Bologna 1963/64: Meravigliosa creatura

PROLOGO

Da libro Cuore, la storia dell’ultimo, ormai lontanissimo, titolo tricolore del Bologna. O da giallo Mondadori, fate voi. Appassionò e divise l’Italia, quel campionato 1963-64, per le vicende romanzesche che lo contrassegnarono. Spareggio, squalifiche, amfetamine, radioline galeotte, controanalisi, la tragica scomparsa del presidente Dall’Ara: tutto lungo un robusto filo rossoblù capace di annodare la cronaca alla storia regalando un cocktail dagli effetti devastanti. Troppi interrogativi rimasero senza una risposta, a galleggiare fra sospetti e connivenze. L’unica certezza che emerse al termine della stagione, fu che aveva vinto la squadra più forte, lottando sola contro tutti, aggrappandosi alla classe superiore dei propri giocatori e allo spirito incrollabile di un grandissimo allenatore, Fulvio Bernardini. E di un presidente la cui figura resta scolpita nella galleria dei Grandi del calcio italiano. Ma fu anche la vittoria di una città intera, di un modo di vivere un calcio lontano anni luce dall’ansia di successo che affligge le squadre metropolitane. Fu la vittoria di Bologna, che mai per un solo istante dubitò dell’integrità di società e giocatori e trovò il coraggio di rovesciarsi in piazza per dimostrare il proprio supporto incondizionato alla truppa dell’amatissimo Fuffo.

ALLE ORIGINI DEL TRIONFO

Le cose non erano poi tanto diverse da oggi, all’alba dei favolosi anni Sessanta. A farla da padrone, dai tempi ormai lontani della scomparsa del Grande Torino, il solito inarrivabile triumvirato Juve-Inter-Milan. Niente di nuovo sotto il sole quindi, se si esclude la non casuale affermazione di una splendida Fiorentina nel 1956 (guardacaso allenata da Bernardini…) E il Bologna? Che fine aveva fatto lo squadrone capace di far tremare il mondo fino ad una ventina di anni prima? Si era semplicemente disolto, gli eredi dei grandi campioni che avevano onorato i colori rossoblù sui campi di tutta Europa stentavano a riemergere dalle macerie della guerra. La città, poi, non del tutto rassegnata a vivere nell’anonimato delle zone medio-basse della classifica, mugugnava. Eh sì, perché lo spettro della retrocessione si era fatto qua e là palpabile negli anni meno felici, e soltanto per le prodezze di qualche campione scovato chissà dove dal presidentissimo Dall’Ara i rossoblu avevano salvato la pelle in più di un’occasione. Tutta gente, questa, che i tifosi ancora ricordano con gratitudine, come i cannonieri Cappello e Pivatelli, o i due formidabili mediani danesi Pilmark e Jensen, i “pastorini”. Poi, il fromboliere ungherese “Stefano” Mike e l’ombroso argentino Humberto Maschio.

Gocce nel mare, diluite in vent’anni di delusioni. In più, la folla di Bologna non è facile agli entusiasmi e in tanti avevano ormai riposto nella cassaforte dei ricordi le immagini degli antichi fasti. Fu triste salutare come un mezzo miracolo il quarto posto colto nel 1955 sotto la guida di Gipo Viani. Ma gli ormai rassegnati bolognesi avevano fatto i conti senza l’oste, che dal lontano 1934 vestiva i panni di Renato Dall’Ara, un reggiano che aveva fatto del Bologna la propria ragione di vita, e che nei primi sette anni di presidenza aveva vinto quattro scudetti. A dispetto delle contestazioni, infatti, e senza che nessuno se ne rendesse pienamente conto, a partire dalla fine degli anni Cinquanta il presidente iniziò a creare l’ossatura della squadra che di lì a poco avrebbe messo in fila chiunque.

