FIGUEROA Elias: Mister Lujo

Tra le qualità per cui Franz Beckenbauer è passato alla storia non c’è certamente l’umiltà. È per questo che fa ancora più impressione riascoltare oggi una sua dichiarazione del 1974, anno in cui “Kaiser Franz” aveva vinto Coppa Campioni, Mondiale e Pallone d’Oro: «Sono l’Elías Figueroa europeo».

Anche se la nouvelle vague cilena ha prodotto stelle come Arturo Vidal o Alexis Sánchez, da quelle parti il sondaggio su chi sia stato il loro miglior calciatore di tutti i tempi raduna sempre percentuali bulgare attorno al solito nome. Elías Figueroa è il classico essere umano impregnato di sudamericanismo, a cominciare dalla pletora di soprannomi che fondamentalmente vogliono tutti dire la stessa cosa: “El Coloso”, “El Gran Capitán”, “El Mariscal”. Eppure solo uno riesce a misurare la sua statura tecnica: Mister Lujo, “Signor Classe” o “Signor Lusso”.

Si dice che la tempra, la dirittura morale, le doti di leadership si formino nelle difficoltà. L’infanzia di Elías Figueroa, vera o romanzata che sia, è un labirinto senza uscita. A due anni si ammala di difterite e subisce una tracheotomia per problemi respiratori che si trascineranno a lungo. I medici ammoniscono Dona Lidia, sua madre: «Non potrà correre e giocare con gli altri bambini. Non sarà mai normale». L’asma lo costringe a stare lontano dalle umide zone costiere: la famiglia deve abbandonare a malincuore l’incantevole Valparaíso (dove ancora oggi lo stadio locale porta il nome di Elías Figueroa) e trasferirsi nell’entroterra, prima a Quilpué, poi a Villa Alemana. Un giorno, a 8 anni, ignora i consigli dei medici e scende a giocare in strada: «Mi misi a correre e non sentii più nessun fastidio. Ero guarito». Da bambino cagionevole diventa ragazzo alto e forte, ma a undici anni si ammala di poliomielite e si ritrova di nuovo ai piedi del Golgota. Rimane un anno a letto, a dodici anni deve di nuovo imparare a camminare. È questa la circostanza che lo rende di colpo uomo, con un vantaggio enorme sulla concorrenza.

Tre anni dopo è un ragazzone di un metro e 80 che decide di sposare Marcela, la sua futura signora, senz’ancora mai averle rivolto la parola. In quei mesi si sveglia tutte le mattine all’alba per farsi trovare alle 7 e un quarto davanti alla scuola di lei, solo per vederla passare. Una sera, mentre bighellona con gli amici, viene a sapere che Marcela si trova a una festa lì vicino. Gli amici lo incitano a provarci, ma Elías, per la prima e forse unica volta nella sua vita, ha paura. È terrorizzato dalla prospettiva di un rifiuto, ma capisce che è il momento quando dagli altoparlanti parte Vida Mia dei Carr Twins, micidiale ballatona da combattimento. Ballano e ancora non si parlano, finché lei si stacca di qualche centimetro e guardandolo negli occhi gli dice: “Io non so chi tu sia, ma sappi che ci sposeremo”. E lui, sguardo fiero: “Sì, ci sposeremo quest’anno”. Si sposano a 17 anni, a 18 diventa padre di Marcela (come la madre), a 19 anni di Ricardo, che nascerà mentre lui è in Inghilterra per giocare il suo primo Mondiale, quello del 1966.

Il confronto con le nazionali lo esalta. Quattro anni prima, ancora quindicenne, aveva imbrigliato Pelé e Garrincha in un’amichevole organizzata per far sgambettare i campioni del mondo brasiliani a qualche settimana dal Mondiale cileno del 1962. Nel 1964, il radiocronista Hernàn Solìs conia per lui il soprannome più fortunato di tutti. Ha strabuzzato gli occhi di fronte alla sfacciataggine di un doppio dribbling piazzato a due attaccanti del Colo Colo da questo difensore del piccolo Unión La Calera, ancora minorenne ma già dominante. «Siamo di fronte a un ragazzino di 17 anni che gioca come un craque, da oggi non potrò che chiamarlo Don Elías». Seguono il ritorno alla base, la maglia numero 2 della “Roja”, la fascia di capitano che non abbandonerà mai per sedici anni, fino al 1982, in ogni squadra della sua carriera.

