Sandro Ciotti: Causio, il consolatore del Sud

Febbraio 1978: dalle colonne del Guerin Sportivo, un curioso ritratto del barone Franco Causio dipinto da Sandro Ciotti


-ciotti-rassegne-autore-wpPensiamo che dei due nomi di battaglia di cui è stato gratificato («Brazil» e «il Barone») sia il secondo a procurargli il compiacimento mag­giore. E’ un esplicito omaggio alla sua eleganza e gli fa credito di una finezza di tratto che si de­ve essere posta come traguardo sin dai suoi esordi di giramondo del pallone. Un po’ per naturale propensione verso certi connotati e pa­recchio — l’ipotesi è nostra — nella convinzione che la finezza del tratto avrebbe potuto grande­mente giovargli per avanzare la sua candidatura a giocatore targato Juventus (uno sta­tus cui aspira una moltitudine di giovani cal­ciatori, ma, in particolare, quelli che vengono dal Sud).

Intendiamoci: conosciamo almeno una dozzina di calciatori di serie A che sulla finezza di tratto del «barone» avrebbero da avanzare robuste riserve (sul tema sarebbe istruttivo conoscere anche il parere di Giagnoni, il cui impatto con il Barone nel corso di un derby torinese non ebbe certo l’andamento di un minuetto), ma rimane il fatto che raramente, specie nel calcio, un soprannome nasce del tutto gratuitamente e non è quindi il caso di revocare in dubbio oltre certi limiti la legittimità di quello che Franco Causio è tanto contento di inalberare. L’altro («Brazil») è invece meno apprezzato dal suo titolare non tanto perché il medesimo si ve­de un omaggio tutto sommato doveroso al suo palleggio sopraffino, quanto perché vi intravede anche un’allusione a quel po’ di fumisteria che fa in fondo parte del repertorio di ogni giocoliere costituendone un limite se non addirittura «il» limite.

L’opinione popolare (che accredita invariabilmente la Juve di un’astuzia inarrivabile) ha negli ultimi anni ospitato la convinzione che l’«Agnelli team» abbia deliberatamente spalancato le porte del proprio organico ai calciatori del sud per propiziarsi la solidarietà degli immigrati im­parzialmente avvinti tanto al miraggio del benes­sere che alle catene di montaggio di Mirafiori. E questo allo scopo di rafforzare il contraltare lo­cale al tifo granata in larghissima misura di estrazione indigena.

Anche se l’ipotesi è suggestiva come tutte quel­le che si innestano in un mito (in questo caso quello della diabolicità juventina) e anche se si potrebbe replicare che Oraziani e Garritano non vengono da Stoccolma, è un fatto che negli anni ’70 i figli del Sud alla corte della regina del nord sono stati millantati, da Cuccureddu ad Anastasi, da Spinosi a Gentile, da Furino al qui dipinto Causio. Il sospetto che tutto possa essere ri­condotto alla comprovata saggezza di Boniperti (che potrebbe avere intuito prima di altri le mol­to disattese risorse dei vivai meridionali) non sfiora nemmeno il tifoso della strada che prefe­risce, molto italianamente, pensare che qual­cuno sia furbo piuttosto che intelligente. Dovunque e qualunque sia la verità, gli assi bianconeri «terroni» assolvono una Indubbia fun­zione consolatrice nei confronti dei conterranei che, inabili al dribbling, a Torino soggiornano solo per lavorare più o meno oscuramente.

E’ il consolatore massimo, con le sue scarpe inglesi, le sue cravatte «regimental» e le sue auto di grossa cilindrata, è proprio lui, Franco Causio. Anche perché sopra le scarpe e le cravatte ve­gliano due baffoni neri che sembrano voler se­gnalare in modo inequivoco che chi le ha conquistate viene dalle terre del sole. E soprattut­to perché quel suo repertorio così aperto alla fantasia appare come il contributo che inevita­bilmente il Nord deve chiedere al Sud per integrare con l’«arte» quello che l’«industria» (calcisticamente rappresentata dal peso atletico e dalla disciplina tattica) ha posto sulla rampa di lancio. Dove però il tutto rimarrebbe a tempo indeterminato se non soccorresse, appunto, il deterrente «artistico» fornito dagli estroversi sudditi di terronia.

