BONIPERTI Giampiero: il Presidentissimo

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“La Juve, il sogno della mia vita. La sognavo davvero. Perché io avevo in quegli anni un solo desiderio: giocare una partita di serie A con la maglia bianconera. Me ne sarebbe bastata una, ero sicuro, per essere felice per sempre. E’ andata meglio: in campionato ne ho giocate 444…”


PROLOGO

L’eleganza naturale dei movimenti, i capelli biondi morbidamente ondulati e la regolarità dei lineamenti gli valsero un maligno soprannome (“Marisa”). Eppure, tutto fu, Giampiero Boniperti, tranne che un talento raffinato e inconsistente, esprimendo anzi nella concretezza il suo valore assoluto di campione eclettico. Centravanti di rara perfezione tecnica in avvio di carriera, col palleggio sontuoso eppure sbrigativo per gli ingressi in area in progressione, armonioso negli snodi in acrobazia, per i gol di testa o di piede librato in volo. Poi, la naturale propensione alla manovra lo arretrò a interno di centrocampo, leader del gioco, col senso di squadra di chi non disdegna il contributo in ripiegamento nell’emergenza tattica.

Macina gol e stagioni con regolarità impressionante, rappresenta l’Italia nelle selezioni del Resto del Mondo, ai bottini straripanti di gol delle prime stagioni sostituisce la guida carismatica della squadra per oltre un decennio da incontrastato leader del gioco. Conquista cinque scudetti e due Coppe Italia, paga dazio soltanto nelle nascenti Coppe europee, per il complesso juventino che solo molti anni dopo metterà al guinzaglio da presidente.Alla fine, colleziona 444 presenze e 178 gol lasciando dopo l’ennesimo tricolore, a 33 anni, ancora nel pieno del fulgore agonistico. In Nazionale ha chiuso la parabola a 38 presenze e 8 reti, che non rendono il pieno merito alla sua dimensione. Diventato dirigente, mieterà successi in serie anche dietro la scrivania, guidando la sua Juventus a dominare in Italia e nel mondo.

LA VITA DA CALCIATORE

Comincio’ a 11 anni e con quattro gol in un solo primo tempo portò la squadra degli “interni” del collegio De Filippi di Arona alla prima sospirata vittoria contro gli “esterni”. Tale fu l’entusiasmo degli istitutori e dei compagni che irruppero in campo per festeggiarlo che lui scappò, cosi’ a suo modo aggiudicandosi gia’ un primato: quello di un trionfatore che fugge. Ma fu rassicurato, tornò a destreggiarsi anche nel secondo tempo fino al maramaldesco 8-0 e tanto cadde in estasi il vicerettore don Paolo Granzini che, consegnandogli la medaglia per il miglior giocatore, l’accompagnò con poche profetiche parole: “Tu sarai un campione“.

Eccolo juventino per 60mila lire divise in parti uguali tra la squadra di Barengo, il suo paese, e quella del Momo che lo aveva tesserato (“Fu la prima volta che sentii parlare di fifty – fifty” ricordera’ sempre) ma i primi passi nella Juventus furono piuttosto accidentati. “Tu devi fare solo quello che ti dirò io perchè qualunque cosa ti dirò, tu puoi farla“; così Cesarini gli aprì la porta e lo schierò centravanti delle riserve contrapponendolo a Parola. “Come mi vidi lanciare il pallone, scattai all’istante ma feci appena in tempo a indovinare di chi si trattasse ed ero lungo disteso: “Ehi, burba, credevi di stare in campo a raccogliere margherite? Sei uomo o no? E allora, coraggio!

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E questo fu il benvenuto del grande capitano. La seconda lezione arrivò con la chiamata in nazionale: quattro mesi prima di compiere i 19 anni aveva esordito in serie A, quattro mesi dopo i 19 anni debuttò in azzurro. E Vittorio Pozzo lo introdusse subito nell’atmosfera e nel sentimento di quella maglia: “Avrai come compagno di camera Amedeo Biavati. Lui è un veterano, tu sei una burba. Se avessi fatto il soldato sapresti che distanza esiste tra una burba e un veterano. Ma ricordati sempre che Amedeo Biavati è campione del mondo. Sai che cosa significa una medaglia d’oro? Significa che nessun uomo ha dimostrato di essere più bravo di lui. Perchè le medaglie d’oro si danno solo agli eroi“.

La trasferta a Parigi dormendo in tre in una cuccetta a due posti e percio’ dandosi il cambio con Muccinelli nel distendersi a terra; la notte in bianco a Madrid per il continuo lamentarsi di Parola, suo compagno di camera, estromesso dalla nazionale a vantaggio di Rigamonti; la sveglietta dell’orologio al polso di Gianni Agnelli che suona al decimo minuto di Roma – Juventus un minuto dopo il gol del biondo centravanti che, avendo fatto vincere la scommessa al suo presidente, ne riceve in dono proprio quell’orologio; i premi per i gol di capocannoniere ottenuti in mucche da lui scelte tutte gravide; la Croce d’oro lateranense dopo Italia – Inghilterra del maggio 1952 a Firenze; una bistecca mangiata in undici prima di una partita perche’ secondo il leggendario Rosetta “a pancia vuota si gioca meglio”; la prima volta che per lui fu coniato il termine “centrocampista” quando per far posto a Charles fu spostato da centravanti a mezz’ala e fu considerato una degradazione: questi e infiniti altri segnalibri della sua avventura sul campo scandiscono 444 partite in bianconero arricchite con 178 gol, 38 presenze azzurre con altre 8 reti e il massimo riconoscimento ricevuto con la maglia numero “7” della rappresentativa europea opposta alla nazionale inglese a Wembley il 21 ottobre 1953. In questa partita Boniperti va in gol due volte strabiliando compagni e avversari, i “continentali” dominano fino al 4-2 ma finiscono per essere raggiunti grazie al compiacente arbitro gallese che inventa il rigore del 4-4.

