Dialogo sul Calcio e sulla Guerra

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L’Argentina di Kempes e quella di Maradona, l’Inghilterra e le Malvinas, l’Uruguay con il suo inno da otto minuti. Due scrittori, davanti a una bottiglia di vino, pane e formaggio, parlano del più grande spettacolo del mondo


Ore 12.00. Una grande cucina con un tavolo con il piano in marmo. Sul tavolo due piatti e due bicchieri; un tagliere e del pane; un bel pezzo di spalla e un coltello. Dalla porta entrano due persone: uno, N., è alto, ben messo, scarmigliato e ha in mano una bottiglia di Faugère del 2002 alla quale sta per tirare il collo; l’altro, V., è pure alto, ma è più sottile, e porta sotto braccio tre bei tocchi di formaggio.

N. Che si deve fare?
V. Si deve ragionare intorno al calcio sudamericano, all’Argentina, ma poi si va anche oltre.
N. (Indica ilcaprino ricoperto di cenere) Si mangia anche la cenere?
V. Certo. Toc! Salta il tappo della bottiglia.
V. (Versa il vino nei bicchieri) […] Il mio cuore di tifoso ha sempre battuto dalla parte sbagliata rispetto a tutte le ragioni che uno come me dovrebbe avere per scegliere da che parte stare. Per esempio, io, nel ’78, tifavo per l’Argentina. Appassionatamente. Ma era l’Argentina dei colonnelli! Eppure mi commuovo solo a pensare a quei giocatori lì: Kempes, Luque, Tarantini, Olguin. N. Galvàn.
V. Galvàn. Nell’86, invece, io tifavo contro l’Argentina, e quando Maradona fece gol di mano, mi indignai perché per me quella partita fu rubata a una squadra che doveva vincere i Mondiali. Ed era una squadra molto ma molto più bella, l’Inghilterra di allora, se pure gli inglesi mi stanno anche sui coglioni. Ho tifato contro l’Argentina nell’86 e ho tifato contro l’Argentina nel ’90 quando giocò con la Germania. Perché tifavo contro Maradona. Eppure il mio cuore batte per Maradona, capito? Io tifo per la Juve, ma in teoria non dovrei esser tifoso della Juve, dovrei star dietro a tutte le retoriche del Torino, della Fiorentina… Perché, mi chiedo, io, in fondo, trovo giusta questa contraddizione?
N. Senti: io ti posso dire perché tifavo per l’Argentina nel ’78 e perché mi sembrava una squadra straordinaria. Perché i giocatori, il loro aspetto e il modo in cui giocavano in campo, erano la cosa più lontana dai colonnelli che ci potesse essere: le zazzere tenute in quel modo e chiaramente poco lavate; i baffoni; i riccioli di Tarantini; i capelli lunghi sulle spalle di Kempes e di Luque. E mi sembrava che l’essenza di quella squadra fosse, in assoluto, la vera forma di protesta contro l’Argentina di quei tempi. Per questo mi piaceva.
V. Ti piaceva perché era poco marziale. [… ] N. Tu, contro Maradona, hai detto delle cose impegnative, ma io non l’ho mai giudicato perché sono sempre stato accecato dal grande amore per lui. E […] a me quel colpo di mano sembrò geniale e mi sembrò la vendetta per le Malvinas perché, alla fine, ogni partita Argentina-Inghilterra è la guerra delle Malvinas. In fondo ho perdonato quel gesto a Maradona perché non ho mai perdonato gli inglesi per aver silurato il General Belgrano, forse l’unico incrociatore argentino, e aver ammazzato un mucchio di gente. […] (Addenta un pezzo di formaggio) E che è questo?