LO SBARCO DEL DOTTOR PEDATA

Il passo decisivo fu compiuto nel 1961, quando sulla panchina felsinea si accomodò un signore che pareva l’esatto opposto del padrone del vapore. Questo signore era di Roma, distinto e laureato. In più, vantava non poche presenze in azzurro. Pozzo lo aveva escluso dalla Nazionale a soli ventisei anni perché era troppo bravo. Terminata la carriera di calciatore, questo signore si prese poi la briga di laurearsi in Scienze politiche. Quasi a tempo perso, si mise pure ad allenare. La cosa gli riuscì tanto bene da interrompere, almeno per una stagione, l’egemonia calcistica dell’asse Torino-Milano. Quel signore era Fulvio Bernardini, il profeta che per la prima volta aveva portato il tricolore a Firenze. “Dottor Pedata”, lo aveva soprannominato Gianni Brera. Dall’Ara, dal canto suo, prototipo di self-made man della bassa padana, era sanguigno, di scarsa cultura e amava gli allenatori senza fronzoli. Il suo calcio ideale era quello propugnato da gente tutta sostanza come Viani o Rocco. In tempi di vacche magre, l’importante era non prenderle: ecco la filosofia che ispirava il padrone del Bologna, uomo figlio di un mondo che purtroppo non c’è più.

Molto più di un presidente-padrone, addirittura un secondo padre per tanti giocatori, una leggenda. Proverbialmente parsimonioso, Dall’Ara era uno dei bersagli preferiti dalla satira sportiva. Ben lungi dal prendersela, il vecchio comandante sguazzava in situazioni del genere. Era capace di telefonare in redazione, stizzito, se veniva risparmiato per una settimana intera. E poi, le voci sulla sua presunta taccagneria erano fondate.
Un giorno a Bari, andando dallo stadio alla stazione in tram (altri tempi!), sbalordì tutti i giocatori apostrofando il bigliettaio in questa maniera: «Vergogna! Non sapete che al Nord le comitive che viaggiano in tram hanno diritto a una riduzione?». E il bigliettaio, sorpreso, ma preoccupato di fare una brutta figura con i colleghi settentrionali, rispose: «Va bene, vi farò dieci biglietti per diciotto persone…». Insomma, Renato Dall’Ara pareva destinato a fare a pugni col gentleman capitolino.
Sapete cosa dichiarò quando decise di non proseguire il rapporto col tecnico Allasio? «Mi hanno parlato bene di quel Bernardini Ma sì, ma certo, ha vinto lo scudetto con la Fiorentina. Bella forza, con Julinho e Montuori lo vincevo anch’io. Mi hanno detto che gli piacciono le partite con dieci o venti gol. E poi quegli orribili cappellini che porta in testa… Beh, vediamo cosa si può fare». Come inizio non c’era male: i presupposti per un’impresa storica non mancavano di certo.

La squadra che Bernardini trovò al suo sbarco sotto le Due Torri era ben strutturata, con giocatori di gran classe. L’intelaiatura dell’undici-scudetto era in buona parte già definita. Mancavano però i ritocchi, gli elementi capaci di far compiere il definitivo salto di qualità. Pascutti, Tumburus, Fogli, Pavinato, Perani, Furlanis e il giovane Bulgarelli da tempo vestivano rossoblu. Ma non solo loro: anche Renna e Capra, gregari utilissimi, erano già nella rosa. “Fuffo”, che proveniva dalla Lazio, volle però portare con sé due difensori che stimava particolarmente: Janich e Franzini. Fondamentale sarebbe stato l’apporto del primo, autentico baluardo del reparto arretrato felsineo.

In più, Axel Pilmark, sempre in contatto con la sua vecchia squadra, aveva segnalato alla società un giovane attaccante messosi in luce con la Nazionale danese alle Olimpiadi di Roma del 1960. Come tutti gli scandinavi, anche il ragazzo in questione era un dilettante, e fu lieto di cedere alle lusinghe milionarie della ricca Bologna. Quel giovane si chiamava Harald Nielsen, un nome destinato a diventare sinonimo di terrore per le difese di mezzo Stivale. Fin da quella prima stagione 1961-62 il Dottor Pedata cominciò a dare la sua impronta alla squadra: come aveva temuto il presidente, il gioco era spumeggiante, ma la difesa beccava un po’ troppo. Per fortuna l’attacco andava benone, anche se l’appena ventunenne Nielsen denunciò qualche problema d’inserimento.

