Carlo Sassi: i segreti della moviola

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Carlo Sassi, e il pensiero va alla moviola. L’ha inventata lui, 40 anni fa, e da quel momento il football italiano non è stato più lo stesso. Nemmeno la tv è stata più la stessa e nemmeno lui, giornalista appassionato di atletica, è stato più lo stesso, ingabbiato dal ralenti.


Alla fine degli anni 80, anche lo Zingarelli si era aggiornato. Accanto alla definizione classica, «apparecchiatura per il montaggio cinematografico…», c’era (e ancora c’è) quella nuova voce che recitava «trasmissione televisiva che, specialmente per gli incontri di calcio, permette di vedere lentamente e con frequenti ripetizioni una data azione». Moviola, insomma. Chissà se lo immaginavano, quel 22 ottobre del 67, gli inventori di quel gioco tecnologico che avrebbe fatto appassionare i tifosi, alzare la voce a giocatori e dirigenti, a volte imbestialire la classe arbitrale.

Chissà se lo immaginava Carlo Sassi, che insieme a Heron Vitaletti quel pomeriggio, nella sede della Rai, discuteva del gol-fantasma di Rivera nel derby di Milano che si era concluso da poche ore. Benitez aveva portato in vantaggio l’Inter, il «golden boy» aveva pareggiato con un gran tiro che si stampò appena sotto la traversa e ricadde in campo. Dentro, disse l’arbitro D’Agostini. «E invece noi scoprimmo che non era così», spiega Sassi, l’inventore. «Io e Vitaletti ci accorgemmo che quando la palla ricadeva sul terreno, sollevava polvere di gesso. Questo poteva significare una cosa sola: che aveva toccato la linea. Pensammo a come avremmo potuto fare per dimostrarlo ai telespettatori. Tra i fotogrammi, andammo a trovare proprio quello in cui si vedeva la palla toccare terra. Si capiva bene che il gol non era valido. Mostrammo quel fotogramma in tivù, e fu l’inizio».

Per dirla tutta, fu la prova generale. La moviola, quella vera, arrivò qualche tempo dopo. «L’idea la portammo avanti da subito, pensammo a quanto sarebbe stato bello poter mostrare al pubblico questi particolari che sfuggivano a occhio nudo e ne parlammo con Aldo De Martino, allora responsabile dei servizi sportivi della Rai. Il progetto piacque anche a lui e partì immediatamente. Ma non era facile da realizzare. Allora non c’era l’elettronica, si lavorava sui filmati. Ci volle il lavoro di ingegneri, che studiarono una soluzione tecnologicamente all’avanguardia per l’epoca. In pratica inventarono una telecamera più piccola che riprendeva i filmati dal monitor mentre la pellicola scorreva a velocità regolare, per poi riproporli al rallentatore. Investimmo in tecnologia, ci volle tempo. Sembra preistoria, a raccontarla adesso Da allora lo sviluppo è stato continuo, si è arrivati all’ampex, all’elettronica. Per partire, a quei tempi, occorsero quasi due anni. La moviola, come decidemmo si chiamarla, debuttò ufficialmente nel maggio del ’69».

E siccome erano, appunto, altri tempi, all’inizio fu una mezza impresa. «Eravamo in continua corsa contro il tempo. I servizi arrivavano da tutte le sedi e i colleghi mi segnalavano i casi più interessanti. Io per anticipare un po’ i tempi, mi ero già messo avanti ascoltando le partite alla radio, prendendo appunti sugli episodi clamorosi. Nonostante tutto, si arrivava in volata. Spesso io e Vitaletti eravamo ancora in sala di montaggio quando sentivamo partire la sigla della “Domenica Sportiva”. Poi, con le nostre immagini, si andava in diretta e naturalmente a braccio” con i commenti».

E poi, finita la trasmissione, ci si preparava a raccogliere le critiche. «Quello che mi preoccupava di più era la possibilità di aver perso qualcosa per strada. A volle capitava che arrivassero segnalazioni di un fallo dubbio di cui non avevamo parlato. D’altra parte, era un’impresa coordinare quella mole di lavoro. Facevamo il massimo, non i miracoli. Ma con la gente di calcio non posso dire di avere avuto grandissimi problemi. Forse con un paio di presidenti, che si lamentavano più spesso degli altri. Naturalmente, i nomi non li faccio. Del resto, tutti sapevano che non avrei mai accettato compromessi. O mi davano la possibilità di far vedere tutto, ma proprio tutto, o il bel gioco sarebbe finito lì. E nessuno, devo dire, ha mai cercato di impormi scelte o decisioni».