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V. Caprino piccante.
N. (Dopo aver mandato giù un boccone) Buono!
V. Ma io non credo che Maradona abbia fatto quel gol di mano perché dall’altra parte c’erano gli inglesi. […] (Alza il bicchiere e beve un sorso) È buonissimo, ‘sto vino.
N. È biodinamico.
V. Cioè?
N. Cioè senza chimica, nessun diserbante, tutto ciò che gli è stato fatto è stato fatto a mano, in cantina lo hanno lasciato stare. […] V. Però a me, francamente, questa cosa del gol di mano non mi va giù. [… ] N. Guarda che prima del gol di mano lui aveva fatto quel gol incredibile.
V. No! lo ha fatto dopo.
N. Sicuro? […] Comunque, io ti dirò che quando nel ’90 ci furono i Mondiali, durante quella partita a Milano quando tutto il pubblico fischiò l’inno argentino e Maradona disse: “Hijos de puta!”, io […] lo giudicai un gesto veramente eroico e pensai: «Se fossi argentino, gli darei tutto, a quest’uomo». Perché nel momento in cui ti insulta una nazione e gli altri giocatori argentini stanno zitti, lui, la bestia vera, ha fatto un grande gesto in mondovisione. […] V. (Taglia una fetta diformaggio) Toma valdostana.
N. Sentiamo.
V. Io, invece, esultare a un gol di Maradona, mai.
N. Davvero?
V. Non ero io a deciderlo, ma il mio cuore, sul campo di calcio. Forse ero semplicemente contro la dittatura di un genio e di un talento così insolente che sul campo si permetteva di tutto. […] N. E comunque Maradona era amato dai suoi compagni perché li faceva giocare bene tutti. Ti ricordi Careca? Lo lanciava in diagonale e lui tirava il gol nell’angolo opposto della porta. Giordano, Carnevale… Pensa che faceva queste cose e la sera prima magari aveva preso cocaina. […] Pensa a come avrebbe giocato se non l’avesse presa, la cocaina. […] V. Più di così che cosa doveva fare?
N. Io spero che non muoia, perché se muore per la droga è una tragedia per i ragazzi. Che il cuore non gli ceda!
toccafondoweb0309D406V. Se non muore Keith Richards, perché deve cedere il cuore di Maradona?
N. Keith Richards bisognerebbe ammazzarlo. Maradona, invece, deve vivere, invecchiare e diventare saggio.
V. (Riempie nuovamente i bicchieri)… […] N. Senti, alla fine gli argentini sono parenti nostri e parenti veri. Anche i nomi (si alza in piedi e con tono solenne): Mario Alberto Kem-pes, Leopoldo Luque. A guardarli sembravano due motociclisti sfortunati e invece giocavano a calcio, e anche bene. […] (Alza il bicchiere) A me piacerebbe raccontare il grande calcio sfortunato del Sudamerica.
V. Ma ti ricordi i Mondiali di Francia? Tutta la partita il Paraguay, negli ottavi di finale, – ottavi di finale! – contro i francesi, Chilavert tranquillizzava i suoi dieci inferiori compagni, perché non valevano mica nulla i suoi compagni.
N. C’era Gamarra il rosso.
V. Chilavert sapeva che se si andava ai rigori, vinceva lui. Perché lui li parava.
N. E li tirava pure.
V. E questi persero ai supplementari, le maglie sudicie.
N. Bianche e rosse con i pantaloncini blu: una roba orrenda, da dilettantissimi. Come quelle squadre costrette a indossare la maglia con i pantaloncini di riserva…
V. Ma hanno tutti e tre i colori della loro bandiera addosso. Però io mi ricordo Chilavert che, invece di incazzarsi con i compagni quando Blanc segnò a dieci minuti dalla fine dei supplementari, lui, Chi-lavert, li consolò. Non li mandò affanculo come fanno i portieri, giustamente, tutte le volte che vengono presi d’assedio per colpa dei difensori. Li consolò. Perse e pareva avesse vinto lui. Questo vuol dire essere grandi, ragazzi. […] Ma li vogliamo enumerare questi eroi sudamericani sudici e bravissimi a giocare a calcio?
N. Teófilo Cubillas; Marco Etcheverry, il boliviano, tocco di palla, velocità di base pazzesca, capelli lunghissimi, basso.
