CARLO MAZZONE – marzo 1984

“Vi spiego perché in estate sentivo il prurito di tentare l’avventura in un grosso club e invece ho deciso di restare altri due anni. Rozzi ha saputo parlare al mio cuore e poi io mi sento realizzato ad Ascoli, che c’è di male?”

Il fedelissimo

HA COMPIUTO i quarantasette in questi giorni e la crisi del settimo anno l’ha già vissuta da un secolo. È Carletto Mazzone, Ascoli in saecula saeculorum. Dicono di lui: soggetto enormemente sanguigno, ovvero tanto palloso e incazzoso. E dicono ancora: catenacciaro da quando era in culla, uomo di spada e di trincea. La crisi del settimo anno gli venne appunto nella stagione di grazia settantacinque. Stava all’Ascoli da una vita, allenava l’Ascoli da sette anni esatti e covava tremendissimi pruriti lungo il gran corpaccione. E così se ne andò via, prima a Firenze e poi a Catanzaro. Ma ora basta, ora Carletto ha firmato una specie di patto d’acciaio con l’impagabile Rozzi e io comincerei un certo discorso ricordando a Carletto quel che mi disse solennemente l’estate scorsa. Amico caro, mi faccio l’Ascoli per l’ultima volta e poi via da lì, questo mi disse a luglio, nei saloni del calcio-mercato.

L’INTERVISTA. «Non nego di avertelo detto, non nego di averci seriamente pensato. Però sai come si fa nella vita: ti fanno i discorsi giusti che ti arrivano dritti al cuore e allora pensi che il tuo egoismo non deve mai prevalere è che hai una famiglia da ascoltare e che in fin dei conti Ascoli resta il mio piccolo paradiso, questo sì».

— Rozzi che discorsi ti ha fatto?
«Non quelli che mi ha fatto, ma quando me li ha fatti… Me li ha fatti dopo due sconfitte consecutive, mi ha offerto due anni ancora di contratto nel momento in cui stavo un po’ giù di morale e io mi sono commosso e si capisce che in casa ne ho parlato a mia moglie è ascolana e figurati se lei non era la prima a fregarsi le mani per questa soluzione».

— E così i tuoi viaggi di sogno?
«Prima cosa: i miei viaggi di sogno li ho già fatti. Seconda cosa: fra due anni non ne ho ancora cinquanta e posso sempre accasarmi laddove non sono oggi. Terza cosa: a Firenze e a Catanzaro ero troppo solo e la domenica sera o il lunedì mi facevo centinaia di chilometri in auto per raggiungere la famiglia e dunque la lontananza da casa mi pesava un po’ troppo».

— Sai cosa si dice: Mazzone l’ascolano…
«Dicano quel che vogliono, ma io a Firenze ho dimostrato di poter fare con orgoglio anche l’allenatore in un grosso club metropolitano. Guarda tu quel che ho fatto a Firenze: un terzo posto, una Coppa Italia e la partecipazione all’Uefa…».
mazzone-intervista-marzo-1984-wp— Però ti hanno mandato via…
«Mi hanno mandato via perché feci l’errore di restare a Firenze un anno di troppo. Il segreto per avere successo in quella città è così semplice: fermarsi un paio d’anni, non uno di più. E poi non ti dimenticare Catanzaro. Fare il nono posto beato e tranquillo a Catanzaro e in Serie A è come uno scudetto, non trovi?».

— E la salvezza ad Ascoli che cos’è?
«Potrei risponderti che anche una pura e semplice salvezza ad Ascoli è un mezzo scudetto perché Ascoli città non fa nemmeno cinquantamila abitanti e allora ci siamo capiti… però io ad Ascoli non mi accontento, io ad Ascoli ho pure fatto il sesto posto, io ad Ascoli quest’anno posso fare l’ottavo o il nono posto e un altr’anno…».

— Un altr’anno cosa?
«Un altr’anno partiamo per fare uno stupendo centroclassifica, ma la notte fammi almeno sognare l’Uefa perché il pubblico di Ascoli l’Uefa la meriterebbe e io quasi tutte le notti l’Uefa me la sogno».

— Dicono di te: troppo incazzoso…
«Da giocatore non ero un fenomeno, non lo ero proprio. Con la mia grinta ho toccato certi traguardi, solo con il mio gran temperamento. E quando stai in provincia non ti puoi permettere di metterti lo smoking e di fumarti la tua sigarettina bello e tranquillo perché in provincia è più facile che il potere te lo metta in quel posto».

— Dicono di te catenacciaro.
«E tu sai che dicono la cosa più ingiusta e cretina del mondo. Perché il Catanzaro giocava addirittura con tre punte e l’Ascoli ha sempre fatto zona e spesso giochiamo con Juary e Borghi di punta e con Novellino e Greco a supporto e capisco anch’io che magari esagero…».

— Però la zona non la fai più?
«Faccio zona mista perché ho in difesa un paio di giocatori che danno il centouno per cento se li faccio stare sull’uomo».

— Hai molti giocatori svincolati…
«Nei prossimi giorni il presidente, il sottoscritto e quei tre o quattro giocatori ci mettiamo a discutere insieme e vediamo se riusciamo a trattenerli tutti».

— Devi prenderti un po’ di stranieri…
«Intanto ho Juary che è andato benino e poi io con gli stranieri ci vado piano perché vedo che anche i grossi campioni faticano ad ambientarsi nel nostro calcio e figurati tu se non fatica uno straniero che viene improvvisamente calato qui ad Ascoli».

— Sicché farete senza stranieri?
«Non ho detto questo, ma ribadisco che voglio fare cento riflessioni e mille verifiche».

— Nel frattempo continui a fare la solita vita di provincia.
«Già, tutti credono che per me allenare ad Ascoli sia poi così facile… mica vero, ad Ascoli devi sempre fare i risultati, altrimenti la gente ti fa la battuta feroce e ti stende con mezza chiacchiera… però mi sono convinto che un individuo deve realizzarsi soprattutto fuori dal campo e non c’è dubbio che in questa piccola città io mi realizzo».

— So che hai i figli grandi.
«Sì, mi crescono troppo in fretta… lo sai che l’altro giorno la mia figliola di vent’anni mi ha presentato un ragazzo… è il tuo fidanzato, ho chiesto io? Ma papà, ma quale fidanzato, oggi non si dice più così, è il ragazzo mio, si dice così., ecco, il tempo passa molto veloce, mia figlia ha vent’anni e io forse ne ho settanta o novanta quando sento i giovani parlare in un certo modo».

— E se fra due anni ti torna il prurito?
«Se mi torna il prurito posso sempre tagliare la corda».

— A Roma ci torni spesso?
«A Roma ho ancora le mie sorelle… torno spesso a Trastevere dove sono nato o a Monteverde dove ho trascorso l’adolescenza… rivedo i romanisti amici miei e i laziali, facciamo un po’ di battute e poi via di nuovo a casa, cioè qui a casa».

— Carletto, hai mai pensato alla Juve?
«Tempo perso, è la Juve che non ha mai pensato a me».