CLAUDIO GENTILE – maggio 1980

Il difensore juventino, dopo aver fermato a Buenos Aires tutti i più temibili cannonieri mondiali, si appresta a fare altrettanto agli Europei di giugno

Gentile mormorò…

GIOCA NELLA JUVENTUS e nella Nazionale, ma in realtà è il più grande tifoso dell’Arona, che il tifoso della strada non sa nemmeno in che serie giochi. E Claudio Gentile, il miglior stopper in assoluto ai Campionati del Mondo d’Argentina, da un po’ di tempo ha cominciato a gioire, perché la squadra di Mauri e Dedè sta andando benissimo, e segna gol a palate, domenica dopo domenica. «Perché l’Arona»?, sorride Gentile riandando col pensiero a tempi lontani. «Una ragione c’è, e semplicissima. L’Arona è la squadra che mi accolse quando il Varese decise, di punto in bianco, di non ritenermi all’altezza della situazione, dopo tutta la trafila che avevo compiuto nelle “minori” biancorosse. Fui trattato malissimo, ricordo perfettamente. Alcuni miei compagni che, evidentemente, i dirigenti dovevano stimare più del sottoscritto, furono ammessi a far parte delta rosa di prima squadra, altri ancora (ricordo Libera, Massimelli, Calloni) furono dati in prestito a quotate compagini di serie C. Io no, io ero ritenuto un “bidone” e fu tanta manna, alla fin fine, trovare una sistemazione in serie D, nell’Arona. Fu proprio allora che, nel disperato tentativo di mostrare al mondo di “valere” qualcosa, mi capitò di attaccarmi moltissimo a quella cittadina, a quella squadretta. Divenni amicissimo del centravanti Berrà, che adesso è invecchiato e ha smesso di giocare. E, con tutte le mie forze, cercai di dare vita a un campionato notevole, un campionato all’altezza. Come puoi capire, era in gioco il mio futuro».

– Ma è mai possibile che le tue doti abbiano tardato tanto a emergere?
«Non so che dirti. Quel che ti posso assicurare è che, a livello giovanile, è estremamente arduo pronosticare l’avvenire a chicchessia. Nel Varese, ad esempio, mio compagno di squadra nelle “minori” era un certo Bianchi, una mezzala di punta che sembrava destinata ad una carriera fulminante. E’ scomparso dalla circolazione, mentre Claudio Gentile che non era nessuno – adesso gioca in Nazionale, e ha vinto qualche scudetto nella Juventus. Come vedi, c’è dì che restare allibiti».

– Da Arona a Baires. Per un atleta che sembrava uno «scarpone» è stato davvero un bel salto…
«Direi dì sì. Chi ti conosce dal di fuori non riesce certo a immaginare quel che tu possa provare apprestandoti, ad esempio, a giocare un Campionato del Mondo. Ma quando in Argentina mi ritrovavo di fronte a campioni come Krankl, Kempes, Rep e via dicendo, per brevi momenti mi sorprendevo a pensare ai tempi in cui dovevo impegnarmi per contrastare giocatori che si chiamavano Spruzzola, Zunino, Cugnolio e Caccaro. Ed era un passato che non mi sentivo di ripudiare».

– Mundial. Senza ombra di dubbio si è trattato del tuo più grande capolavoro. Chi furono i tuoi avversari diretti e cosa ricordi di quei duelli esaltanti?
«Ricordo innanzitutto di non avere mai odiato tanto una persona come mi capitò con Six, l’ala sinistra francese. Quella sua discesa sulla fascia sinistra del campo effettuata dopo pochi secondi di gioco, quel traversone e quel colpo di testa di Lacombe con la palla che batteva Zoff, li avverto ancora come una pugnalata, forse il momento più amaro della mia lunga esperienza azzurro. Il fatto è che, oltretutto a freddo, venni sorpreso da quel fulmineo rovesciamento di fronte, e diedi a Six quei pochi metri di vantaggio che non mi permisero più di riagguantarlo. Per mia fortuna, l’Italia si riprese, e da quel primo minuto tutte le cose mi andarono benissimo, fu un crescendo continuo. Con l’Ungheria (esattamente con Nagy) funzionò tutto splendidamente, ma la mia serata di grazia era rimandata di poco. Con l’Argentina, con gli occhi di tutto il mondo puntati sugli azzurri-rivelazione, presi subito in consegna Kempes, e non gli permisi mai di rendersi pericoloso. Fummo perfetti tutti, quella sera, giocammo una partita difensiva di assoluto valore. Peccato che il gran rendimento di questa fase eliminatoria si appannò».

– Six, Nagy, Kempes. E dopo di loro?
«Dopo di loro fu la volta di Holzenbein, della Germania, che non mi diede particolari problemi; e subito dopo dell’astro nascente Krankl, un elemento davvero pericolosissimo. Contro l’austriaco giocai comunque un’altra bella partita, senza concedere molto all’avversario. Poi, Rep. E nella gioia di non avere fatto segnare nemmeno lui, l’amarezza dell’estromissione dalla finalissima ad opera dell’Olanda, che – nella ripresa – letteralmente ci sovrastò. Infine, Roberto, il centravanti brasiliano. Un’altra sconfitta per l’Italia ma, penso di poterlo dire, un’altra mia vittoria personale».

– Diversi giornali specializzati ti inserirono, allora, nell’undici ideale del Mundial. Una grossissima soddisfazione, non ti pare?
«Grandissima. Pensa che io aveva sempre ammirato sopra ogni altro il grande Burgnich, un difensore di classe mondiale. Lo ritenevo (e lo ritengo tuttora) il più grande terzino marcatore esistente, e non c’era competizione cui Tarcisio partecipasse che non lo vedesse, alla fine, segnalarsi fra i migliori. Ebbene: ottenere il riconoscimento cui accennavi e perpetuare quindi (almeno idealmente) la superiorità italiana in questo campo, mi ha riempito di orgoglio, non mi sembrava vero. Anche se devo dire che, a propiziare le mie ottime prove argentine, furono anche i miei colleghi dì difesa: da Zoff a Scirea, da Bellugi, a Cuccureddu, a Cabrini. In una squadra che non avesse funzionato, non mi sarebbe stato possibile figurare a questi livelli»