Nonostante gli ottimi esordi, si vide spesso preferire il vecchio leone Vinicio, grande combattente, sempre pronto a sputare l’anima, anche se poco preciso sotto porta. Il Bologna era la classica bella incompiuta, capace di sfornare prestazioni da favola con le squadre di medio cabotaggio, salvo poi prenderle con le grandi. Facile immaginare che Dall’Ara sognasse Nereo Rocco anche di notte.

Alle critiche del Capo, il tecnico replicava candidamente: «L’allenatore so’io o no? Prima si insegna a giocare al calcio e poi si vincono gli scudetti, ma poi». Eh sì, perché il “Poeta del Testaccio”, da grande campione che era stato, pretendeva di insegnare ai suoi uomini la tecnica, sia individuale che di squadra. Sapeva bene che alla lunga un lavoro del genere avrebbe dato frutti, come dimostrato a Firenze. Anche in Toscana il titolo era arrivato dopo un paziente lavoro di assemblaggio. Certo, gli scudetti non si vincono senza grandi campioni, ma neppure senza un “manico” che sappia gestirli.

Il povero Presidente, abituato a rapporti informali coi propri dipendenti, con gli intimi sbottava: «Quell’uomo lì quasi quasi lo odio. Mai che mi venga a far visita, mai che mi racconti chi farà giocare domenica, mai che mi metta in squadra assieme Vinicio e Nielsen, per la miseria… E poi il suo calcio poetico del cavolo… Io voglio il catenaccio metropolitano, altro che i suoi fioretti di San Francesco».
Scontato il ritornello del “mejo sorriso del Testaccio”: «Se vuole un tattico, prenda Rocco… Se vuole un servo che vada a giocare a briscola nel suo ufficio, prenda una delle sue segretarie… E Vinicio insieme a Nielsen non lo faccio giocare perché non mi va e mai mi andrà, punto e basta».

Quell anno, il centravanti danese giocò poco, ma nel finale di campionato mise a segno cinque reti in tre incontri, e ciò gli valse la riconferma a furor di popolo. Perché i raffinati bolognesi, capaci di fischiare Pascutti per il tocco poco morbido e i movimenti sgraziati, si erano subito innamorati di quella guizzante punta dotata di un incredibile fiuto per il gol a dispetto di piedi tutt’altro che forbiti. E poi per i rossoblu alla fine del torneo ci fu un onorevole quarto posto, piazzamento che lasciava ben presagire per il futuro, visto che il gioco della squadra era in netto miglioramento. Ma il grande amore, quello che non si può discutere e si accetta così com’è, i tifosi felsinei lo avrebbero conosciuto soltanto la stagione successiva.

Fu il fedele Sansone, vecchia gloria del grande Bologna d’anteguerra, a segnalare al presidente un sensazionale elemento dell’Augsburg, formazione bavarese di scarso lignaggio. Il giocatore in questione, Helmut Haller, già titolare della Nazionale tedesca, si divideva fra gli allenamenti e la professione di camionista. Faticò non poco, l’ostinato Dall’Ara, per vestire di rossoblu quel paffuto funambolo. Ma il vecchio Renato era fatto così: quando si prendeva una cotta per un giocatore, era disposto a tutto pur di metterlo sotto contratto. Quella volta, nonostante le già precarie condizioni di salute, si recò personalmente in Germania per convincere il biondo numero dieci a firmare per il Bologna. Alla fine la spuntò, ma tornando in Italia la sua auto sbandò e finì in un fosso. Per nulla spaventato, l’arzillo vecchietto saltò fuori dall’abitacolo come tarantolato, sventolando il contratto: «Non importa l’incidente, quello che conta è avere il pezzo di carta firmato!».

