La Lazio, Chiodi e quel rigore maledetto

Condannata alla B dopo lo scandalo del Totonero, che insozzò il calcio italiano nel 1980, la Lazio mancò la promozione, nel giugno ‘81, a causa di un errore dagli undici metri di Stefano Chiodi, considerato uno dei migliori specialisti dal dischetto.


“Credo che un giocatore riesca sempre ad attaccarsi e ad affezionarsi alla squadra per cui gioca, in quanto il piacere ed il gusto per il calcio è dovuto soprattutto a questo e non ai soldi, come molti pensano”. – Stefano Chiodi, 1981

Il cammino biancoceleste era cominciato da San Terenziano, nei pressi di Perugia, sede del ritiro estivo. I pronostici davano la Lazio tra le favorite, insieme al Milan, per la promozione. Il declassamento tra i cadetti costrinse la società capitolina a rinunciare al nazionale olandese Renè Van de Kerkhof. Il regolamento in vigore nella stagione 80/81, infatti, impediva di schierare stranieri nel campionato di B.

La Lazio, guidata da Ilario Castagner, ebbe un andamento deludente nelle prime quattro giornate, con tre pareggi ed un solo successo. Ruolino di marcia piuttosto ameno per una delle formazioni più attese della vigilia. Nella partita d’esordio, contro il Palermo, solo un rigore di Mastropasqua evitò il tonfo davanti al pubblico di casa. Fu subito chiaro che la risalita in massima serie sarebbe stata una corsa piena d’ostacoli e buche e non una tranquilla passeggiata sul lungomare in una calda sera d’estate. “Adesso conosciamo la B”, disse Castagner negli spogliatoi dopo l’esordio ufficiale.

L’undici laziale, sulla carta, non temeva confronti. Tra i pali c’era Moscatelli, portiere sicuro e molto apprezzato nella stagione 79/80 come guardiapali della Pistoiese di Riccomini, promossa in A dopo una stagione strepitosa. Difesa solida con Arcadio Spinozzi, Citterio e Pochesci. Albertino Bigon, scaricato dal Milan per volere di Giacomini, che lo definì “il palafreniere di Rivera”, era il giocatore d’esperienza mentre in attacco spiccavano Garlaschelli e Stefano Chiodi, altro ex rossonero, approdato sulla sponda biancoceleste della capitale in cambio di Tassotti.

La rosa della Lazio 1980/81

Arrivata in vetta alla classifica a fine dicembre, la Lazio cominciò male il 1981, sconfitta in casa dal Milan (doppietta di Antonelli) ed in trasferta dal Cesena. Tra alti e bassi, i laziali rimasero in zona promozione, pur lasciando per strada qualche punto di troppo. Chiodi, nel momento di crisi della squadra, invitò i suoi a reagire. “Ho cercato di chiedermi e spiegarmi – affermò l’attaccante laziale in un’intervista del gennaio ’81 – perché la squadra stava andando male. Non mi sento un perseguitato, il mestiere del calciatore comporta anche questo”. E a chi lo accusava di non vedere la porta, l’ex attaccante milanista rispose: “Sbagliare qualche gol: e chi non li sbaglia? Se mi capitano le occasioni, state tranquilli”.

Castagner sottolineò le notevoli potenzialità di Chiodi, altri evidenziavano un suo presunto scarso coordinamento al momento di calciare. “E’ probabile che sia così – replicò il centravanti cresciuto nel Bologna – ma per un attaccante l’importante è farsi trovare in zona goal e segnare, a prescindere dalla coordinazione che è poi condizionata e subordinata a tante cose”. Intervistato da Gildo Renelli, per Eagles Supporters, periodico del tifo laziale, l’attaccante fece un pronostico: “La Lazio arriverà in A senza problemi”.

Intanto, nello scontro diretto casalingo contro il Genoa, i biancocelesti evitarono il ko grazie ad un gol di Greco, contestato dalla squadra ligure. Con il Milan ormai al riparo da sorprese, restavano due posti utili per andare in A e con tre formazioni in lotta: Cesena, Genoa e Lazio. In una volata devi dare il massimo, non si può pensare troppo o essere titubanti. Gli uomini di Castagner, conquistando la miseria di due punti in tre partite, si complicarono maledettamente le cose. Devastante fu la batosta interna contro la Sampdoria, squadra che in quel campionato aveva espugnato anche San Siro.

Lazio-Rimini 1-0 del 2 novembre 1980, l’esordio nella Lazio per Chiodi, dopo la squalifica per il calcioscommesse

A tre giornate dalla fine, con uno scontro diretto ancora da giocare in casa, contro il Cesena, non tutto era perduto per la Lazio. Le speranze riaffiorarono al 29’ della ripresa del match contro i romagnoli: un gol di Viola propiziò il successo che mantenne i laziali in corsa per il ritorno in A. Il 14 giugno ’81, però, il destino riservò un colpo a sorpresa alla squadra biancoceleste e a Stefano Chiodi in modo particolare.

Per la partita dell’Olimpico, contro il pericolante Lanerossi Vicenza di Viciani, invischiato nella bagarre salvezza, il pronostico non sembrò scontato. I due precedenti stagionali avevano registrato un successo della Lazio (1-0 nell’amichevole dell’agosto ’80, gol di Bigon) ed un pareggio nella gara d’andata di campionato (2-2). La squadra di Castagner non aveva alternative: solo la vittoria l’avrebbe tenuta in corsa per la promozione.

