Boca Juniors, dal Mito alla Storia

I colori sociali: ispirati da un’ imbarcazione svedese. I fondatori: cinque ragazzi che giocavano con una palla di cartone. Poi i nemici del River Plate e la Bombonera, i miti del passato e i grandi di oggi


ARRIVO’ UNA NAVE E NACQUE IL BOCA

Senza Drottling Sophia, la “regina Sophia”, tutto ciò non sarebbe accaduto. Arrivò nel bel mezzo di una discussione. Immaginate la scena: cinque ragazzi, una palla di cartone pressato, il fiume lercio che scorre a fianco e una questione di vita o di morte a incendiare le parole. Era l’autunno australe del 1905: si doveva decidere quali colori avrebbe adottato la più grande squadra di calcio del Sudamerica, dopo la morte per consunzione di una muta di maglie a strisce verticali bianche e nere. Giovanni Juan Brichetto di mestiere azionava il faro d’ingresso delle navi nel porto di Buenos Aires. Si chiamavano ancora bastimenti; trasportavano legnami e profumi di luoghi irraggiungibili. Brichetto, che era figlio di genovesi, ebbe l’idea: “Andiamo al molo e vediamo la prima nave che passa”. Fu Sophia a incedere lenta e regale attraverso la bocca del fiume. A poppa, sventolava un vessillo giallo e blu, la bandiera svedese. La discussione si placò. Quelli sarebbero stati i colori del Boca Juniors.

Sono passati più di cento anni e nessuna squadra, al di là dell’ Oceano Atlantico, è riuscita a suscitare più emozioni di quante ne abbia regalato il Boca. Forse perché non è la storia di una squadra normale. Idem la Boca, che ancora oggi non è un quartiere uguale agli altri. Come non lo erano gli italiani che verso la fine dell’ Ottocento vi misero piede, morsi dall’illusione e dalla fame. La storia iniziò lì. Tra le case di legno fradicio e tetti di metallo che ancora adesso colorano le cartoline souvenir, venne eletto il primo presidente. Era Esteban Baglietto: anni 17. Santiago Sana era responsabile del “marketing” e ideò il nome “Juniors”. Perché quello era un pezzo di Buenos Aires con una fama pessima, covo di pescatori irascibili e tagliagole. Siccome il primo pallone vero, ai ragazzi, lo aveva regalato un marinaio inglese, la parola “Juniors” parve una bella emancipazione.

Non che le discussioni finirono. Alla Boca non sono d’accordo neppure con quale risultato finì la prima partita ufficiale, quella contro il Mariano Moreno, nel giugno 1905, con in campo sette italiani. Per inciso, fu il primo inno al calcio totale: dalle cronache, in campo risultano solo due difensori di ruolo, Vergara e Cerezo. Per qualcuno fu un 4-0, per altri 3-1, comunque per il Boca. Il barbiere Silvino, quello con il negozio in calle Brandsen, si dice fosse il depositario del segreto. Ha tenuto duro fino al 2003: poi, a più di cento anni, ha lasciato tutti nel dubbio.

LA BOMBONERA

Oggi la Boca (letteralmente, “la bocca”, intesa come entrata) non è più un porto, soppiantato dai sofisticati docks di Puerto Madero, dove la movida bonarense si accende all’ora di cena. La Boca fu dichiarata insalubre per l’inquinamento industriale negli Anni 90. Le navi che ci sono servono da sfondo ai ballerini di tango per le foto ricordo. L’intero quartiere, che anticamente era una palude, oggi ristagna nella disoccupazione e nei problemi sociali. Quando cala la notte, lo fa sul serio.

L’unica ricchezza del luogo è racchiusa in quei due colori che la gente tiene tatuati nell’anima. Giallo e blu. Non c’è bisogno neppure di andare allo stadio, perché la Bombonera è lì, tra le case, come una vecchia poltrona tra salotto e cucina. Ci sei affezionato al punto che, a dispetto dei suoi quasi 70 anni, non potresti mai rinunciarvi. Quella degli stadi cittadini è una tradizione in Argentina, con la miriade di quartieri e fedi (48 nella Capitale). Ma la Bombonera le batte tutte, quelle tradizioni.

La disegnò uno sloveno che si chiamava Sulcic e aveva tribune di travi. Il prato è lo stesso dove si giocava già nel 1923, dopo che il socio Garibaldi Bartolemé provò il golpe, affittando per 200 pesos al mese un campo più a Sud, nel quartiere di Wilde. Scoppiò un’insurrezione: il Boca non lascia la Boca. Più tardi, nel 1940, la “cancha”, il campo, avrebbe assunto la fisionomia molto simile a quella odierna. Per questi discendenti di italiani di poca fede nel futuro, l’unica religione possibile è sempre stato il pallone. E la Bombonera il rifugio dove affogare i propri rancori.

