DINO VIOLA – settembre 1981

Dino Viola traccia il bilancio dei suoi primi anni alla Roma e indica la rotta per il futuro…

D U X

ROMA. E’ implacabilmente bravo o sfacciatamente fortunato? L’attuale Presidente della Roma vice-campione, prescindendo dai due successi consecutivi in Coppa Italia, neppure davanti alla grata d’un confessionale risponderebbe a questa domanda-sintesi, nonostante gli scrivani abbiano il fondato sospetto che propenda in gran segreto a escludere il destino, gli astri favorevoli, dal filone dei suoi successi. A noi che frequentiamo in massa l’Olimpico giallorosso, proprio in coincidenza dei disastri della Lazio; a noi che ci sentiamo tout court sullo stesso piano della Juve e siamo convinti di avvicinarci a una specie d’epopea dopo 40 anni di inutili sospiri, non importa comunque stabilire con esattezza quanto Dino Viola si ami e si consideri, consumando giorni di potere vagheggiati chissà da quando.
L’uomo è intelligente, furbo, curiale, complimentoso e accentratore in misura giusta, mentre una miracolosa ostinatezza sembra dominarlo proprio per non pensare mai al futuro come a una tetra voragine. Soprattutto per l’abilità di ascoltare pazientemente adulatori interessati o consiglieri fidati, finendo col dar retta solo a se stesso, si distingue da tutti i predecessori immancabilmente capitati prima o poi a remare nella Roma come si può sopra un fiume nebbioso, tra tranelli, gregari abietti, avidità, crudeltà, inimicizie.

Forse Dino Viola è arrivato al vertice memorizzando perfettamente i tracolli dei vari Anzalone, Marchini, Ranucci, Evangelisti, Marini Cettina, Anacleto Gianni… Si ritenevano stoltamente lupi di mare; al dunque si sono ritrovati distrutti, ciechi, pugnalati, come il capitano Whalley, quel protagonista senza salvezza di Joseph Conrad nel romanzo «Al limite estremo». Viola ha preso in toto la Roma il 16 maggio 1979, subentrando alla desolazione di Anzalone, con la convinzione di dover cambiare rotta, di dover eliminare i rami secchi, di dover risultare antipatico alla stragrande maggioranza dei corteggiatori, di dover eliminare il più possibile clientelismo e omaggi, per non scivolare anche lui forzosamente e troppo presto verso l’ultimo viaggio. E noi romani, legati a, una capitale dove burocrazia e classe politica sono rimaste quelle dei tempi di Giolitti con anomalie sempre più evidenti nel tessuto sociale, abbiamo finito per ringraziare tanta fermezza, la sua umana antipatia, l’egocentrismo che gli consente di controllare tutto, di vigilare giorno e notte su qualsiasi cosa avvenga nella gloriosa società del «lupetto».

QUA NON SI MUOVE foglia se Viola non voglia. Qua il Presidente non delega, non demanda, non decentra neppure l’acquisto delle saponette per il bagno o di una lampadina. Egli vive ora meravigliose e indimenticabili dietro la scrivania, a maniche rimboccate e cravatta allentata, se il caldo gli imperla la fronte di sudore.
Egli non si concede vacanze né crociere: è un manager che a dispetto della voce melliflua, suadente, cantilenante, si difende con concretezza e senza sentimentalismi dalle insidie del football, mondo che magari considera sfigurato, in tumulto, sempre vicino alla crisi, alla paralisi. Pare che di recente, controllando i favolosi incassi della sua Roma, gli introiti televisivi e pubblicitari, il gettito della sponsorizzazione Barilla, abbia comunque mormorato: «Anche se il pallone si sgonfierà dalle Alpi alla Sicilia, anche se il calcio andrà in malora per troppe follie e per quanto ci tolgono domenicalmente sugli incassi, la Roma resisterà, la Roma non metterà mai dipendenti in cassa integrazione e avrà per molto i migliori giocatori in attività reclutabili…».
Il nostromo che ha provveduto a dare lustro alle maglie giallorosse e ad innalzare la società nel ristretto gotha delle «grandi», considera la stagione appena agli inizi una specie di definitiva prova del nove dei suoi metodi e del suo pragmatismo a prova di bomba. Polemizzando con la Juve, visto che non ama soggiacere a nessuno e ha sovente affrontato alla pari pure i Boniperti e i Fraizzoli, ripete ufficialmente: «Dobbiamo confermarci e… rivincere lo scudetto. Con gli acquisti di Nela, Marangon e Chierico abbiamo comprato la grinta. L’anno scorso in certi momenti ci è mancata. Però non ci pare d’essere arrivati secondi, moralmente ci siamo sentiti primi».

