avere saltato con l’eleganza del ballerino quattro difensori avversari, ungheresi o comunque mitteleuropei, sarà stato il Vasas, sarà stato il Ferencvaros.

Esistono tutti, gli dei maggiori e minori dell’Olimpo calcistico di quel paio di decenni, in quanto noi non li abbiamo potuti vedere. E quindi li abbiamo fissati per sempre a una loro caratteristica, un loro prodigio, una loro mania. Ho visto Omar Sivori, nella nazionale italiana, infilare dodici tunnel ai mortificati difensori israeliani. Nereo Rocco fare il saluto romano all’arbitro Lo Bello, per dargli del duce. Helenio Herrera uscire umiliato dallo stadio di Liverpool, dove sulle tribune esultavano i primi epigoni dei Beatles. Il gol di Pietruzzo Anastasi che riscatta con una girata brasileira la seconda rubacchiata finale degli Europei del 1968 contro la Jugoslavia. Sono parte della memoria individuale e collettiva, tutte queste figurine, proprio perché siamo stati costretti a ricordarle, e il ricordo, come il sogno, è più forte della realtà.

Se tanto ci dà tanto, chiediamoci pure che cosa resterà del calcio di questi anni Duemila. Il sillogismo è semplice. Dato che vediamo tutto, che vediamo troppo, non ricorderemo niente. E questo è il verdetto peggiore, per il calcio stravisto di questi campionati che infuriano in tv: destinati a non lasciare traccia, memoria, e forse neppure rimpianto. Perché vuoi mettere con Sarti, Burgnich, Facchetti. E Bedin, e prima Zaglio, e “Maciste” Bolchi (mai visti giocare, Zaglio e Bolchi: ma dovevano essere fenomeni).

Edmondo BerselliRepubblica  27 novembre 2004