Pezzi di Grande Bologna. Da sinistra: Bulgarelli, Pascutti, Pavinato, Fogli e Haller

GLI ULTIMI TASSELLI

Haller era la pedina che mancava al Bologna per completare il centrocampo. Accanto a lui, campioni come Bulgarelli, Fogli e Perani avrebbero trovato nuovi sbocchi per la manovra. Perché il tedesco era un numero dieci nel senso più puro del termine, un fantasista avvicinabile ai più grandi di tutti i tempi, da Pelé a Maradona, da Rivera a Platini. Dall’Ara, poi, per quel biondo più estroverso di un napoletano stravedeva: «Aler vale tre volte Sivori, perché Sivori ha il sinistro, Aler ha due piedi e poi ci ha un presidente come me».

La stagione successiva fu entusiasmante: “Dondolo” Nielsen, così soprannominato dai tifosi per l’andatura ciondolante, finalmente vinto il complesso-Vinicio, si rivelò come portentoso cannoniere; Haller, poi, con le sue deliziose giocate, le sue aperture illuminanti e le sue reti da cineteca prese in mano le redini della squadra. L’altro bomber, Ezio Pascutti, continuò imperterrito a metterla nel sacco, a dispetto di chi non gradiva i suoi piedi ignari del galateo. Caratteristici i suoi gol di testa in tuffo. Alla Pascutti, appunto. Quell’anno, avrebbe segnato per dieci giornate consecutive (senza calciare un solo rigore!). Bulgarelli, uno dei pochi azzurri a salvare la faccia in Cile ai mondiali del 1962, era la mente del centrocampo, mentre l’infaticabile Fogli offriva le sue raffinate geometrie alla causa. Quell’anno, probabilmente il Bologna espresse un gioco anche migliore di quello del campionato successivo, che lo avrebbe visto laurearsi campione d’Italia: «Così si gioca solo in Paradiso!», con questa frase Bernardini commentò un sette a uno rifilato al Modena, con triplette di Pascutti e Nielsen, più ciliegina finale di Giacomino Bulgarelli.

Ma la storia era sempre quella: nelle partite che contavano, contro le grandi, il Bologna si squagliava. Il gioco era meraviglioso, ma per vincere il campionato occorreva dare una regolata alla difesa un po’ allegra. In particolare, l’anello debole della catena era il portiere Santarelli, in qualche occasione colpevole di gravi disattenzioni. Al termine della stagione, i rossoblu furono di nuovo quarti, con Nielsen capocannoniere in condominio col romanista “Piedone” Manfredini a quota 19. Il Bologna stava per abbandonare il ruolo di provinciale bella ma incompiuta: con l’acquisto del portiere del Mantova William “Carburo” Negri, già azzurro, e l’arretramento di Fogli la squadra dello scudetto fu fatta.

Tutta la classe di Giacomo Bulgarelli

LA STAGIONE DELLE MAGIE

L’assetto tattico più cauto, però, non diede risultati immediati. L’undici di Bernardini, a dispetto delle grandi attese, nelle prime due giornate non riuscì ad andare oltre il pari contro le “piccole” Torino e Genoa. Apriti cielo. Eternamente insoddisfatti, i bolognesi cominciarono a bofonchiare sotto i portici. Già si rimpiangeva il bel gioco espresso nella stagione precedente: e per quale risultato! Ma Bernardini non aveva sbagliato i suoi conti. I risultati sarebbero venuti, eccome se sarebbero venuti. Infatti, alla faccia di tutte le Cassandre da bar, i rossoblu infilarono tre sonanti vittorie consecutive. E sotto le Due Torri – volubilità del tifo – si ricominciò a sognare.

Poi arrivò la gara interna col Milan, diretto concorrente, a minare il morale della truppa del generale Fuffo. Tutta l’Italia calcistica considerava quell’incontro come un banco di prova per l’affidabilità dell’undici petroniano, non ancora all’altezza delle milanesi, le uniche formazioni realmente accreditate per la vittoria finale. Forse soverchiati dalle responsabiltà, i ragazzi di Bernardini fallirono l’esame proprio allo scadere, raggiunti da un’autorete di Capra dopo un vantaggio di due a zero. Le conseguenze si sarebbero avvertite una settimana dopo, sul campo della Sampdoria: un cocente 2-0 per i blucerchiati, mentre il Milan faceva il vuoto alle proprie spalle. Contrariamente ad ogni aspettativa, tuttavia, fu proprio la sconfitta di Genova a lanciare la volata-scudetto del Bologna.