IL RIVER PLATE, L’ETERNO NEMICO

Il destino, da subito, ha opposto al Boca un degno rivale, nato nel 1901: i nemici del River Plate, più a Nord, nell’elegante Barrio Palermo (se la gente del River è soprannominata Millonarios un motivo ci deve essere). Colori bianco e rosso, gli stessi che i giovani genovesi volevano adottare per il Boca. Il bianco e il rosso sono i colori di Genova. Negli scontri diretti i gialloblù stanno meglio. Ma i titoli – nazionale e internazionali – degli xeneises, i genovesi, sono 40, contro i 37 dei rioplatensi. Solo l’Independiente ha vinto più coppe Libertadores (7 contro 5). L’ odio che scorre tra le tifoserie è unico al Mondo e anche inspiegabile a parole. Fino a metà Novecento erano proibiti matrimoni tra sostenitori delle diverse tifoserie. I derby tra Milan e Inter, tra Roma e Lazio, al confronto del superclásico Boca River, sono sfide parrocchiali.

Andrés Guglielminpietro, che nel 2004 è tornato in Argentina dopo la parentesi con Milan, Inter e Bologna, racconta: “Se credete che in Italia ci sia pressione, venite qui a vedere. Tifosi e giornalisti che ti chiamano continuamente. Cambi telefono, e subito scovano il nuovo numero. Giocare nel Boca è la cosa più elettrizzante che possa capitarti. In Italia, al confronto, ero in vacanza“.

BOCA JUNIORS TORNEO METROPOLITANO 1981 In piedi da sx: Mouzo, H. Alves, A. Alves, Ruggeri, Krasouski, Rodríguez e Brindisi. Accosciati da dx: Escudero, Maradona, Perotti e Córdoba.

IDOLI VECCHI E NUOVI

La Bombonera è un santuario dove si sono celebrati parecchi idoli. E nessuno è andato dimenticato.Neppure Francisco Varallo, classe 1910: 181 gol in 210 partite. Ancora adesso, se Martín Palermo sbaglia un gol, senti un vecchio che proclama: “Se c’era Varallo la cacciava dentro”. Ci fu anche Hugo Gatti, il portiere indio che aveva giocato nel River, perciò detestato. Andava in porta e gli tiravano di tutto. Un giorno persino una scopa. Lui si mise a spazzare l’area di rigore e divenne “idolo”. Poi Mouzo, l’inossidabile Roberto Mouzo, 395 presenze in 15 anni filati con la casacca.

E Gabriel Batistuta, amato con intensità ma troppo brevemente. Lo scartò il River, lui venne, segnò 19 gol in una sola stagione, vinse lo scudetto e scappò in Europa, destino inesorabile per ogni porto di calcio del Sudamerica: guardare i propri figli migliori emigrare. O Miguel Brindisi, centrocampista raffinato che divenne la spalla e l’amico (vero) del piccolo Diego Maradona, il moccioso che aveva fatto scintille all’ Argentinos Juniors. Lui, come nessun altro, rappresenta la Boca. Perché incarna quelli che partono di rincorsa, la gente cui la vita serve un giro di carte mediocre, e loro si pigliano la mano intera con un colpo di genio. Giocò 40 gare (con 28 gol) nella prima avventura in gialloblù. Li potete vedere tutti nei negozi di souvenir attorno allo stadio.

Più di recente è diventato il Boca di Juan Riquelme, Martín Palermo e del presidente Mauricio Macri, che ha rinnovato lo stadio e creato un centro di allenamenti funzionale, detto La Bombonerita. Ma soprattutto è stato il Boca di Carlos Bianchi, l’allenatore che gli ha regalato due coppe Intercon-tinentali. Due notti indimenticabili in cui tra le lamiere della Boca si sono sentiti di nuovo padroni del Mondo: Real Madrid prima e Milan poi si sono inchinati al popolo di vecchi emigranti. E sarà anche retorica, ma la gioia e l’entusiasmo che se ne ricavano devono essere parecchio simili a quelli provati da quei cinque ragazzi con il pallone di cartone pressato, mentre guardavano passare Sophia…

CURIOSITA’: LE ORIGINI ITALIANE, UN PEZZO DI LIGURIA TRA IL PORTO E IL CAMINITO

I tifosi del Boca si fanno chiamare xeneises perché il genovese fu per anni la lingua ufficiale del quartiere. Attenzione: “lingua” e non dialetto. Dal 1880 al 1930, la Boca era il porto e dunque l’approdo degli emigranti europei, gran parte di essi genovesi. Destinati all’area peggiore della città e costretti a vivere in condizioni impossibili, nel 1882 gli “xeneises” scatenarono una rivolta issando al porto la bandiera di Genova (la croce rossa di San Giorgio in campo bianco). La Local Sociedad Italiana, un centro culturale di emigranti e di chiaro stampo comunista, annunciò la secessione proclamando “La Republica Libera de la Boca”. Fu il presidente argentino Juan Roca a strappare dal pennone il vessillo e a ristabilire l’ ordine, accettando in parte le richieste degli xeneises. Il carattere caparbio di quella gente è diventato un tratto imprescindibile anche per chi, oggi, veste la maglia del Boca. La strada più famosa del quartiere, il Caminito, dove resistono ancora i primi insediamenti genovesi, ha ispirato un tango che parla di quella gente, scritto dal vate Juan de Dios Filiberto, cui è dedicata una via alle spalle della Bombonera.

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