CLAUDIO BORGHI: IL GENIO INCOMPRESO

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«Quanti litigi con Sacchi, meglio Capello per me: mi parlava tanto, credeva in me. Forse, se fosse rimasto al Milan, la mia storia sarebbe stata diversa»


L’indio dai piedi fatati e dal sorriso triste l’avevamo lasciato alla fine degli anni ottanta: bocciato da Sacchi, Claudio Daniel Borghi tornava in Argentina. Era il giugno 1988 e mentre la Milano rossonera festeggiava lo scudetto sacchiano, il fantasista che aveva fatto innamorare anche l’avvocato Agnelli dopo numeri da circo nella finale di Coppa intercontinentale tra Juve e Argentinos Juniors (8 dicembre ’85) salutava per sempre l’Italia e l’Europa. Per portare il suo talento in giro per le Americhe.
«Sì, il rimpianto per non essere riuscito a rimanere in rossonero c’è sempre, ma della mia carriera non mi lamento: ho girato il Sudamerica giocando in squadre prestigiose come il Flamengo, il River Plate e il Colo Colo. E a 34 anni ho smesso: colpa di un ginocchio che mi si è messo di traverso».
Oggi Borghi vive a Santiago del Cile con la moglie Mariana e i figli Dominique e Filippo («l’ho chiamato così per Galli, mi stava simpatico»), fa l’allenator e insegna calcio all’Università Cattolica.
«Le regole, i moduli, la storia, i grandi club: è materia d’esame, mica uno scherzo».
Destino un po’ bizzarro per un genialoide anarchico come il Borghi-calciatore che di fronte alle ripetute di Sacchi un giorno sbottò e disse all’Arrigo: «Che senso ha correre per chilometri, se il campo è lungo cento metri?»

«È che con il tempo si matura (ride). Eccome se mi ricordo di quegli scontri con Sacchi. Per carità, alla fine ha avuto ragione lui. Berlusconi sognava il trio Gullit-Van Basten-Borghi, ma quando il mister vinse lo scudetto superando in volata il Napoli di Maradona si guadagnò la scelta del terzo straniero. E con Rijkaard ha vinto tutto, in Europa e nel mondo. Quello che non sopportavo di Sacchi era che costringeva i giocatori a correre più veloci della palla. Questo ha senso, magari, per un Gattuso, ma non mi pare che Kakà o Totti finiscano le partite stremati. I giocatori di talento devono dosare le forze, perché altrimenti la fatica annebbia le idee».

Al Milan è rimasto legato, Borghi. «Il tempo e la distanza hanno ridimensionato i rapporti, ma sono sempre affezionato ai miei vecchi compagni. Ai miei tempi, Maldini era un ragazzo, ma aveva già la personalità del grande campione. Costacurta è migliorato tantissimo con gli anni. È un gran tipo, di recente mi ha fatto avere la sua maglia, un regalo che mi ha emozionato. E poi Ancelotti e Tassotti: mentre io mi sforzavo di imparare l’italiano, quelli mi parlavano in romanesco e io facevo un gran casino».

Pochi mesi, ma intensi quelli di Borghi al Milan. Nell’estate 1987 con Capello in panchina vinse il Mundialito e il premio come miglior giocatore del torneo; nel gennaio 1988 Berlusoni ordinò il suo rimpatrio a Milanello dopo la negativa parentesi di Como.
«Lì non ebbi fortuna, mi toccarono Agroppi e Burgnich: l’anticalcio. Ti dicevano solo quello che non dovevi fare in campo, ma non quello che dovevi fare. Dei quattro mister che ho avuto in Italia il rapporto migliore è stato quello con Capello: mi parlava tanto, credeva in me. Forse, se fosse rimasto al Milan, la mia storia sarebbe stata diversa. Come anche se andava in porto il prestito alla Samp di Vialli e Mancini. Il presidente Mantovani mi voleva, Berlusconi preferì girarmi al Como per non rinforzare una diretta concorrente».
E così quella di Claudio Daniel Borghi è rimasta la storia del grande incompiuto. «Diciamo che mi ha danneggiato l’etichetta di “erede di Maradona”. Io Diego l’ho visto da vicino perché giocavamo nella stessa squadra, l’Argentinos Juniors. Impossibile trovargli un erede».