Sessantamila tifosi sostennero la Lazio per novanta minuti. Fu una partita nervosa ed i padroni di casa, schiacciati dalla responsabilità di non poter sbagliare, offrirono una prestazione mediocre sul piano del gioco e del carattere. Il Vicenza, dopo un ottimo primo tempo, sbloccò le marcature in avvio di ripresa con una conclusione all’incrocio dei pali di Claudio Vagheggi, il migliore in campo. Nulla da fare per l’incolpevole portiere Marigo. Come una doccia gelata al Polo Nord, il gol fece barcollare i biancocelesti.

Dopo il vantaggio ospite, la manovra dei laziali da frenetica divenne confusionaria. Castagner inserì due punte, Marronaro e Chiodi, togliendo un centrocampista ed un difensore. Il nervosismo condizionò anche le giocate più elementari. Le azioni incisive scaturivano da iniziative dei singoli (Viola, Citterio e Garlaschelli) e non da una vera manovra corale.

Il pareggio arrivò su calcio da fermo. Cross su punizione di Viola e stacco del difensore Pochesci, lasciato libero di colpire a ridosso del portiere vicentino Di Fusco. Restavano da giocare venti minuti e la vittoria diventava nuovamente possibile per i padroni di casa. Mister Viciani provò a vincere la partita, inserendo la punta Briaschi al posto di Rosi. Un pareggio sarebbe servito poco anche agli ospiti, invischiati fino al collo nei bassifondi della classifica.

Il “maledetto” rigore fallito da Chiodi in Lazio-L.R. Vicenza 1-1

A tre minuti dalla fine, l’episodio fatale. Dopo un’azione in mischia, Mastropasqua finì a terra in piena area vicentina. Il guardialinee alzò la bandierina, l’arbitro Lops indicò il dischetto del rigore e l’Olimpico esplose in un urlo liberatorio. Decisione esagerata e proteste vibranti da parte dei veneti.
Alcuni tifosi della Curva Nord entrarono in campo a festeggiare mentre Stefano Chiodi adagiava il pallone sul dischetto. Lo specialista laziale, cecchino infallibile dagli undici metri, venne ripetutamente disturbato dai giocatori avversari prima della battuta. Furono attimi di tensione pura: l’attaccante solo davanti al portiere e l’intero stadio con il fiato sospeso.

Quel tiro poteva dare un senso a mesi di impegno e speranze. La porta, in quelle circostanze, diventa piccolissima, l’estremo difensore sembra un gigante. Ed è inutile sperare di “non aver paura di tirare un calcio di rigore” che va benissimo nel testo di una celebre canzone ma sul campo un penalty trasformato o sbagliato può contrassegnare una carriera in positivo o in negativo. Sugli spalti regnava un silenzio irreale. Lo sguardo di Chiodi, il centravanti dalla folta chioma che Liedholm tre anni prima aveva valorizzato con la maglia del Milan, sembrò quello di Clint Eastwood nei western della trilogia del dollaro di Sergio Leone. Sulla linea di porta si posizionò Di Fusco, immobile, quasi impietrito. La rincorsa dell’attaccante laziale non fu molto lunga, il tiro forte ed angolato, alla destra del portiere. Fin troppo angolato. La palla toccò il palo esterno e si perse sul fondo.

Il silenzio dei tifosi divenne un rantolo di delusione mentre Chiodi, mani sui capelli, rimase ancora più solo. La radio diede i finali dagli altri campi: Genoa e Cesena avevano vinto in trasferta contro Atalanta e Foggia. Per la Lazio fu la fine di ogni speranza promozione. In quegli undici metri si compì la parabola biancoceleste: un’annata carica di speranze, svanite sul più bello e nel modo più beffardo. Il punto conquistato all’Olimpico servì poco anche al Lanerossi, retrocesso in C. Vagheggi, autentico spauracchio dei biancocelesti nel campionato 80/81, autore già all’andata di una doppietta, venne ceduto proprio alla Lazio ma il suo rendimento, nella stagione 81/82, fu deludente: appena nove gol in trentotto partite.

Per Chiodi l’annata 80/81 fu molto sfortunata. Era rientrato in campo in coincidenza con il calo fisico e psicologico della squadra laziale. Lo schema ad una punta, spesso adottato da Castagner in quel campionato, lo aveva notevolmente penalizzato. Nella storia della Lazio, Stefano Chiodi, deceduto nel novembre 2009 ad appena 52 anni, sarà ricordato soprattutto per quel rigore sbagliato che negò ai biancocelesti l’immediato ritorno in A.

Il Tabellino del match
14 giugno 1981 – Campionato di Serie B 1980/81 – 37^ giornata
Lazio 1
L.R. Vicenza 1
Reti: 55′ Vagheggi, 69′ Pochesci.
Lazio: Marigo, Pighin, Simoni (63′ Chiodi), Perrone, Pochesci, Citterio, Viola, Bigon, Garlaschelli, Mastropasqua, Greco (52′ Marronaro). A disp. Nardin, Ghedin, Manzoni. All. Castagner
L.R. Vicenza: Di Fusco, Bombardi, Bottaro, Sandreani, P.Serena, Erba, Vagheggi, Zucchini, Pagliari (75′ C.Perrone), Rosi (70′ Briaschi), Mocellin. A disp. Mattiazzo, Dal Pra, Zanini. All. Viciani
Arbitro: Lops (Torino)
Testo di: SERGIO TACCONE, Autore di “Un biscione piccolo piccolo – 1993/94, l’Inter quasi in B vince la Coppa Uefa” (Limina, 2010) e di “Quando il Milan era un piccolo diavolo – 1980-83″ (Limina, 2009)