EDER: il piede sinistro di Dio

“Colpisco di qui, con la parte bassa dell’esterno collo del piede sinistro. É una cosa istintiva, che ho sempre fatto sin da ragazzino, quando calciavo a piedi nudi. Nessuna preparazione. Mi viene così e basta”
Éder Aleixo de Assis, da un’intervista alla Gazzetta dello Sport del 17 giugno 1982

Rispetto a un destro, un campione mancino è certamente più suggestivo. Probabilmente per il fatto che appartiene ad una minoranza etnica (secondo le statistiche più aggiornate solo circa il 10% della popolazione mondiale è mancina), a dare credito ad alcune leggende, è considerato più dotato di creatività. E immediatamente balzano alla memoria i grandi geni mancini: dalla fisica, come Albert Einstein, alla strategia, come Alessandro Magno, dalla musica rock, come Jimmy Hendrix, al cinema come Charlie Chaplin, dall’arte e la progettazione, come Leonardo da Vinci, fino al calcio, come Diego Armando Maradona.

Infatti, senza dubbio il portabandiera della razza mancina in materia calcistica, non può che essere lui, El Pibe de Oro, la Mano de Dios, il più grande calciatore della storia insieme a Pelé. E l’ombra gigantesca di Maradona non ha potuto fare a meno di oscurare un campione brasiliano dotato di un piede sinistro quasi sovrumano, Éder Aleixo de Assis, detto semplicemente Éder. Un’ala sinistra che riusciva a lanciare il pallone a più di 170 chilometri l’ora, mentre col goffissimo destro non arrivava quasi mai oltre i quindici metri di distanza, neanche sotto il massimo dello sforzo.

Ma quello della polivalenza non era un cruccio per Éder. A lui quel sinistro, magico e regale, bastava e avanzava per andare orgoglioso di sé stesso e per venire osannato dai propri tifosi. Era l’esatto opposto di un atleta professionalmente metodico. Del resto non era nato per caso in Brasile, che nei luoghi comuni è la patria del genio e della sregolatezza, e per la precisione a Vespasiano, un’anonima cittadina nei pressi di Belo Horizonte, la capitale dello stato di Minas Gerais. Proprio nella sua Vespasiano cominciò a tirare le prime pedate alla fine degli anni sessanta, sempre rigorosamente di sinistro, in una squadretta dal nome profondamente educativo: Escola de Moral Crista.

Ma probabilmente gli insegnamenti dei padri gesuiti non avevano avuto un grande effetto su di lui. E dopo un’ultima esperienza da dilettante nell’America di Belo Horizonte, quando nel 1977 a vent’anni passò al professionismo, acquistato dal Grêmio di Porto Alegre per tre milioni di cruzeiros (all’incirca 30 mila euro dei giorni nostri), su richiesta dell’allenatore Telê Santana, si distinse più per l’indisciplina che per il tocco del suo sinistro.

Già durante il derby contro l’Internacional di Porto Alegre, una delle sue prime partite nella massima divisione, si fece espellere per avere tirato un pugno in un occhio al suo avversario Batista. Ma soprattutto mise in difficoltà il suo mentore, Telê Santana, rifiutandosi più volte di andare agli allenamenti in polemica con la sua linea tattica. Addirittura corse la voce, a dire il vero estremamente fondata, che una volta la discussione tra di loro degenerò. Santana lo rimproverò molto duramente, ed Éder si vendicò alla sua maniera. Al termine dell’allenamento, gli fece ritrovare le sue scarpe da passeggio riempite fino all’orlo di ricordini biologici.

Questa trascensione scatologica molto probabilmente non venne apprezzata dal suo grande allenatore, che per punizione non lo convocò per diverse volte, sostituendolo con l’altra ala sinistra Renato Sá. Per l’incontro con il Botafogo di Rio de Janeiro nella primavera australe del 1978, Éder, in veste di commentatore per Rede Globo, dovette anche ingoiare il rospo, in diretta televisiva, di una convincente prestazione in attacco della sua squadra, e di una spettacolare doppietta del suo brillante sostituto.

Ma quell’anno le sue turbolenze non si limitarono al campo di calcio, e in una notte del maggio 1978 in una discoteca di Porto Alegre venne coinvolto in una discussione animata per avere corteggiato troppo disinvoltamente una ragazza già accompagnata. Purtroppo l’animazione salì al punto che l’accompagnatore geloso tirò fuori la pistola e sparò due colpì ad altezza d’uomo. Éder venne colpito al braccio destro, e dopo essere stato trasportato all’ospedale cittadino, venne operato d’urgenza. Anche se dovette dire Adeus Adeus al mondiale in Argentina, non subì comunque danni permanenti, tranne una vistosa cicatrice, che restò impressa come un tatuaggio indelebile a memoria di quella notte brava.