Sinceramente: avrebbe mai potuto prevedere, Carlo Sassi, il mondo di parole e di immagini, di commenti e lamenti, che sarebbe cresciuto intorno alla sua creatura?
«La realtà è che la moviola era nata come una curiosità. Ci lavorammo parecchio, prima di lanciarla, ma il senso era quello. Poi, tutti ci si sono buttati: la carta stampata, le stesse società. E questo ha cambiato le carte in tavola, probabilmente anche il senso delle cose. Oggi tutto si risolve all’analisi di rigori, veri o presunti, e fuorigioco. Non era così, nelle mie intenzioni. La moviola era, ed è, uno strumento utile. Potrebbe essere anche piacevole, basterebbe dare più spazio al gesto atletico, allo spettacolo del calcio. Mi dispiace che sia diventato soltanto un problema di torti fatti o subiti».

Uno strumento utile, appunto. Per gli arbitri, che soprattutto all’inizio l’hanno combattuta, se non altro con la forza delle parole. «Ma la moviola in sé, al di là degli arabeschi o degli stravolgimenti verbali, dei fiumi di parole spesso spesi dietro a un dubbio, ha aiutato parecchio la classe arbitrale. Che si è resa conto anche grazie a quelle immagini di come stava cambiando il calcio. Guardate una partita di oggi e confrontatela con una partita di fine anni 60. Sono due cose diverse. Il calcio si è velocizzato, viaggia a ritmi che allora erano impensabili. Grazie alla moviola, gli arbitri hanno capito che dovevano stare più vicini all’azione, in ogni momento della partita. E di conseguenza hanno migliorato la loro preparazione atletica e le prestazioni in campo. Ricordo che facevano riunioni per discutere di queste cose, e la discussione, quando è propositiva, porta sempre uno sviluppo».

Altro che mostro che avvelena il calcio. La moviola è buona e fa bene, anche agli arbitri che nell’immaginario collettivo sono sempre i cattivi di turno. Ma allora, dove sta l’errore?
«L’errore non dovrebbe più esistere. Chi fa la moviola oggi non può permettersi di sbagliare. Ha tempo per controllare, perché il materiale gli arriva nel giro di un’ora dopo la fine delle partite. Chi dice che si tratta di un mezzo virtuale ha torto, perché la moviola spiega, analizza, seziona la realtà, e non la falsa minimamente. I dubbi potevano nascere all’inizio, semmai, quando c’era una sola telecamera che riprendeva l’azione dall’alto, e l’inquadratura ad altezza campo era un lusso. Il fatto è che, appunto, oggi le immagini spiegano tutto da sole, non c’è bisogno di ulteriori commenti».

Più la tecnologia avanza, più le parole sono fuori luogo. Anche i lamenti, del resto. «Ma questa è semplicemente una questione di cultura sportiva. Le sequenze della moviola vanno presentate con onestà e assoluta conoscenza delle regole, e dovrebbero essere accolte con sportività e tranquillità. La realtà è che oggi l’occhio della telecamera non è più soltanto uno. Ci sono mille inquadrature, ed è un bene. Ma non dobbiamo dimenticarci che se noi abbiamo a disposizione tanti occhi per vedere e giudicare un’azione, l’arbitro continua ad averne soltanto un paio. Io non farei mai l’arbitro, sinceramente. Anche perché non sempre i calciatori si comportano con onestà, e mi sembra che oggi in Italia si tenda a giocare più con le mani che con i piedi. Una delle ragioni per cui la moviola non è uno strumento obsoleto, e non passa di moda».

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LA SCHEDA

Carlo Sassi nasce a Milano il 1º ottobre 1929. In RAI dal 1960, lavora fin dall’inizio a La Domenica Sportiva e grazie a lui venne introdotta la innovazione tecnologica che cambia radicamente le discussioni sul calcio: la moviola. Attraverso la moviola le azioni salienti delle partite di cartello possono essere mostrate al rallentatore, analizzate e lungamente discusse.
La moviola nacque il 23 ottobre 1967 su un gol-non gol di Gianni Rivera in un Inter-Milan; nei primi anni Sassi si limitava soltanto a selezionare gli episodi, che in diretta venivano commentati da Bruno Pizzul, in seguito li analizzava di persona (negli anni ’80 curò all’interno della DS una rubrica intitolata Pronto moviola, in cui commentava gli episodi da moviola della giornata sentendo il parere dei calciatori protagonisti in diretta telefonica). Sassi è stato curatore della Domenica Sportiva e della moviola fino al 1991, quando si trasferì in Mediaset per la moviola a L’appello del Martedì con Maurizio Mosca, venendo sostituito dall’ex arbitro Carlo Longhi. Tornato in RAI nel 1992 conduce assieme a Sandro Ciotti Quasi Gol e dal 1993 affianca Fabio Fazio e Marino Bartoletti in Quelli che il calcio prima su Rai 3 e poi su Rai 2 fino al 2001.