LUCIANO BIANCIARDI
Il fuorigioco mi sta antipatico

Riproposta per la prima volta completa la corrispondenza con i lettori che Bianciardi tenne dal 1970 al giorno della sua morte sul Guerin Sportivo diretto allora da Gianni Brera.


Beh, che libro è questo inedito di Luciano Bianciardi, Il fuorigioco mi sta antipatico? La domanda non è di quelle oziose, se non altro perché Il fuorigioco mi sta antipatico, che raccoglie le gustosissime e provocatorie risposte di Bianciardi ai lettori del “Guerin Sportivo” tra l’estate 1970 e il novembre dell’anno successivo (quando la popolare rubrica fu interrotta per l’improvvisa quanto annunciata morte dello stesso Bianciardi), è senz’altro un libro sui generis: libro-dialogo composto a quattro mani, potremmo dire, proprio coi lettori della nota testata sportiva.

Varrà la pena ricordare che a quei tempi il “Guerino” era diretto dal mitico Gianni Brera, romanziere di vaglia ancor prima che giornalista sportivo. Non mancavano certo i tormentoni sportivi del momento (soprattutto ma non soltanto calcistici): lo scudetto del Cagliari, la Nazionale di Valcareggi, la staffetta Rivera-Mazzola, la caviglia di Gigi Riva, le guide incontrastate di Giacomo Agostini, le irresistibili discese di Gustavo Thoeni ecc.ecc. Ma in filigrana anche tutte le urgenze politiche, sociali, di costume e culturali che caratterizzarono quel difficile passaggio della storia del Belpaese: dalle prime avvisaglie della fine del Miracolo al “suicidio” dell’anarchico Pinelli, dalle polemiche sulla RAI a “irresponsabilità limitata” e dal precoce fallimento della scuola di massa all’incombente referendum sul divorzio. Interpellato sull’universo e dintorni, Bianciardi non si risparmia. Va giù duro. Sempre e comunque. Non di rado con la scure.

Eppure loro, i lettori (che pure sono stregati dal suo rotondo toscaneggiare, gli pendono dalle labbra, letteralmente lo adorano), non gliene perdonano una. Lo rimproverano di cerchiobottismo, gli danno del coniglio. Da lui sembrano pretendere la parola ultima, il giudizio irrevocabile e ultimativo. La cassazione. E gli rifanno cento volte le stesse domande. Testardi e incontentabili. Insaziabili. La ridondanza di certi temi, la ricorrenza quasi ossessiva di alcuni quesiti (Motta o Gimondi: chi spedire al Tour per arrancare dietro a Merckx, l’imbattibile ragioniere della pedalata? Ma anche: chi fu più grande, Coppi o Battali?) si spiegano facilmente col fatto che non tutti i lettori evidentemente leggevano tutte le settimane il “Guerino”.

Ma Bianciardi è straordinario: non replica mai due volte la stessa risposta. Ogni bis è occasione per variare sul tema, approfondire il concetto, magari rovesciarlo fino alla palinodia. E ogni volta un’invenzione, una sorpresa, uno scherzo di stile. Sempre con garbo, disincanto e ironia. Quel che ne vien fuori è lo straordinario affresco sub specie sportiva di un’Italietta anni ’70 sospesa tra antichi stereotipi regionali e tenaci umori campanilistici (ancora vivissimi: toscani vs piemontesi, lombardi, siciliani e… maremmani!), patetici (ma genuini) richiami al Risorgimento e ai suoi protagonisti quali Padri dell’Unità e dell’Italica Identità, primi barlumi di consapevolezza su certi effetti indesiderati del benessere di massa.

Ma che cosa chiedevano i lettori del “Guerin Sportivo” a Luciano Bianciardi, caustico narratore di successo (La vita agra su tutto) quanto poetico volgarizzatore (nel senso più nobile della parola, ovviamente) del nostro Risorgimento? Definizioni. Paragoni. Paralleli. Paradossi. Ucronìe. A tutto campo. E Bianciardi macina trovate e provocazioni. I suoi lettori amano la natura fulminea (e spiazzante) delle risposte, tanto di intimargli: sii telegrafico. Stai a vedere che prima o poi mi assumono alle Poste & Telegrafi, commenta compiaciuto il grossetano. Il Cagliari dello scudetto: una squadra-capolavoro. Gigi Riva? Un mercenario longobardo al soldo dei pastori sardi. Rivera? Ricama, laddove Mazzola si limita a imbastire.