V. Basso, ma non lo buttavi mai in terra.
N. Era duro come un sasso.
V. E Ayala? Forse era ancora più basso di Etcheverry.
N. Come si chiamava di nome?
V. Guillermo.
N. A me viene in mente Tony Ayala, detto El Torito, pugile imbattuto che quando buttava a terra l’avversario, gli sputava. Stava per fare il Mondiale, che avrebbe vinto di sicuro, ma stuprò una donna e finì in galera. C’è stato per vent’anni, è uscito poco fa e ha ricominciato.
V. Il Messico invece è sempre stato un po’ deludente. L’unico paese del Sudamerica che ha avuto due volte i Mondiali in casa e non ha mai vinto.
N. Avevano lo stadio Azteca, però.
V. Hugo Sànchez che faceva gol di testa e di piede.
N. Il portiere Campos.
V. Già. Però, proprio perché ha sempre avuto giocatori buoni, come ha fatto a non aver mai avuto un momento di vera gloria? Aveva tutto e aveva i Mondiali in casa.
N. Gli mancava la tecnologia.
V. Che c’entra? Guarda che questi messicani si sono inventati la ola, vogliamo dirlo? Nel 1986. Prima non esisteva, la ola. […] Altro che tecnologia.
N. Dico tecnologia perché vincere un Mondiale, per una nazione, è un po’ come fare una navicella spaziale: è una faccenda di una difficoltà spaventosa. […] V. Suvvia.
N. All’ultimo Mondiale il Senegal arrivò quasi in fondo- e ora non so se sia vero ma mi garba pensare che sia andata così- ma poi finirono i quattrini!
V. Ah ah ah! […] N. Ma, scusa un attimo, e il Perù? E Ramon Quiroga? E la storia di Ramon Quiroga?
V. Ma… la vendette davvero la partita con l’Argentina?
N. Sì, sì. E lo disse proprio. E lo scrisse, anzi: fece lettera aperta sul Clarin.
V. (Abbacchiato) Prese sei gol.
N. (Ride) Sei gol!
V. Ed era un portiere talmente forte che io francamente non ci credevo che fosse venduta… Ci rimasi male, ricordo. (China la testa) E ci rimango male pure adesso. [… ] N. Poi c’è anche l’Uruguay che ha una bella storia.
V. Io in Uruguay ci sono stato e ti dico la verità: la sai la cosa più bella che ha fatto Zidane nella sua vita? Stiamo parlando di Zidane, lo sai qual è il capolavoro di Zidane?
N. (Alza le sopracciglia con fare interrogativo)…
V. Chiamare Enzo suo figlio.
N. Eh, sì.
V. In onore di Enzo Francescoli, che era meno famoso di lui. Era già meno famoso di lui, quando gli nacque il figlio. Era famoso nel Torino e nel Cagliari, soprattutto nel Cagliari perché lui aveva quel procuratore, come si chiama?
N. Casal.
V. Paco Casal, sì. Sempre coi pantaloni di pelle. Comunque Enzo Francescoli è, secondo me, il giocatore più bello, più bello, che il Sudamerica abbia avuto. […] Io ho visto Francescoli alzare la Coppa America con un braccio rotto alla Beckenbauer, perché giocò la finale, lo stroncarono ma giocò a casa sua a Montevideo. Era come vedere il mondo andare a posto, non so come dire. Lui segnò il rigore decisivo. [… ] N. E poi ci sono i brasiliani. Però per essere un Mondiale sudamericano bisogna che si giochi là e non in Brasile. Il Brasile è un mondo a sé.
V. Il Brasile è un altro continente. Se si parla tutti la stessa lingua e in Brasile no, ci sarà una ragione. Nel calcio non è Sudamerica, il Brasile.
N. Sicché dei brasiliani non si parla.
V. Dei brasiliani, no. Io in Uruguay ci sono stato. Sempre la bandiera hanno e gli inni nazionali li cantano per intero. L’inno dell’Uruguay è una cosa commovente, dura otto minuti, altro che. Non finisce più. A me mi commuovono tutti gli inni nazionali: però quelli sudamericani hanno un’ariada melodramma di secondamano. Come c’hanno di seconda mano tutti i monumenti: il Campidoglio è copiato dal Campidoglio americano che è copiato dal Pantheon di Parigi che è copiato da San Pietro di Roma. Ma gli inni sono romanze d’amore, che sembrano non aver a che fare con la patria ma invece ce l’hanno, e sono talmente solenni che a sentirli ti commuovi. […]