Neppure questo incidente di percorso però valse a indurlo alla prudenza nel mettere gli occhi addosso alle ragazze. Presto si invaghì della figlia del presidente del Grêmio. Ed ebbe successo, anche se si liberò dalla marcatura di questa relazione con la stessa rapidità del suo sinistro. Colmata così la misura, Telê Santana, che credeva nelle sue capacità di calciatore e non voleva vedere gettare al vento tanto talento, fece il proprio intervento a scopo educativo. E con paterna pazienza riuscì a fare in modo che il giovane Éder abbandonasse le compagnie pericolose che frequentava, e smettesse anche di fumare. Infatti, come ricordò Darwin Pastorin in un articolo sul Guerin Sportivo del luglio 1982, era arrivato a toccare la misura ragguardevole di venticinque-trenta sigarette al giorno.

Anche se domato apparentemente nella vita privata, sul campo non riuscì a trattenersi sempre dalle reazioni spropositate. Ed espulsioni e lunghe squalifiche tempestarono inevitabilmente la sua carriera. Nel 1980 poi le strade di Éder e Santana si separarono temporaneamente. Mentre il giovane mancino veniva ceduto dal Grêmio all’Atlético Mineiro, scambiato con il centrocampista Paulo Isidoro, il cinquantenne allenatore diventava selezionatore della nazionale brasiliana. E la sua fiducia lo aiutò sicuramente a conquistarsi la maglia numero undici del Brasile, strappandola sia al più esperto Mario Sergio, che al raccomandatissimo cugino di Rivelino, Zé Sergio.

Si assicurò il posto proprio poco prima dei Mondiali di Spagna 1982, mentre in patria, grazie alle sue giocate di sinistro, era riuscito ad accendere la passione e l’immaginazione dei suoi tifosi. Lo soprannominarono in più modi: O Canhão (Il Cannone), O bomba de Vespasiano, Exocet, Dinamite, Torpedo. Dalle sue punizioni e anche dai suoi calci d’angolo, che, a seconda della posizione, tirava sia d’interno che d’esterno, ma giammai di destro, spesso e volentieri scaturivano delle reti spettacolari. Anche il grande Pelé lo notò, e trovò parole di elogio per descrivere le sue caratteristiche balistiche: “La sua arma è costituita da una padronanza tecnica che gli consente di curvare la palla nei due sensi; di lanciarla stupendamente in profondità, di farla galleggiare, di catapultarla bassa e, in generale, di spingerla di tanto in tanto in molte direzioni e a velocità varianti“.

E al Mondiale di Spagna, ma soprattutto durante la fase di qualificazione a Siviglia, questo autentico funambolo monolaterale entusiasmò anche gli appassionati di calcio del resto del mondo. Segnò la rete della vittoria contro l’URSS, trafiggendo e lasciando a bocca aperta un portiere come Rinat Dasaev proprio con una delle sue tipiche staffilate da fuori area che si abbassavano improvvisamente a pochi metri dalla porta. Ma, nonostante le strepitose premesse, a quel mondiale la corsa del Brasile, che sembrava procedere inarrestabile, si schiantò contro il nostro muro azzurro, ed Éder tornò mestamente in patria. Nonostante tanti interessamenti di club europei ed anche italiani, non si mosse dal suo Atletico Mineiro per il periodo migliore della propria carriera.

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Eppure quattro anni dopo, il sipario del palcoscenico mondiale si sarebbe aperto ancora, per Messico 1986, e sarebbe stata la sua occasione per presentarsi nuovamente davanti all’immenso pubblico della mondovisione. Telê Santana continuava ad avere fiducia nelle sue capacità, nonostante le sue prestazioni stessero cominciando a diventare sempre più incostanti. Già nel 1985 aveva confidato alla rivista sportiva Placar una certa insofferenza nei confronti del mondo del calcio, lamentando che i suoi emolumenti non erano allaltezza della sua fama.

Ma fu due mesi esatti prima del grande evento mondiale, il 1 aprile 1986, nel corso di una comodissima amichevole casalinga contro il Perù, che Éder si diede da solo il colpo di grazie ai propri sogni di gloria internazionali. Al quindicesimo minuto di gioco, dopo avere subito un fallo dal terzino destro peruviano Castro, reagì colpendolo con un pugno plateale in piena faccia, e stendendolo al tappeto. Ma il calcio non è il pugilato; e per l’allenatore Santana, convinto sostenitore del fair play e che troppe altre volte lo aveva perdonato, questa era la goccia che aveva fatto definitivamente traboccare il vaso, e non lo convocò più. L’avventura di Éder con la maglia numero undici della nazionale verdeoro era arrivata alla conclusione.

La sua carriera proseguì girovagando di anno in anno per le squadre del campionato brasiliano, con una puntatina oltre oceano nel 1989, quando si trasferì in Turchia, senza ottenere troppo successo, fino a tornare nel suo Atlético Mineiro nel 1995, appena poco prima di appendere per sempre le scarpe al muro. Anche dopo essere passato dalla scarpa coi tacchetti al mocassino di dirigente sportivo, nei primi anni duemila prestò servizio sempre per l’Atletico Mineiro. Fino al ritorno, nel 2007 alla sua Vespasiano, la città da dove era partito, questa volta però nei panni di presidente. E, secondo un recente articolo tratto dal sito internet della rete televisiva brasiliana Rede Globo, l’indisciplinatissimo Éder oggi “amministra la propria squadra con pugno di ferro”.

Testo di Giuseppe Ottomano

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