Non e’ una medaglia d’oro come l’intendeva Pozzo, ma e’ una coppa degna di essere conservata accanto alla medaglietta di don Paolo e all’orologio – sveglia di Gianni Agnelli. Cominciata contro il Milan questa prima vita bianconera, contro l’altra squadra milanese si conclude: e’ la partita amara vinta per 9-1 perche’ l’Inter per protesta schiera i ragazzi. Fra questi c’e’ il figlio di Valentino Mazzola, un avversario che Boniperti ha sempre ammirato sul campo e venerato alla memoria: una di quelle straordinarie coincidenze che il caso ama inventare per esaltare la propria misteriosa genialita’. Rientrato negli spogliatoi va direttamente dal massaggiatore: “Crova, ecco le mie scarpe. Ho finito“. E se ne va con 5 scudetti e 2 coppe Italia.

LA VITA DA PRESIDENTE

Ma Boniperti non può stare lontano dalla Juventus e la Juve non può essere tale senza di lui ed il 5 novembre 1969 viene nominato amministratore delegato; il calcio sta cambiando per effetto della trasformazione dei clubs in società per azioni, occorrono idee chiare ed esperienza e gli Agnelli richiamano il “vecchio” condottiero. Inizia così la seconda esperienza bonipertiana in seno alla Juve; ai cinque scudetti vinti da calciatore se ne aggiungono i nove vinti da presidente e soprattutto entrano finalmente nella bacheca di Galleria S.Federico e successivamente di Piazza Crimea, le Coppe Internazionali.

Al gesto scaramantico di incrociare le dita nello scoccare un tiro a rete si sostiuirà quello di “fuggire” dalla tribuna alla fine del primo tempo per rifugiarsi in auto dove ascoltare, in compagnia dell’autista, il resto della partita sulle frequenze di “Tutto il calcio….”. Sceglie come proprio collaboratore Pietro Giuliano, tanto modesto quanto fondamentale, mentre per la conduzione tecnica si affidò dapprima a “soluzioni interne”, Vycpalek e Parola (esclusa la sfortunata parentesi di Picchi, stroncato da un male incurabile), poi, all’indomani di un campionato gettato alle ortiche in modo sciagurato, chiamò un giovane milanese alla guida della squadra: Giovanni Trapattoni.

Una Juve con cinque punti di vantaggio ma dilaniata da polemiche interne, si fece rimontare in tre partite dal Torino ed a fine stagione a farne le spese furono Parola (dolorosamente per lo stesso Boniperti, visto che fu il suo primo maestro) ed i dissidenti Capello ed Anastasi (dolorosamente per i tifosi), ma ancora una volta venne fatta la cosa giusta al momento giusto. Venne a formarsi, da quella prima stagione 1976/77, un binomio inscindibile e vincente, sotto la sapiente “regia telefonica” di Giovanni Agnelli; furono gettate le basi per un esaltante periodo ricco di successi, impreziosito dall’arrivo di monsieur Platini dal St.Etienne che, ad onor del vero, fu acquistato solo grazie al diretto intervento, leggasi esborso, dell’avvocato Agnelli.

Qualche anno prima Boniperti, coadiuvato da Italo Allodi, aveva visto giusto nell’investire in una serie di giovani che da lì a poco sarebbero giunti ai vertici: Spinosi, Morini, Furino, Causio, Bettega, seguiti via via dai vari Scirea, Cabrini, Tardelli, tanto per citarne alcuni. Dopo l’addio del Trap, ci fu la parentesi di Marchesi, quindi Boniperti decise di rifondare per l’ennesima volta la squadra e chiamò in panchina un ex “mostro sacro”, SuperDino Zoff affiancato dal grande Gaetano Scirea. Era sicuramente una Juventus votata al successo, ma purtroppo un destino crudele non permise il compimento del nuovo progetto bonipertiano.

In quegli anni anche la famiglia Agnelli fu stregata dai nuovi profeti del calcio che sorgevano all’orizzonte, sulla scia del Milan-pigliatutto di Sacchi in salsa olandese. Boniperti, che già cominciava a non riconoscersi in un calcio fatto di sponsor e di procuratori, si mise da parte ed il risultato fu l’umiliante e fallimentare stagione di maifrediana memoria, terminata con la mancata qualificazione in ogni competizione europea. Per salvare il salvabile gli Agnelli tornarono sui propri passi e si affidarono ancora una volta alla saggezza contadina di Boniperti. In realtà il presidentissimo era già stato superato dai tempi, soprattutto a causa dell’introduzione dello svincolo. Lui che era da sempre abituato a risolvere la pratica ingaggi in una giornata con il solito blitz a Villar Perosa durante la preparazione estiva, doveva ora dialogare con procuratori, emissari, sponsor personali e quant’altro.

Così i tifosi juventini videro sfumare acquisti dati per certi (Mannini, Vialli, Vierchwood, Gullit e Donadoni), ma, ancora sotto la guida dell’inossidabile Trap, arrivò una Coppa Uefa che rappresentò l’ultimo trofeo vinto da Giampiero Boniperti alla presidenza. Il resto è storia recente, ma il mito e l’ombra di Giampiero Boniperti aleggia sempre sulla “sua” Juventus, vuoi per paragonarne lo stile o le vittorie, e non a caso il sondaggio promosso nell’ambito delle celebrazioni per Juvecentus lo hanno eletto juventino del secolo.

Un ringraziamento a http://ilpalloneracconta.blogspot.com/