INTRANSIGENZA. Dicono che solo nelle conferenze stampa o nelle interviste confidenziali usi magnanimamente il plurale maiestatis. Dicono che chi lavora con lui, sfiori il licenziamento o perlomeno l’emarginazione se osa mettersi in evidenza e farsi nominare magari da un incauto cronista sul giornale del mattino.
Per calcolo infinitesimale Viola esclude da tali regole dogmatiche di comportamento il solo Liedholm e in dosi giuste ovviamente i giocatori che scendono in campo. Ma che non si permettano altri di usurpare pubblicità alle sue spalla, sfruttando la sua passione, i suoi miliardi, i suoi sacrifici.
A noi che ci siamo sentiti calcisticamente Nord Africa, e che non possiamo dimenticare l’epoca della colletta del Teatro Sistina per pagare le spese d’una trasferta giallorossa a Verona, tanta intransigenza è subito sembrata provvidenziale. E provvidenziali, salvo ognuno, ci sono sembrati i tagli spaventosi sui biglietti gratuiti e sulle concessioni in genere che proliferavano nei periodi anzaloniani.
E gradite sono le trasferte pure in capo al mondo, in vagone letto, visto che l’esimio Presidente non gradisce l’aereo per certe paurose esperienze di gioventù e costringe affettuosamente la squadra a fargli compagnia nel tipo di viaggio che puntualmente sceglie. Ma via, a uno come Viola, capace di strabilianti risultati e adorato dalle masse, non si può negare nulla. La scalata alla presidenza è stata tormentosa e spesso osteggiata.
Più di sessanta anni fa Viola nasceva ad Aulla, provincia di la Spezia. Sono tempi di melodramma e gli viene imposto il nome di Adino, che è il giovanotto della furtiva lacrima nell’elisir d’amoredi Donizetti. Più avanti, per comodità, la A sparisce e lui non si diverte se i puristi insistono a ripescarla.

DRIBBLING. Adino-Dino cresce nel imito d’un fratello decorato di medaglia d’oro durante la prima guerra mondiale, si trasferisce a Roma che è adolescente, si laurea in ingegneria e ha pure il tempo di sfoggiare dribbling e giravolte alla Bruno Conti in toccanti esibizioni studentesche.
Il convincimento d’essere stato un raffinato calciatore lo ha tuttora e spesso d’estate, prima delle amichevoli della sua Roma, si esibisce incravattato e ben vestito in palleggi sfrenati, sul terreno erboso, a beneficio dei fotografi. Ma veniamo alla Viola-story nei passaggi obbligati. Dice: «Ho sposato i colori sportivi giallorossi non appena ho messo piede nella città eterna. Mi sono innamorato di Testacelo e dei suoi eroi. Ecco: io ho sempre pensato di poter comprare verso il duemila anche il cuore di quella Roma lontana. Però in tempi di professionismo e sindacalismo esasperati, non è facile…». Non è facile? Per uno come Dino Viola niente è impossibile: Io sappiamo bene, lo abbiamo constatato.
Fraizzoli voleva Ancelotti? Nossignori… Ancelotti viene alla Roma perché Viola non si batte… Cominciò a sbalordire il popolo nel 1977, quando in gran segreto e un po’ ingenuamente disse ad Anzalone che gli sarebbe subentrato se gli avesse fatto trovare Pruzzo, con il costo del centravanti, ovviamente a debito della Roma futura, cioè a suo carico. Arrivò Pruzzo ma Anzalone non se ne andò: e con ostinazione Viola masticò amaro, e decise d’aspettarlo sulla riva del fiume. Vennero rovesci clamorosi e «Mister Gay» dovette mollare. Con Viola non si vince: lo sanno perfettamente i concorrenti che aspiravano a Falcao, Nela, Chierico ecc.. Non si vince! e soprattutto nessuno riesce a fregarlo: un suo collaboratore è stato messo in castigo, perché aveva tentato d’alzare presso il Presidente del Brescia, il prezzo d’acquisto dello stopper Bonetti. Niente da fare: Viola sa tutto, arriva ovunque col telefono o fisicamente, smaschera qualsiasi congiura si possa tessere nei suoi confronti. Oggi siamo al punto che una folla benedicente paga e lo adora purché mantenga la squadra spettacolo, l’inclita «Zona Liedholm», sotto le pendici di Monte Mario.