Bernardini seppe ricompattare il gruppo, che diede una sontuosa prova di carattere nella proibitiva trasferta contro l’Inter. A San Siro fu un pareggio a reti bianche, con l’attacco nerazzuro bloccato da una difesa pronta a chiudere qualsiasi varco e da un super-Negri, portiere sempre più affidabile. Finalmente consci dei propri mezzi, i felsinei si scatenarono e infilarono la serie record di dieci vittorie consecutive, dal 24 novembre 1963 al 2 febbraio 1964.

Impresa leggendaria, che portò i ragazzi di Bernardini ad agganciare in testa il Milan proprio all’ultima giornata del girone d’andata, dopo uno strenuo inseguimento. Nello sbalordimento generale, il Bologna si permetteva di dare lezioni di calcio a tutta Italia, e anche la Grande Inter del mago Herrera era costretta ad arrancare, staccata di due lunghezze. Il vecchio Dall’Ara, finalmente, poteva esultare per una squadra in grado di conciliare bel gioco e risultati. Ma il suo Bologna aveva probabilmente passato il segno. E qualcuno decise di fargliela pagare.

LA BOMBA DOPING

Eh sì, i rossoblu proseguivano nella marcia trionfale che li stava conducendo dritti dritti al settimo sigillo tricolore. In più, il primo di marzo, si erano permessi il lusso di rifilare un 2-1 a domicilio proprio al Milan. Dopo quella partita, i bolognesi si ritrovarono primi in classifica a più due sull’Inter e più tre sui rossoneri. Il sipario sembrava destinato ad abbassarsi prematuramente sul palco della Serie A. Invece no. Sotto le Due Torri la gioia avrebbe avuto vita breve: di lì a tre giorni tutto sarebbe crollato. Il 4 marzo la Federazione emise un raggelante comunicato:
«Le analisi effettuate dalla competente commissione sono risultate, all’analisi per le sostanze anfetamine-simili, positive per i cinque giocatori del Bologna Fogli, Pascutti, Pavinato, Perani e Tumburus, sottoposti a controllo dopo la partita Bologna-Torino del 2 febbraio scorso. La presidenza federale ha inoltrato la documentazione alla commissione giudicante della Lega nazionale professionisti, che giudicherà in base all’art. 2 del regolamento di giustizia. Il relativo giudizio avrà luogo nel pomeriggio di giovedì 12 marzo p.v».

Pascutti, Pavinato, Perani, Tumburus, Fogli: indagati per doping

Nessuno poteva coltivare illusioni: le norme in vigore prevedevano squalifiche e sconfitte a tavolino, che avrebbero estromesso i rossoblu dalla corsa scudetto. Sconvolta, tutta Bologna si ribellò, sindaco Dozza in testa. Nessuno dubitò per un solo istante dell’innocenza dei ragazzi di Dall’Ara, colpevoli unicamente di essere i più forti.
La stampa cittadina entrò in guerra, nel vero senso della parola, con quella milanese. In prima linea si trovarono “Stadio” e “Il Resto del Carlino”, che cominciarono una febbrile ricerca di prove per la tesi della macchinazione. A quel punto accadde l’irreparabile: tre avvocati bolognesi misero in moto la magistratura ordinaria, che ordinò il sequestro di tutte le provette.