In Cile, dove vive, Borghi è apprezzato allenatore. Ha diretto l’Audax italiano (squadra della nostra comunità), portandola dalla zona retrocessione a un prestigioso quarto posto.
«Poi mi hanno venduto i migliori, il centravanti e il trequartista, sostituendoli con due ragazzini e mi hanno detto: adesso cerchiamo di vincere lo scudetto. No grazie, e me ne sono andato. Sono in attesa: ho offerte dall’ Argentina (Lanus), ma mi diverte molto anche insegnare all’università. Sono nelle condizioni economiche di poter scegliere con calma».

Prima di fare l’allenatore, Borghi per qualche tempo ha fatto il procuratore in coppia con il cileno Hugo Rubio, ex meteora del Bologna di Maifredi.
«Non c’è un grande mercato, i migliori giocatori cileni sono già in Italia. Quello di procuratore comunque non era il mestiere per me».
Non è mai stato tagliato per le pubbliche relazioni. «Ricordo che il mio procuratore di allora, Felix Latronico, mi diceva a proposito di Sacchi: dagli ragione, cerca di essere un po’ più ruffiano, impegnati qualche settimana, intanto noi abbiamo l’appoggio el presidente… Ma un rapporto così, fondato sulla falsità, dove avrebbe portato? E poi siamo sicuri che con Borghi il Milan avrebbe vinto tutto quello che ha vinto senza?»

Platini lo aveva ribattezzato Picasso dopo la straordinaria sfida di Tokio. Redondo, suo giovanissimo compagno all’Argentino Juniors, ha detto di Borghi che «il pallone per lui era la naturale appendice delle gambe». Hector Cuper, suo compagno nell’Huracàn, sorpreso in allenamento per le sue eccezionali (e inedite) doti di colpitore di testa un giorno gli chiese: Claudio, perché in partita non vai mai a saltare sui corner? E Borghi rispose: perché a me piace giocare a calcio con i piedi.

Claudio Daniel Borghi, il grande incompiuto, il primo acquisto di Silvio Berlusconi, l’indio dal sorriso triste e dai piedi fatati, saluta l’Italia e abbraccia il suo Milan. Senza rimpianti, anzi sì.
«Il calcio è strano. Per me litigarono Juve e Milan, l’Avvocato e il Dottore. Il Milan mi ha riempito di soldi ma io in rossonero non ho mai giocato una partita ufficiale. La Juve, invece, che cercava l’erede di Platini fu costretta a comprare un giocatore di cui non ricordo il nome».
Era Marino Magrin…

Testo di Matteo Dotto

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LA SCHEDA:

Claudio Daniel Borghi (Castelar, 28 settembre 1964)

borghi-chi-wp3Borghi iniziò la sua carriera come centrocampista offensivo nell’Argentinos Juniors all’inizio degli anni ’80. Era considerato una giovane promessa argentina e furono riposte molte speranze su di lui quando fu convocato dall’Nazionale argentina per i mondiali di Messico ’86. Tuttavia non brillò durante quel mondiale vinto dall’Argentina e non fu più convocato per la selección. Giocò probabilmente la sua miglior partita durante la finale di Coppa Intercontinentale fra Argentinos Juniors e Juventus del 1985, non riuscendo però a portare la sua squadra al successo.
Il presidente del Milan Berlusconi lo comprò nel 1987 parcheggiandolo però al Como, siccome all’epoca non si poteva schierare più di 2 stranieri per squadra e il Milan aveva già Gullit e van Basten. Al Como Borghi giocò pochissimo, solo 7 presenze senza segnare alcun gol. L’anno successivo, con l’apertura al terzo straniero, Berlusconi lo voleva portare al Milan, ma alla fine accontentò Sacchi che invece voleva Frank Rijkaard.
Ritornò in Argentina nel 1988, per poi giocare per altre squadre sudamericane. Solo quando giocò in Cile mostro ancorà le doti che lo avevano contaddistinto da giovane, vincendo la Recopa Sudamericana e la Coppa Interamericana con il Colo-Colo nel 1992.