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SENZA AMICI. Tra la folla benedicente, i postulanti sono sempre in numero minore: ormai è notorio che Viola non si commuove, non regala nulla, non può dare più di un biglietto gratuito neppure ai riveriti dipendenti. Era entrato nel consiglio giallorosso all’epoca dell’on. Evangelisti: un galantuomo pignolo fino all’esasperazione, un presuntuoso ammantato di finta modestia, scrivevano i cronisti dell’epoca. I giorni dei titoli a nove colonne sui quotidiani erano ancora lontani, eppure lui procedeva, selezionava, non disperava mai con quel sorriso da reclame. Fu vice presidente con Alvaro Marchini, ma dopo una squalifica di Don Alvaro e la nascita d’un comitato di tre reggenti che lo escludeva, sparì. Con Anzalone, tra vicende contraddittorie di odio-amore e prestiti in danaro contante per il bene della Roma, riapparve trionfalmente un giorno nel consiglio. «Tra i miei difetti non c’è l’insofferenza, non ho mai peccato per rancore o per troppa fretta in vita mia», dichiarò lapidario. Il tempo passa, Anzalone viene messo K.O. dai fatti; Viola, chiamato alla formazione d’un «comitato dei quattro», sbalordisce perché senza sbattere i pugni sul tavolo, con flemma constata: «Possiamo prendere qualsiasi decisione, ma se non mettiamo subito qui sul tavolo un miliardo a testa, serve a niente». Lui è pronto col libretto degli assegni, agli altri tre per poco non viene un collasso. Così si arriva tra altre peripezie al giorno dell’incoronazione: 16 maggio 1979. Viola impegna tutte le forze che ha e gli spettatori si sbizzarriscono nello stabilire a quanto ammontino i miliardi. Sono forze nate in una fabbrica per apparecchiature meccaniche a Castelfranco Veneto, unite al carattere d’un signore che si spezza ma non si piega, il resto è noto: in nemmeno tre stagioni l’ingegnere si è già inserito nella interminabile galleria dei presidenti romanisti con l’aureola del migliore, del più grande. Merita riconoscenza e ulteriori fortune: mai visto un dirigente che ha capito, come lui, quanto sia arduo fidarsi del prossimo nel calcio. E’ senza amici veri e lo sa bene. Quando può, preferisce viaggi, passeggiate e pranzi in trattoria con la moglie, Donna Flora per i romanisti. Chiamato a pronosticare secondo un vezzo rituale, ribadisce: «Roma e Juve lotteranno ancora fino all’ultimo, ma potrebbero intromettersi alla grande le milanesi. Non so la Fiorentina: tanti assi insieme potrebbero intralciarsi… Mi piace il Genoa. Sarà un campionato bellissimo, agonisticamente tremendo, e speriamo che gli arbitri…». Poi le confidenze rare, inutili. Una sera eravamo a cena a Monguelfo, a pochi chilometri da Brunico, sede del ritiro. Disse che la Roma Io ringiovanisce, aggiunse che la Roma era pronta a ripartire in mezzo agli entusiasmi come squadra da scudetto. Ma improvvisamente con voce incrinata aggiunse: «A volte vorrei lasciare; è logorante fare i presidenti e soprattutto il Presidente della Roma a tempo pieno, il pubblico pretende sempre di più, i giocatori sempre di più, il tecnico sempre di più, i costi aumentano sempre più…».
Naturalmente mentiva sapendo di mentire…