BURGNICH Tarcisio: la spada nella roccia

Soprannominato “La Roccia”, ecco un piccolo ritratto di un grande uomo, sempre leale ed esemplare


Bè, a volte le sue brave cantonate le prende anche Madama. No, non voglio rifare la tiritera di Paolo Rossi, che resta due anni alla Juve senza trovare lo spiraglio per infilarsi in squadra, poi viene spedito a Como, eccetera eccetera. Intendo Tarcisio Burgnich, detto la «roccia», campione d’Italia in bianconero nel 61, che l’anno successivo, un po’ stranito e disorientato, com’è come non è finisce per ritrovarsi niente meno che in quel di Palermo…
Mica che Palermo non sia una magnifica città, con un clima dolcissimo e tanta spiaggia dalla sabbia dorata. Ma, capirete, per un furlan di scorza dura (è nato a Ruda, un nome che è già tutto un programma, il 24 aprile del 1939, ha giocato i due primi campionati di A ovviamente nelle file dell’Udinese, prima di emigrare a Torino), dico per un furlan tutto d’un pezzo trovarsi a Palermo fu un colpo basso, poco da dire. Ma, niente paura.

Questo giovanotto taciturno e perennemente accigliato, che aveva contribuito allo scudetto della Juve con 13 presenze niente male, suscita l’interesse della grande Inter di Moratti Allodi e H.H., e così come velocemente era calato dal Nord al Sud, altrettanto velocemente risale dal Sud al Nord. E approda alla corte nerazzurra per far coppia con uno spilungone biondo e simpatico, tale Giacinto Facchetti, da Treviglio di Bergamo, un tipo che parla poco come lui, ma gioca molto. E i due si integrano a meraviglia, Tarcisio si becca la punta più appuntita della squadra avversaria, gli mette il bavaglio e lo manda subito a cuccia, mentre Giacintone svolazza a tutto campo per segnare i primi gol italiani di un difensore di ruolo…

Nasce così una delle coppie di terzini più famose di tutto il nostro calcio, qualcosa come Rosetta e Calligaris, Monzeglio e Allemandi, Ballarin e Maroso, Fagotto e Ricci, Magnini-Cervato e via ricordando. Tarcisio, fra il lusco e il brusco, vince altri quattro scudetti (dopo quello fugacemente conquistato a Torino con la maglietta della Juve), vince un paio di Coppe dei Campioni, gioca qualcosa come 66 partite in Nazionale, segna due gol, uno dei quali resta consegnato alla storia della Coppa Rimet. Eh, già, perché si tratta del gol del momentaneo due a due all’Azteca, in quella girandola stordente di reti e di emozioni che fu il 4 a 3 fra l’Italia e la Germania Ovest, Burgnich ci mise lo zampone anche lui, una fulminea proiezione offensiva (lui, che non avanzava mai, mastino tenace da area di rigore) un tocco e Maier dovette inchinarsi…


Poi anche l’Inter fa la sua brava fesseria,
nel 1974. L’età non più verde (35) e i dubbi sulla sua ripresa fisica dopo un infortunio convincono i nerazzurri a cederlo. In effetti sembra proprio avviato sul viale del tramonto, tanto più che si sente quasi appagato da tanti anni disputati ad alto livello, pieni di successi. Vinicio però lo vuole a tutti i costi: gli serve un libero esperto per applicare al meglio la tattica del fuorigioco, novità assoluta per il Napoli. Accetta con entusiasmo e sente che può dare ancora qualcosa al calcio. Burgnich disputa una stagione straordinaria: 36 anni 30 partite su 30! Determinante risulta la sua esperienza in quel meraviglioso Napoli del 1974-1975, che si classificò 2°. L’anno dopo vince l’ultimo trofeo vacante nella sua già ricca bacheca; la Coppa Italia. Gioca la sua ultima partita il 22/5/1977 contro la Fiorentina arrivando a sfiorare le 500 presenze in serie A (alla fine saranno 494).

In Nazionale, “Mondino” Fabbri lo fa esordire in nazionale A il 10/11/1963 nel match di ritorno valevole per gli ottavi di finale della Coppa Europa contro l’U.R.S.S. del mitico “Ragno nero” Lev Jascin (per la cronaca finì 1-1 con Italia, ahimè, eliminata). Indossa per ben 66 volte la maglia azzurra chiudendo la sua epopea infortunandosi, causa uno strappo, durante Polonia-Italia 2-1 del 23/6/1974, gara che sancì l’eliminazione dai mondiali nella Coppa del mondo 1974.

Terminata la carriera, Tarcisio torna al Nord, destinazione Coverciano, supercorso per allenatori diretto da Allodi. Guadagna il suo bravo diploma Da qui una carriera che si dipana tra Bologna, Como, Foggia, Lucchese, Cremonese , Genoa e Vicenza senza tuttavia picchi di gloria come avrebbe senz’altro meritato.

Chi è, dunque, Tarcisio Burgnich? Un uomo tutto d’un pezzo, gran lavoratore, taciturno ma niente affatto musone, onesto come usava ai tempi andati, innamorato del calcio, dal quale ha avuto tutto, ma al quale molto ha dato. E’ sua, e di un altro furlan, Ezio Pascutti, una delle foto più famose degli ultimi vent’anni (vedi sotto): quel volo a due per colpire di testa il pallone. Arrivò… primo Ezio e fu gol, un gol strepitoso, memorabile, eternato dall’estro fortunato di un fotoreporter abile e svelto come i due campioni.

A chi gli chiese cosa ne pensasse di quel famoso gol, lui, tutto serio e compunto, rispose: «Eh, sì, Pascutti me l’ha fatta. Pensa: io avevo capito che il cross sarebbe piovuto dalle nostre parti e siccome Ezio lo conosco bene, mi sono buttato in tuffo prima di lui, per anticiparlo. Sono in volo e intravvedo un fulmine che mi sfreccia… sotto, sento lo splash della pelata di Ezio che incoccia il cuoio del pallone, gol. Ero scattato per primo, sono arrivato secondo… Un gol così poteva segnarlo soltanto un campione come Ezio. In fondo, mi ha fatto perfino piacere che gli sia riuscita una prodezza del genere».

Burgnich, da giocatore, era fatto così. Inesorabile nei controllo dell’uomo, leale e cavalleresco nel riconoscere le piccole sconfitte che in una partita doveva, fatalmente, conoscere anche un asso come lui.

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