V. e N. si ritrovano verso l’ora di pranzo allo Sporting a Prato. L’estate è finita, l’Italia ha vinto i Mondiali, la Juve è in serie B. Decidono di fare una sauna. Anzi, prima un bagno turco. Dentro non c’è nessuno e la temperatura si aggira intorno ai 60 gradi. Ma le voci rimbombano e il discorso non sempre è comprensibile.

N. Io, a proposito dei Mondiali, vorrei dire una cosa. Torniamo un po’ indietro ai minuti finali di Italia-Australia. Noi siamo in dieci, Totti è zoppo, la nostra unica punta è Iaquinta. È finita. I Mondiali per noi sono finiti. Siamo stati eliminati. Quella fuga di Grosso che è rimasto in difesa per tutta la partita, da dove viene? ‘Sto Grosso fa uno slalom straordinario, poi il tonno del terzino australiano…
V. …abbocca, certo. Ma se ti ricordi, non fa fallo. Non era rigore. Però dinanzi a un gesto del genere, doppio dribbling in area all’ultimo minuto, e poi giù in terra, anche l’arbitro abbocca per forza.
N. […] E allora mi è sembrato un segno del destino… che negli italiani si riconosce prima che negli altri.
V. Ecco il discorso è questo: noi, voglio dire, non io, ma loro, ecco, ci credevano. Perché, se non ci credevano, Grosso non avrebbe fatto quella cosa lì. Loro si sono preparati per vincere il Mondiale. Sono stati come l’ispettore Clouseau: perché lui lo vuole prendere il ladro, lui ci crede sempre, e alla fine lo piglia. Gli azzurri hanno fatto così. Come è possibile? [… ]

Fa caldo. Decisamente molto caldo. Il vapore sale con ampie volute dove si attorcigliano parole intere.

N. E poi in conferenza stampa lo dicevano che se lo sentivano…
V. Li volevano buttare fuori prima ancora di cominciare: Cannavaro, Buffon, tutti via li volevano mandare. E questi non solo hanno resistito, ma hanno vinto.
N. Senza meritarlo.
V. No. Meritandolo ma senza giocare bene. Via! […]

Si passa dal bagno turco alla sauna finlandese, il caldo è più secco e le voci non rimbombano.

N. Ma te, per esempio, questa vittoria, la senti tua o no? Ora.
V. Ora no. In verità io non l’ho mai sentita mia perché ero a Los Roques, l’ho vista là. […] Quando son tornato Lippi non c’era più e veramente erafinito tutto. Sicché alla prima partita dellanazionale – battuta 2-0 in casa con la Croazia – mi son detto: ma ho sognato o che? Forse sono vecchio, ho detto. Perché nell’82 godetti un anno. […] N. Già, perché non è durato? È colpa nostra o lo è anche per gli altri?
V. Secondo me è una cosa collettiva. In Federazione si sono scordati di mettere la stelletta nella prima uscita. Via! Vai a fare la passerella a Livorno e ti scordi di mettere la quarta stelletta? […] Noi siamo stati per due mesi e mezzo prima del Mondiale tutti i giorni concentrati su quell’altra rumba.
N. Nella lavatrice, a girare…
V. Sollecitati da un’altra cosa che era lo scandalo. Quindi il Mondiale è stato un accidente, nel frattempo. Pensavamo tutti di andare a fare una figuraccia e poi la cosa importante era la Juve in B, il Milan in B o in A. […] Senti, a proposito di Milan, ma a te sembra giusto che la Juve sia in B e quegli altri no?
N. Io credo che sia giusto che la Juve sia in B. Però come hanno fatto la Lazio e la Fiorentina a non finirci, è del tutto incomprensibile. […] Però per la Juve è un lavacro meraviglioso. […] V. È strano ma ora a me il calcio mi interessa di meno, tutto quanto. Perché? Sarà per quella faccenda dello scandalo? N. Quella faccenda è stata devastante. […] Poi ci sono tutti quegli altri, i giornalisti, i telecronisti e quelli che stavano dietro. Io non credo molto però a questo repulisti. Mi dispiace per tutti quelli del processo. Io lo guardavo spesso. Il dottor Aldo, i tifosi coi cartelli che ridevano di lui… il casino fenomenale… […] N. Però adesso che sono praticamente disidratato, io voglio dire: non si fa così. Se si ha il convincimento che una partita sia truccata, si rovina tutto. (affranto) Non si fa così. Come si dice al bambino che dice le bugie. (ancora più affranto) Non si fa così. E il calcio, non lo guarda più nessuno.

Tratto da La matematica del gol, © 2007 Fandango Libri
I disegni di queste pagina sono di Gianluigi Toccafondoe sono tratti da Io sono el Diego (Fandango Libri 2002)