Mentre il Bologna prendeva le distanze dall’iniziativa (per non incorrere nella violazione della “clausola compromissoria”, che impone ai tesserati di adire in esclusiva i tribunali sportivi), i flaconi sparivano dalla disponibilità della giustizia sportiva. I carabinieri inviati a Coverciano per attuare il sequestro appurarono che del famigerato liquido organico dei cinque giocatori esistevano due serie di flaconi: la prima, custodita nel Centro tecnico, non poteva essere asportata, per evitare il deperimento. La seconda (destinata alle controanalisi) era nel Centro di medicina legale delle Cascine, sempre a Firenze. Dove i carabinieri effettuarono i controlli, rilevando la presenza di sostanze dopanti, ma dopo aver verificato condizioni di custodia tragicomiche: le provette, non sigillate, erano in un frigorifero con a fianco un armadietto privo di serratura contenente, tra l’altro, tubetti di amfetamina. Si dovette provvedere allora a una nuova analisi a Coverciano (dove invece i flaconi erano custoditi in un armadio chiuso con doppia serratura): che diede esito negativo. Nessuna sostanza criminosa venne rilevata.

Che si trattasse di un complotto ai danni del Bologna, è praticamente assodato. Le quantità di amfetamine rinvenute nei campioni analizzati, infatti, avrebbero steso un cavallo. Difficile credere che potessero essere tollerate dai cinque atleti rossoblu. Nereo Rocco, allenatore del Torino sconfitto 4 a 1 nella partita incriminata, non ebbe paura di dire la sua: «Il Bologna quel giorno non aveva drogati, aveva supergiocatori e basta».

Seppure con una settimana di ritardo, dovuta all’intervento della magistratura, e dovendo rinunciare proprio per quest’ultimo alle controanalisi, la giustizia sportiva fece calare la mannaia del suo duro verdetto: «… delibera: di infliggere al Bologna la punizione della perdita della gara Bologna-Torino, disputata il 2 febbraio 1964, con il punteggio di 2 a 0; di penalizzare, inoltre, il Bologna di un punto in classifica; di squalificare l’allenatore del Bologna, Fulvio Bernardini, fino a tutto il 21 settembre 1965, di dichiarare non punibili i giocatori Fogli, Pascutti, Pavinato, Perani, Tumburus, in quanto l’assunzione delle sostanze suddette è avvenuta senza che essi ne fossero colpevoli». In più, venne squalificato anche il medico della squadra, il dottor Poggiali.

Una sentenza per certi versi singolare, che mandava assolti i giocatori e puniva l’allenatore. La squalifica per quest’ultimo, che doveva essere a vita, era stata ridotta a soli diciotto mesi «per meriti azzurri». Fulvio Bernardini, notoriamente un duro, alla lettura della sentenza balbettò: «Non è possibile, non può essere vero. Mi sento come se fossi precipitato dall’alto di un grattacielo. Io non me la sento più di lottare. Vado a casa e ci resto. Se crede, ci pensi il Bologna a difendermi. Io non posso fare altro». In lacrime, attorno a lui si strinsero i cinque giocatori incriminati.

La piazza intanto era in tumulto. Per le strade, gente che piangeva, che minacciava, ma soprattutto che imprecava contro la Lega calcio, prontamente ribattezzata Lega Nord. Fu un duro colpo, quello, per il povero cuore malandato di Renato Dall’Ara. La squadra, additata da mezza Italia come vergogna del calcio, decise di resistere e fece quadrato. La domenica dopo la sentenza riuscì nell’impresa di espugnare il campo della Roma, mentre dalla tribuna Bernardini comunicava col vice Cervellati tramite una ricetrasmittente. Pure questo fece scandalo, in quei giorni, mentre i tifosi giallorossi solidarizzavano coi colleghi rossoblu. La rabbia verso Milano, comunque, non accennava a placarsi, al punto che nella civilissima e serena Bologna per l’incontro con l’Inter, in programma il 29 marzo, si parlò addirittura di “Pasqua di sangue”.

Niente di tutto ciò, invece, accadde. In un pomeriggio di luci primaverili, i nerazzurri di Herrera espugnarono il Comunale con pieno merito, e uscirono fra gli applausi del pubblico. Non un solo incidente si verificò fra le tifoserie. Nonostante il secondo stop stagionale, il Bologna proseguì con l’andatura da schiacciasassi, confortato dalla speranza di potere provare la propria innocenza. La magistratura ordinaria, infatti, non avendo trovato traccia di amfetamine, aveva ipotizzato la presenza di un fatto doloso, perseguibile penalmente.

