CHINAGLIA Giorgio: i tormenti del Bisonte

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La favola del Bisonte: dall’infanzia poverissima, agli eccessi della Lazio-scudetto.Dalla gloria dei Cosmos di Pelè alle vicende giudiziarie


Tipica storia da dopoguerra, quella del bomber di origine toscana, nato a Carrara il 24 gennaio 1947. I genitori, poverissimi, emigrarono in Galles in cerca di fortuna. Solo quando riuscirono a mettere da parte il denaro necessario furono raggiunti dal resto della famiglia. Nel frattempo, il “piccolo” Giorgio aveva coltivato la sua vera e unica passione: il calcio. Una volta a Cardiff, però, l’allenatore della squadra di rugby della scuola lo volle fra i suoi. Il fisico imponente del ragazzo italiano sembrava perfetto per dare peso al pacchetto di mischia, altro che dare calci a una sfera. E anche la palla ovale non dispiacque al corpulento Giorgio. Ma il cuore, sotto sotto, batteva ancora come ai tempi grami delle partite in cortile a Carrara. E poi gli mancava il gusto del gol, così diverso da quello della meta.

Fu quindi naturale, per lui, tornare all’antico amore. Ben presto entrò a fare parte dello Swansea, dove non mancò di dividere gli animi. Eh sì, perché Giorgione era dotato di un temperamento assai focoso, che gli procurava regolarmente multe e sanzioni da parte della società. Vedendolo più giù del solito, una volta gli si avvicinò Ivor Allchurch, una leggenda vivente del calcio gallese: «Un giorno, Giorgio, tu sarai famoso come Bobby Charlton». «Tu cerchi solo di essere gentile» rispose. «No, ne sono convinto. Tu hai la preparazione e, quello che più conta, hai la mentalità del fuoriclasse».

Se una leggenda del calcio stravedeva per lui, non altrettanto poteva dirsi del presidente dello Swansea, che decise di lasciare libero il ragazzo, pressato dalle richieste di alcune società minori italiane. Lo congedò con queste fredde parole: «Non ce la farai mai nel calcio professionistico». E l’Italia, il Paese della miseria, dell’ infanzia da fame, dopo tanti anni parve un Bengodi, al redivivo Giorgio. Stipendi da favola, un’auto sportiva, e tutto questo in Serie C! La nostalgia per il Galles e gli amici rimasti là era forte, ma a Massa aveva trovato un nuovo paradiso. Nonostante questo, il turbolento giocatore entrò in attrito con la società, insofferente alle sue intemperanze: addirittura, nel periodo di leva, Giorgione si ritrovò a dormire sul tavolaccio della prigione militare. Proprio in cella venne a conoscenza della sua cessione all’Internapoli per la bella cifra di cento milioni.

Quel giorno pianse, il duro Chinaglia: gli avevano promesso la Fiorentina, altro che Internapoli, ancora Serie C. Anche sotto il Vesuvio si mise comunque in luce e finalmente, nel 1969, ecco il passaggio alla squadra della vita, la Lazio. Aveva fama di duro, Juan Carlos Lorenzo, ex Commissario tecnico dell’Argentina; le sue squadre, si diceva, non andavano per il sottile, se c’era da tirare calci. Addirittura, era stato più volte sorpreso mentre incitava i suoi a essere più fallosi. Ai Mondiali inglesi del 1966, dopo un incontro con i sudamericani, il tecnico britannico Alf Ramsey definì il Ct e suoi bravi «un branco di animali». Che la stampa inglese sia sempre pronta a scaricare fango sugli avversari è cosa nota, ma non v’è dubbio che le squadre di Lorenzo fossero eccessivamente irruente.

Chinaglia, comunque, nonostante l’animosità di carattere, fu plasmato a meraviglia da quel saggio argentino, che ne vide subito gli straordinari pregi e i difetti. Ben presto, lavorando sul tiro, sullo scatto e sulla difesa della palla, Giorgione fu pronto per l’esordio in massima serie, che avvenne alla seconda giornata, contro il Bologna. Nonostante la presenza del futuro bomber, non ancora abituato ai ritmi della A, i rossoblu vinsero per 1-0. La svolta di una carriera in salita si ebbe in un incontro casalingo col sempre temibilissimo Milan dopo un primo tempo frustrante, durante il quale non aveva quasi visto palla, negli spogliatoi Chinaglia fu avvicinato da Lorenzo, che appoggiandogli una mano sulla spalla gli disse: «Continua a giocare così, Giorgio, e tra pochi mesi comincerai a segnare con regolarità». Il numero nove biancoceleste tornò in campo più carico che mai e segnò la prima rete di una lunga serie.

Quell’anno la Lazio arrivò ottava, e l’esordiente Giorgione andò a bersaglio ben dodici volte. I tifosi lo elessero a idolo, i paragoni col leggendario Silvio Piola si sprecarono. Addirittura, Ferruccio Valcareggi fu sul punto di convocarlo per i Mondiali messicani in programma in quell’estate del 1970, e molte grandi società cominciarono a pressare inutilmente Lenzini per assicurarsi il giovane ariete.

