BREITNER Paul: pallone e Libretto rosso

La faccia di un incrocio tra uno yeti e un lupo mannaro votatosi alle forze del bene. La barba fatta crescere per proseguire i nodi ai pensieri venuti giù prima del tempo. Paul Breitner è nato pochi anni dopo la guerra, classe ’51, figlio della Germania divisa, stracolma di cognomi iscritti presso l’anagrafe adulta della storia. Roba da ombelichi ideologici e politiche nascoste, dopo che tutto, o quasi, era stato tirato fuori per mostrarlo al mondo, e nel peggiore dei modi.

Paul nasce a Kolbermoor, e cresce a Freilassing, dove inizia a giocare a pallone, cresciuto a suon di Bavaria dal padre impiegato. L’origine è d’ufficio, la testa no. E sì, perché Paul mostra sin da subito tendenze intellettuali poco abituè per gli ambienti pallonari, di solito un po’ distanti dall’impegno e dal pensiero politico.
Paul, calciatore di grandi promesse, abbraccia il Libretto rosso della Cina rivoluzionaria, guadagnandosi presto l’appellativo del “Maoista”, il barbuto giovanotto venuto da nessuno sa dove a fare l’uomo immagine della sinistra acuta e lontana per il calcio ottuso e di ogni luogo.

La barba di Paul è ispida e cespugliosa, fitta come la foresta di teorie che il futuro della nazionale tedesca si porta appresso. La capigliatura gli fa la testa più rotonda di un mappamondo, e la sua folta pettinatura, anticipando i look di Maradona e Valderrama, gli fa affibbiare un altro soprannome. Der Afro, uno che viene dalla rigida e rigorosa Baviera monegasca e va vestito di aspetto sfacciato e ribelle. Soltanto gli occhi, soltanto si fa per dire, perchè alla fine dei conti fanno tutta la persona, conservano lo sguardo fisso e glaciale verso un obiettivo non ancora rivelato.

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Cresciuto nelle file dell’ESV Freilassing e poi dell’SV Kolbermoor, viene segnalato al Bayern di Monaco a cui approda a diciannove anni, conquistando in breve la maglia da titolare. Abile con entrambi i piedi, poderoso secondo classici canoni germanici ma anche agile, viene piazzato in difesa, sulla fascia sinistra, dimostrandosi giocatore completo. Vede il gioco, sa passare la palla, non disdegna la conclusione diretta ma, soprattutto, è implacabile sull’uomo. Il Ct Helmut Schön lo chiama subito in Nazionale, dove esordisce giovanissimo, il 22 giugno 1971, a Oslo, in una torrenziale vittoria (7-1) sulla Norvegia che costringe il Ct ad accantonare Vogts per il nuovo arrivato.

È l’era del grande Bayern e della grande Germania. Nel 1972 Breitner conquista il titolo europeo, che poi completa col Mondiale 1974. Nella finale con l’Olanda di Cruijff è lui a trasformare con freddezza il rigore che innesca la vittoriosa rimonta. Nelle frattempo nelle file del Bayern vince tre scudetti consecutivi, dal 1972 al 1974, e la Coppa dei Campioni nell’anno del Mondiale. Poi, l’aria per il giocatore si fa pesante

Nel 1974, da campione del mondo, viene acquistato dal Real Madrid. Scandalo! Sì, perché vedere il Maoista giocare con la maglia della squadra del re di Spagna fa una certa sensazione. Come se non bastasse, il Real degli anni ’70 è protetto da Francisco Franco, l’ultimo dei dittatori dell’Europa che sta cambiando. Il dettaglio fa imbestialire ancora di più gli integralisti del pensiero. Quasi quasi verrebbe voglia di espellerlo dal “gruppo”, ma Paul Breitner gioca a calcio, e il suo dovere resta prima di tutto quello. Ed è proprio il calcio a tirargli un brutto scherzo. Semifinale di Coppa dei Campioni, il Bayern Monaco elimina il Real di Breitner e il “Maoista” deve sorbirsi fischi e delusione. Gli toccano l’amarcord e l’amara sconfitta, tutto condito in salsa occidentale, dentro la dittatura, e fuori da quel clima, nessuno ad aspettarlo.

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Lo aspetta solo la moglie, che nel 1977 lo convince a lasciare Madrid per tornare in Germania all’Eintracht di Braunschweig, e sembra ormai un emarginato. Schoen lo esclude dal Mondiale 1978 e avrà a pentirsene. Il Bayern invece lo riprende nel 1978: Breitner si sistema tra il centrocampo e l’attacco e in coppia con l’astro nascente Rummenigge punta al vertice. Sensazionale il suo ruolino: dal 1978 al 1983 l’ex terzino gioca 146 partite e realizza 66 reti, conquistando due scudetti (1980 e 1981) e una Coppa di Germania (1982). Trionfale

L’ultima partita importante, Paul la gioca nell’estate del 1982. Dove? A Madrid, guarda un po’. Finale di Coppa del Mondo. Italia – Germania Ovest. Il Maoista conosce un’altra sconfitta. 3 a 1 per la compagine tricolore. E il goal della bandiera tedesca chi lo segna? Paul Breitner, che con gli onori riservati solo ai campioni chiude una carriera che dice: cinque campionati tedeschi, due campionati spagnoli, due coppe di Germania, una Coppa di Spagna, una Coppa dei Campioni, un Campionato del Mondo e un Campionato europeo.

In mezzo al complesso di vittorie, alcune apparizioni cinematografiche, perché la sua faccia mai sarebbe passata inosservata. Il film Potato Fritz, forse, sarà sempre ricordato solo per questo, perché dentro, sopra un cavallo, con fare da cow boy, c’è Paul Breitner, che pubblica pure un libro uscito nel 1982, Kopfball, dopo aver partecipato, anni prima, alla produzione televisiva di una serie di 6 puntate.

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Si dice che Paul non abbia partecipato al Mondiale del 1978 per boicottare la manifestazione voluta dal regime di Videla. Le ragioni del suo forfait, pare, siano state politiche. Ma il suo più grande romanzo a puntate è stato la sua vita, colma di coincidenze, in discesa e in salita lungo le strade dei suoi aneddoti dal sapore ideologico e personale. Come quando passò al Real, la squadra di Franco, come quando il suo Bayern lo “sgambettò” in Coppa dei Campioni, come quando nel 1974, nell’edizione del Mondiale vinto dalla Germania, segnò il goal decisivo contro il Cile di un altro dittatore, Pinochet. Come quando Paul saltò il Mundial argentino per fare dispetto a un altro capo di regime, Videla “dei desaparecidos”.

La storia della sua carriera sembra indissolubilmente legata alle faccende politiche. A prescindere da tutto, stiamo parlando di uno che ha provato a maneggiare la parola libertà. Alla meno peggio, è “sopravvissuto”, frequentando tutte le stanze, in tempi che a malapena riuscivano a profetizzare e a contemplare quelli di oggi. Lo ha detto Theodor Adorno, “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta”.