La vicenda così si sgonfiò. La Caf, cui il Bologna si era appellato, in data 16 maggio 1964 assolveva la società rossoblu da qualsiasi responsabilità e le restituiva i tre punti in classifica, «non ritenendo riferìbile alla parte il mancato esercizio della revisione delle analisi e per non essere stata accertata informa non dubbia l’infrazione alle norme e per l’accertata mancanza di prova circa l’assunzione, da parte dei giocatori, di sostanzze proibite».
Ignoti, purtroppo, sarebbero rimasti gli autori del sabotaggio. Due anni dopo, il 13 marzo 1966, l’iter della magistratura ordinaria si chiudeva dichiarando «praticamente impossibile stabilire esattamente le circostanze di tempo, modo e luogo nelle quali venne posta in essere la manomissione dei flaconi».

In quella torrida primavera 1964, ai bolognesi in festa per le strade importava una cosa sola: giustizia era stata fatta. Al termine del campionato, i rossoblu si sarebbero trovati al comando in compagnia dell’Inter, a quota 54 punti. Trentaquattro giornate non erano state sufficienti a stabilire la supremazia nazionale: per la prima volta dall’introduzione del girone unico, sarebbe stato necessario ricorrere allo spareggio. Pareva proprio non volere finire, la stagione più travagliata della storia del nostro calcio….

NEL NOME DEL PADRE

La sede designata per lo spareggio del 7 giugno fu Roma, allora stretta in una morsa di caldo-record. L’Inter, laureatasi da pochi giorni campione d’Europa ai danni del Real Madrid di Di Stefano e Puskas, era favorita. In più, al Bologna sarebbe mancato il bomber Pascutti, infortunato. Bernardini, romano purosangue, portò la sua truppa al completo in ritiro a Fregene, per abituarla all’afa che avrebbe condizionato la gara. L’Inter, invece, rimase ad allenarsi al fresco di Appiano Gentile.

Ma il peggio, per il Bologna, doveva ancora venire. La notizia raggiunse la squadra mentre si stava allenando sul campo di Tor di Quinto: il 3 giugno, il presidente Renato Dall’Ara era morto per arresto cardiaco durante una accesa riunione negli uffici milanesi della Lega con Angelo Moratti e il presidente federale Perlasca. Pare che i tre stessero discutendo animatamente dei termini dello spareggio e proprio un alterco con Moratti sarebbe stato fatale all’anziano presidentissimo. «L’hanno fatto morire!», gridò capitan Pavinato prima di lasciarsi andare a un pianto dirotto. In lacrime, come lui, quasi tutti i giocatori rossoblu, che nel vecchio presidente vedevano ben più di un semplice datore di lavoro. Anche Bernardini, che spesso aveva avuto forti contrasti con la società, rimase sconvolto. Il Bologna chiese di poter partecipare ai funerali, ma la Lega ribadì che lo spareggio si sarebbe comunque giocato domenica 7 giugno. Così, il 5, mentre i rossoblu si allenavano al caldo dì Tor di Quinto, una folla oceanica a Bologna prendeva parte alle esequie di colui che per trent’anni aveva tenuto le redini della società.

E arrivò anche, finalmente, il giorno della partita. Che si risolse nell’ennesimo capolavoro tattico del grande Bernardini. Al posto dell’ala Renna, naturale sostituto dell’indisponibile Pascutti, il Dottore schierò Capra, un terzino. Questo sconvolse tutti i piani di Herrera. In campo non ci fu storia. Dopo un primo tempo equilibrato, i nerazzurri si sciolsero nella fornace dell’Olimpico, mentre i rossoblu, ormai abituati al caldo, li surclassarono su ogni piano. Prima segnò Fogli su punizione, complice una deviazione di Facchetti, poi Nielsen (foto a fianco), nuovamente capocannoniere, per un secco due a zero finale. Bernardini era in trionfo, mentre la città, che ancora si stava asciugando le lacrime, si riversava per le strade, per lasciare esplodere finalmente la gioia repressa da troppi anni. Aveva vinto Bologna sola contro tutto e tutti, ma soprattutto aveva vinto lui, il Presidente che non c’era.