Ecco: diciamo che Causio non è solò «Brazil» e «il Barone» ma anche «il deterrente» della Juve. Alla quale tornò – dopo una parentesi giovanile nelle i«minori» e vari! prestiti in provincia – preceduto da una fama pericolosa che parlava di ribellismo cronico, di invincibile allergia alla disciplina, di narcisismo tecnico. Era l’epoca di quel grande tecnico che si avviava a diventare Armando Picchi, impegna­to con Boniperti e Allodi a edificare la grande Juventus dopo troppi anni di piccola Juventus.

Non vorremmo sbagliarci, ma ci sembra di ricordare che in quei giorni le simpatie bonipertiane andassero più alla naturale alternativa di Causio (Titti Savoldi) che rispetto al futuro Ba­rone presentava il vantaggio di essere meno loquace e di venire da una scuola, quella atalantina, i cui rapporti con la Juve sono sempre stati fertilissimi di risultati (tanto per restare all’oggi basterebbe ricordare Scirea e Fanna). Ma Armando «vedeva» Causio (e Allodi tambien) e siccome Boniperti, appunto, è saggio e sa di calcio più di quanto la sua piemontese compunzione gli consenta di ammettere, a giuo­co lungo la spuntò «Brazil».
Che all’epoca, però, «sposava» il pallone con pertinacia addirittura provocatoria. Peraltro non dissimilmente da quan­to faceva Savoldi li (tanto che Allodi diceva: «quando li inseriamo tutti e due in squadra ci vorrebbero tre palloni: uno per Franco, uno per Titti e uno per la Juve»).

Tuttavia, prima Picchi e poi Vycpalek riuscirono a far intendere al nostro quanto più utile sarebbe riuscito a se stesso e alla squadra se avesse sfrondato il re­pertorio dei virtuosismi circensi per porre tutta la propria naturale abilità tecnica al servizio della manovra collettiva. Sia subito detto che né Armando né Cesto dovettero faticare gran che per persuadere il Barone e per il buon motivo che il Barone non è stupido: il loro Intervento lo aiuto soltanto a farlo approdare ad una men­talità che, magari con qualche tempo di ritardo, avrebbe acquisito comunque. Nato interno di rifinitura, Franco fu sollecita­mente avviato verso la collocazione, quella di ala di raccordo, che gli avrebbe dato la definiti­va dimensione di campione.

Erano i tempi in cui il miglior tornante era Domenghini, dopo Serantoni forse il maratoneta più generoso che abbia mai avuto il nostro calcio. «Domingo», titolare inamovibile della maglia azzurra n. 7, correva e tirava tanto e palleggiava alla brava senza mai indulgere a tentazioni di stile. Tecni­ci e tifosi si erano ormai abituati ad identificare in queste caratteristiche quelle ideali dell’ala che torna. Difficile quindi indurle a solidarizzare con una soluzione alternativa rappresentata da un giocatore tanto diverso che correva e so­prattutto tirava meno di Domingo anche se co­struiva un maggior numero di palle-gol. Ricor­diamo la situazione ad esclusivo vantaggio di «Brazil» perché è certamente stato un suo grosso merito riuscire a raccogliere l’eredità di «Domingo» a dispetto di connotati così diversi da quelli del predecessore, riuscito oltretutto nell’impresa di laurearsi campione d’Europa e vice-campione del Mondo.

Il resto è cronaca e ricordarlo non serve a nessuno. E’ cronaca anche la concorrenza di Claudio Sala. Sono finiti i tempi delle velenose staffette e, ci piace pensare, anche per merito della frattanto lievitata professionalità dei pos­sibili staffettisti; oggi ila situazione è tale da stimolare sia il bianconero che il granata con reciproco giovamento. E sull’abbrivio di certe sollecitazioni «il Poeta» raffina ulteriormente i suoi slalom e «il Barone» le sue invenzioni da gol, i suoi sconcertanti «surplace», i suoi aggan­ci volanti, i suoi pallonetti beffardi.

Certi «nu­meri» gli sono tanto tipici da identificarlo meglio del passaporto. Il dribbling «a rientrare» in avvio dì azione, per esempio, o il cross di esterno destro che non assomiglia né a quello di Cruijff né a quello di Beckenbauer pur ripe­tendone la tecnica e del quale tanto spesso si giova la testa di Bettega. Tutto quello che fa «Brazil», insomma, è firmato. E’ uno degli ultimi esponenti di quel «cal­cio d’autore» drammaticamente in via di estin­zione. Anche se permaloso e ombroso, introverso e un po’ guascone, teniamocelo da conto. Per vo­lare, a baffi stesi, in Argentina.

Sandro Ciotti