Se poi abbiam voglia di metafore letterarie: il nerazzurro gioca in ottonari, la mezzala del diavolo sillaba invece nel metro principe della nostra tradizione: l’endecasillabo. La RAI TV è una “rogna” che meriterebbe di saltare in aria. La scuola italiana? Malata di retorica, del tutto incapace di raccontare (e quindi: tramandare) il pathos popolare garibaldino. Chi sarebbe stato l’avvocato Agnelli se fosse vissuto ai tempi del Risorgimento? Cavour. Valcareggi? Carlo Alberto, ovviamente, il re Tentenna. Gigi Riva? Senza ombra di dubbio Nino Bixio. Mancino come lui e come lui iracondo. Perché il ciclismo muore? Perché è uno sport povero e quando muore la povertà…

Basterebbero questi aspetti a fare de Il fuorigioco mi sta antipatico, nonostante la sua natura postuma e compilativa, un libro di tutto rispetto. E attuale. Ma c’è poi lo scrittore di razza, che di tra le righe di questa corrispondenza apre spesso il fuoco da par suo. Come quando risponde in fiorentino schietto (con tanto di grafìe ad hoc) a una lettrice che gli scrive dal capoluogo toscano. O come quando discorre del livornese Armando Picchi: còlto da ‘inspiegabile’ incontinenza poetica, senza ragione apparente si mette a compitare alcuni celebri versi livornesi dedicati da Giorgio Caproni alla madre (Picchi Anna, guarda caso), poi fa finta di scusarsene coi lettori. ma ormai il curioso elogio all’incontrario di una letteratura come regno dell’analogia è cosa fatta.

O quando, infine, si misura, più o meno faceto più o meno esplicito, coi suoi colleghi romanzieri. Ironico a volte. Cassola, per esempio, è definito “sadico” perché nega ai suoi personaggi anche l’ombra di una pensilina (il mediocre Ferrovia locale aveva riscosso notevole successo di vendita appena due anni prima). Ma anche complice, su certi temi scottanti, col Pier Paolo Pasolini corsivista corsaro (poi luterano): dalla sua “diseducazione sentimentale” nella Milano del Miracolo alla “mutazione antropologica” teorizzata, di lì a poco, dal poeta di Casarsa. Vabbè che sulla moda ‘capellona’ si trovano agli antipodi, ma quanto a TV e scuola. Beh, direi che può bastare.

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Un Brano dal libro:

2 novembre 1970
SCOPIGNO E GARIBALDI
“Caro Perrone, andiamoci piano, il nostro Risorgimento non fu poi così spassoso come tu credi, e i generali non furono tutti dei tattici esilaranti. Ne rammento uno che sapeva il fatto suo, Giuseppe Garibaldi. No, non è una mia fissazione: la presa di Palermo – fatto tattico incredibile, che non sono riuscito ancora a spiegarmi – suscitò esplosioni di ‘tifo’ persino a Irkustk, in Siberia. AbrahamLincoln (tu sai chi fu), nel ’62, offrì a Garibaldi il comando di una armata nordista, e Garibaldi rifiutò, perché aveva in mente, pensa, l’impresa di Aspromonte. Lo so, un Garibaldi direttore della Nazionale ancora non è nato, e qualche allenatore somiglia di sicuro ai nostri generali abbacchiati del Risorgimento. La sconfitta è una vocazione nazionale. Ma per stavolta, abbi pazienza, non facciamo confronti. Auguriamoci che rinasca Garibaldi. Per la precisione: Scopigno non è Garibaldi. È al massimo Pianell, forse Armando Diaz. Vince le battaglie perché non rompe troppo l’anima ai suoi soldati.”

Luciano Bianciardi
Il fuorigioco mi sta antipatico
Stampa Alternativa, 2007
pp. 384