UN CICLO CHIUSO TROPPO PRESTO

Nonostante la scomparsa di Dall’Ara, pareva che la squadra fosse destinata ad aprire un ciclo. Così non fu, il campionato tornò nelle mani dei soliti noti. L’arduo compito di sostituire il presidentissimo toccò a Luigi Goldoni, industriale che per anni aveva lavorato con discrezione al fianco di Dall’Ara. La squadra si presentò ai nastri di partenza della stagione 1964-65 notevolmente rafforzata: i nuovi acquisti, Muccini, Bui, Turra e Maraschi erano stati salutati come veri e propri colpi di mercato. Invece tutto andò storto. Forse colpiti dalla sindrome di appagamento, i rossoblu firmarono un’annata negativa, chiusa al sesto posto e con la sfortunata eliminazione (causa monetina nello spareggio di Barcellona) dal primo turno della Coppa dei Campioni, con i belgi dell’Anderlecht. Haller e Nielsen intanto erano entrati in conflitto, e mai più avrebbero trovato la sintonia degli anni precedenti.

Meglio andò l’anno successivo, che vide il Bologna secondo alle spalle dell’Inter. Ma sulla panchina emiliana non c’era più il vecchio Fuffo, esonerato per le vacche magre della stagione precedente. Quando si dice la riconoscenza. A sostituirlo, Manlio Scopigno, che qualche anno più tardi avrebbe dato lo scudetto al Cagliari. Con la partenza di Bernardini, per il Bologna si chiuse un’era.

 

TUTTE LE PARTITE DEL CAMPIONATO 1963/64

ANDATA

RITORNO

1° GIORNATA: 15 SETTEMBRE 1963
2° GIORNATA: 22 SETTEMBRE 1963
3° GIORNATA: 25 SETTEMBRE 1963
4° GIORNATA: 29 SETTEMBRE 1963
5° GIORNATA: 6 OTTOBRE 1963
6° GIORNATA: 20 OTTOBRE 1963
7° GIORNATA: 23 OTTOBRE 1963
8° GIORNATA: 27 OTTOBRE 1963
9° GIORNATA: 17 NOVEMBRE 1963
10° GIORNATA: 24 NOVEMBRE 1963
11° GIORNATA: 1 DICEMBRE 1963
12° GIORNATA: 8 DICEMBRE 1963
13° GIORNATA: 22 DICEMBRE 1963
14° GIORNATA: 29 DICEMBRE 1963
15° GIORNATA: 5 GENNAIO 1964
16° GIORNATA: 12 GENNAIO 1964
17° GIORNATA: 19 GENNAIO (recupero)

18° GIORNATA: 26 GENNAIO 1964
19° GIORNATA:2 FEBBRAIO 1964
20° GIORNATA: 9 FEBBRAIO 1964
21° GIORNATA: 16 FEBBRAIO 1964
22° GIORNATA: 23 FEBBRAIO 1964
23° GIORNATA : 1 MARZO 1964
24° GIORNATA: 8 MARZO 1964
25° GIORNATA: 22 MARZO 1964
26° GIORNATA: 29 MARZO 1964
27° GIORNATA: 5 APRILE 1964
28° GIORNATA: 14 APRILE 1964 (recupero)
29° GIORNATA: 19 APRILE 1964
30° GIORNATA: 26 APRILE 1964
31° GIORNATA: 3 MAGGIO 1964
32° GIORNATA: 17 MAGGIO 1964
33° GIORNATA: 24 MAGGIO 1964
34° GIORNATA: 31 MAGGIO 1964
SPAREGGIO PER IL 1° POSTO: ROMA, 7 GIUGNO 1964