Inaspettatamente, nella stagione 1970-71 le cose si misero malissimo fin dalla prima giornata. Spadroneggiare all’Olimpico divenne un’abitudine, la Lazio visse un’annata drammatica, fra tensioni e isterismi. Come da copione, l’imputato numero uno, oltre al tecnico, fu il centravanti, reo di non segnare più e di condurre, a detta della stampa, una vita sregolata, a base di champagne al night e sesso sfrenato con la moglie americana Connie. Figuratevi l’umore del focoso Chinaglia, continuamente beccato dai tifosi, che non perdevano occasione per molestare anche la giovane consorte. Quante serate finite a pugni, e quanti avventati attaccabrighe messi a tappeto, in quella sfortunata stagione. Una volta, Giorgio sfiorò la rissa con gli stessi dirigenti. Alla fine i bianco-celesti furono penultimi, e il tecnico pagò con l’addio.

Al posto di Lorenzo fu infatti ingaggiato Tommaso Maestrelli, che quell’anno aveva guidato il Foggia alla stessa sorte della Lazio. Perché cambiare un perdente con un altro perdente? Sembrava una fesseria, ma il vecchio Lenzini, quella volta, aveva imbroccato la giocata della vita. Fu accolto con diffidenza, l’ex tecnico dei pugliesi, ma ben presto, un po’ per l’età, prossima alla cinquantina, un po’ per i modi gentili e la grande saggezza, i giocatori cominciarono a considerarlo un padre. Fu da lì che prese piede la Leggenda della Grande Lazio, capace di portare la squadra biancoceleste di nuovo in serie A poi, da neopromossa, a sfiorare fino all’ultima giornata lo scudetto 1972/73. Per Chinaglia comunque la stagione migliore doveva ancora arrivare.

Sulle ali dell’entusiamo l’anno successivo, con 24 reti, mise la firma sullo scudetto, realizzando alla penultima giornata (12 maggio 1974) il calcio di rigore decisivo nell’incontro col Foggia. Fu il culmine della sua carriera. Da quel magico momento, al “Bisonte”, complice il suo famigerato caratteraccio, sembra andare tutto storto. Ad iniziare dalla Nazionale, partita per Monaco 74 con tutti i favori del successo. Che le cose dovessero andare male lo si capì fin da subito, fin da quando lo sconosciuto Sanon battè Zoff portando clamorosamente in vantaggio Haiti. Senonché al decimo della ripresa, Valcareggi decise di sostituire Chinaglia, che fin lì ha giocato (male) come tutti gli altri, con il panchinaro Anastasi. Giorgione non la prese affatto bene, non ne volle sapere di lasciare il posto a Pietruzzu, si scatenò letteralmente: andò verso la panchina dell’allibito Valcareggi gesticolando, gli urlò uno stentoreo «vaffa…», fece il gesto dell’ombrello, il tutto in mondovisione.

Naturalmente ne venne fuori uno scandalo che minò ulteriormente lo spogliatoio azzurro, l’apparato federale fece di tutto per ricucire in fretta il fattaccio e fu ancora “Padre” Maestrelli, con una telefonata in piena notte (stile Rocco con Rivera a Messico 70) ad addolcire il Bisonte che contro l’Argentina si accomodò placidamente in tribuna, salvo poi rientrare clamorosamente in campo nella Waterloo finale contro la Polonia: 2-1 e tutti a casa in un mare di polemiche.

Con il cambio sulla panchina azzurra tra Valcareggi e Bernardini, per Chinaglia ci furono ancora pochi spiccioli di azzurro prima dell’eclisse. Con la Lazio del dopo scudetto, invece, ancora un ottimo campionato, culminato col terzo posto (ed un bottino personale di 14 reti), ma qualcosa sta cambiando, Chinaglia si rende conto che la sua avventura sta finendo. La malattia del suo grande allenatore, Maestrelli, lo privò di un fondamentale punto di riferimento, e fu così che, a poche giornate dalla fine del torneo 1975/1976, lasciò l’Italia per andare a giocare nei New York Cosmos, anche e soprattutto su consiglio della moglie Connie Eruzione, americana e che si era già trasferita negli Stati Uniti d’America.

Sono i Cosmos di Pelé, Franz Beckenbauer, Carlos Alberto e, anche se per sole due partite, di Johan Cruijff. Giorgio Chinaglia fu il miglior marcatore della storia della North American Soccer League: in sette anni segnò 193 gol in 213 partite, di cui 53 in 43 incontri di playoff. Vinse il premio per il miglior marcatore della NASL nel 1976, 1978, 1980, 1981 e 1982. Giudicato miglior giocatore del torneo nel 1981, fu tra i protagonisti delle quattro Soccer Bowl vinte dai Cosmos nel 1977, 1978, 1980 e 1982. Nei playoff del 1980 segnò 18 goal, sette dei quali nella gara contro i Tulsa Roughnecks. Calcio di plastica quanto volete, ma alla fine a metterla dentro è sempre il “Bisonte” ora diventato “Long John”.

Nel 1983 il ritorno in Italia, questa volta per coronare il sogno, Presidente della Lazio. L’anno seguente la Warner Communications gli cedette parte delle azioni dei Cosmos. Ma la NASL era ormai al tramonto e nel 1985, proprio dopo un’amichevole con Lazio, i Cosmos chiusero definitivamente. Alla fine dello stesso anno Chinaglia fu costretto a cedere anche la Lazio, sempre per problemi economici, a Franco Chimenti. Da allora ha vissuto tra USA e Italia, ricordato sporadicamente dalle cronache quasi solo per vicende giudiziali, fino all’improvvisa morte il primo aprile del 2012. Il miglior Chinaglia, quello che tutti noi ricordiamo, è rimasto all’Olimpico con lo scudetto della Lazio sul petto…