I meccanismi della vertigine collettiva

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La psicologia può dire qualcosa sul calcio, non con la pretesa di interpretare una realtà sociale complessa e talvolta persino drammatica, quanto nel senso di porgere un punto di vista un po’ diverso dal quale osservare lo sport del pallone.


Chi non ama il gioco del calcio si perde qualcosa della vita. Pare che questa opinione sia stata espressa da Bertrand Russell, il grande filosofo e matematico, ma certo è anche l’opinione di tutti quei milioni di tifosi che nel calcio trovano un irrinunciabile appuntamento. Qual è l’origine del fascino di questo sport che riesce a coinvolgere masse di persone di ogni ceto sociale, ad accendere discussioni e a fare, letteralmente, soffrire e delirare il pubblico?

Le caratteristiche del calcio sono essenzialmente due: primo, è uno sport di squadra, cioè di gruppo; secondo, è uno sport che si serve di una palla. Per questi motivi, apparentemente ovvi e scontati, la psicologia può dire qualcosa sul calcio, non con la pretesa di interpretare altezzosamente una realtà sociale complessa e talvolta persino drammatica, quanto nel senso di porgere un punto di vista, probabilmente un po’ diverso, dal quale osservare lo sport del pallone.

In quanto sport di gruppo, il calcio richiede a chi lo gioca, più che in altri sport, un intervento del pensiero e soprattutto la capacità di interagire con altre persone e di regolare il proprio comportamento su quello dei compagni di squadra, degli avversari e del pubblico, che infatti viene spesso definito «il tredicesimo giocatore», specialmente quando è molto rumoroso e partecipativo. Il giocatore che non aizza né provoca il pubblico, ossia che mantiene il controllo di se stesso, è quello che meglio usa le sue capacità di collaborazione e il suo comportamento viene giudicato «da serio professionista».

Ai giocatori si richiedono dunque notevoli capacità di adattamento alle esigenze della squadra, «il collettivo», poiché le varie abilità tecniche che costituiscono «la classe», cioè velocità, destrezza di movimenti, capacità di controllo del pallone («i piedi buoni»), doti acrobatiche e coraggio devono essere sottomesse alle esigenze del gruppo: «Il ragazzo ha classe da vendere, ma deve imparare a sacrificarsi per la squadra». Così la responsabilità del risultato viene sempre condivisa anche quando alcuni giocatori «i fuoriclasse» – danno maggiori contributi alla vittoria: «Non faccio graduatorie di merito, dicono gli allenatori, si vince e si perde in undici».

Ma i giocatori devono regolare il proprio comportamento anche in base all’evoluzione della partita, tant’è che quando la squadra è in vantaggio devono sapere «amministrare» la partita. Il calcio è dunque un gioco, per così dire, intellettuale, perché non si accontenta della forza atletica, ma implica un primato della ragione e della creatività quando richiede «l’invenzione» di un Maradona, l’intelligenza di un Platini o la capacità di giocare d’anticipo come mossa strategica.

L’elevato livello intellettuale richiesto dal gioco del calcio, in quanto azione di un gruppo finalizzata a un obiettivo, si può verificare anche nel raffinato modo di applicare la tattica e la strategia: il cosiddetto «bel gioco». La capacità di apprezzare la tattica e la strategia adottate è talmente importante, al pari del piacere del gol, che viene comunemente ritenuto il criterio discriminante tra il tifoso maturo che forma «il pubblico dal palato fine» e i tifosi beceri che urlano selvaggiamente e vogliono solo la vittoria per la vittoria ottenuta con qualsiasi mezzo. Il football comunque è un gioco, per così dire, dialettico, il cui caratteristiche diverse e perfino contraddittorie si risolvono nella felice sintesi della partita.

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Infatti, come ricorda Bouet, uno dei massimi psicologi dello sport, è una attività che richiede intelligenza, ma si gioca con i piedi, quindi chiama in causa due estremità del corpo antitetiche, non solo fisicamente, ma anche simbolicamente. Nel calcio sono in causa queste due polarità e c’è come un tentativo di sottomissione reciproca di piedi e testa: il giocatore intelligente resta «un brocco» se non sa trattare la palla con i piedi, ma un giocatore bravo con i piedi resta un mediocre se non usa l’intelligenza.

La seconda contrapposizione è data dal fatto che il calcio è un gioco sempre uguale e sempre diverso. E’ sempre uguale nelle sue strutture, nelle sue regole, ma è sempre diverso nella dinamica della partita. Offre la certezza delle norme, ma l’incertezza del risultato. E’ semplice e complesso: semplice perché basta fare un gol e farne uno più degli avversari, ma è complesso perché bisogna concepire sistemi via via diversi a seconda degli ambienti, delle partite, delle situazioni. Facile e comprensibile a tutti nelle sue finalità, ma complicato, perfino sofisticato, nelle sue realizzazioni pratiche.

Essendo dunque prevedibile, quindi rassicurante, e imprevedibile, quindi carico di suspense, il calcio sollecita due esigenze psicologiche fondamentali: il bisogno di sicurezza, dato dalla costanza delle regole, e il bisogno di cambiamento dato dall’evoluzione della partita. Il suo fascino è simile a quello del romanzo giallo: il vincitore è lì presente, davanti agli occhi di tutti, ma non si sa chi sia fino al termine della partita, così come nel giallo l’assassino è lì, davanti a noi, confuso tra gli altri protagonisti, ma non sappiamo chi è fino al termine del libro.

Infine, e questo è l’aspetto forse più rilevante, il calcio, in quanto sport competitivo, si serve dell’aggressività come strumento per combattere e vincere, quindi la utilizza e la scarica. Ma allo stesso tempo esige che sia incanalata in forme ben precise e mediata dal pallone perché non può essere indirizzata sull’avversario e gli scontri diretti, i «takles», sono rigidamente sorvegliati e puniti. Il gioco del calcio quindi permette alle spinte aggressive di sfogarsi, ma nello stesso tempo provvede a contenerle attraverso un sistema codificato di regole realizzando così, nel suo piccole, la trasformazione di un impulso istintuale in un fatto sociale.

Giorgio Blandino