Esistono tantissime persone insospettabili che trepidano per le sorti di una grande squadra uruguayana un po’ decadente, e non si trovano soltanto a Pinerolo (che poi, spagnolizzato, è diventato Peñarol). Ad esempio Antoine Griezmann, hincha onorario degli Aurinegros, che si informa costantemente sui risultati della squadra. L’allure planetaria del Peñarol è qualcosa di cui è responsabile anche Don Elías Figueroa, pilastro difensivo di uno squadrone che a fine anni Sessanta domina il calcio sudamericano grazie anche a fuoriclasse come il portiere Ladislao Mazurkiewicz o il formidabile centravanti Alberto Spencer, capocannoniere all-time della Libertadores con 54 gol. In Uruguay Figueroa impara a guidare una difesa, a padroneggiare malizie e astuzie da vero caudillo, a usare i gomiti per tenere a bada centravanti troppo baldanzosi. Segna anche tantissimi gol, sfruttando la sua superiorità dittatoriale sulle palle alte e i suoi piedi da volante con cui si fa valere nelle mischie d’area. Ma, nonostante due titoli nazionali vinti facilmente, non gli riesce mai di vincere la Libertadores e giocarsi un’Intercontinentale: nell’unica finale, nel 1970, viene sconfitto da quei banditi dell’Estudiantes di Osvaldo Zubeldìa, che l’anno prima avevano riempito di botte il Milan di Rivera e Combin.

La crisi economica che colpisce l’Uruguay a inizio anni Settanta mette i dirigenti “aurinegros” nella dolorosa condizione di smantellare quella generazione di fenomeni. Figueroa viene messo sul mercato e riceve la corte spietata di due squadre che più diverse non si può: l’Internacional Porto Alegre, squadra di medio lignaggio del Sud del Brasile che non ha mai vinto un campionato nazionale, e il Real Madrid. Agli occhi di un calciatore contemporaneo la scelta non si porrebbe neanche; ma nel 1971 il Brasileirao è un campionato molto ricco, e Figueroa è rimasto abbagliato dal Brasile che ha dominato il Mondiale 1970 schierando contemporaneamente cinque numeri 10 di cinque squadre diverse. «Volevo misurarmi con Pelé, Rivelino, Jairzinho, Tostao», l’espressione più sublime di un movimento calcistico che fino ad Argentina 1978 esprimerà sempre il 100% dei convocati ai Mondiali della Seleçao (i primi a rompere l’embargo saranno, nel 1982, Dirceu dell’Atletico Madrid e Falcao della Roma).

Allora, Brasile! Il Real resta con un palmo di naso e all’Internacional Figueroa alimenta ulteriormente il proprio mito. Nel 1972 la “Seleçao” prova a nazionalizzarlo: gli mettono sotto il naso un assegno in bianco e gli dicono di aggiungerci tutti gli zeri che vuole, ma la risposta è negativa: «Non posso tradire il mio Cile». Pilota la “Roja” alla qualificazione al Mondiale 1974, ottenuta dopo il famigerato spareggio “a metà” con l’Unione Sovietica che dopo lo 0-0 di Mosca si era rifiutata di andare a giocare il ritorno a Santiago, come segno di contestazione verso il regime di Pinochet: ad ogni modo, a Mosca Figueroa era stato come al solito il migliore in campo. In Germania, nonostante il Cile venga subito eliminato nella fase a gironi, Figueroa ottiene l’onore di entrare nella Top 11 del torneo scelta dalla FIFA, accanto a Beckenbauer, con Suurbier terzino destro e Breitner terzino sinistro. E poi, incastonato al centro della sua lussureggiante carriera, sta l’episodio grazie al quale Elías Figueroa trascende i confini della cronaca e si fa esempio vivente di realismo magico alla Gabriel Garcia Marquez.

Il 14 dicembre 1975 l’Estadio Gigante da Beira-Rio di Porto Alegre freme d’ansia e di passione: è il giorno della finale tra il Cruzeiro e i padroni di casa dell’Internacional, ancora a caccia del primo titolo brasiliano della sua storia. Il cielo è coperto, pieno di nuvoloni scuri, è uno strano pomeriggio molto poco estivo. All’undicesimo del secondo tempo l’arbitro Boschilia fischia una punizione a favore dell’Internacional, ideale per un cross da destra: salgono a saltare tutti i colossi della difesa. Mentre Valdomiro sta prendendo la rincorsa, un raggio di sole squarcia all’improvviso il cielo nero di Porto Alegre e cade sul campo fino a illuminare un metro quadro all’interno dell’area di rigore del Cruzeiro. Ci crediate o no, è proprio il metro quadro in cui Elías Figueroa stacca per girare in rete di testa il cross di Valdomiro. L’Internacional vince 1-0 e si laurea per la prima volta campione del Brasile.

In Brasile l’euforia ci mette poco a diventare prima fede e poi psicosi. L’immagine di Figueroa che sale (o forse, a questo punto, scende?) illuminato da un cono di luce, ben visibile nelle fotografie e anche nei video più rovinati dal tempo, travolge Don Elías e gli conferisce un’aura mistica. I tifosi lo trattano da semi-dio. Per mesi le donne di Porto Alegre gli portano in visita i figli malati, intuendo in lui qualche oscuro potere taumaturgico. Il portamento e la classe sono tali che davvero s’impone la tesi di un qualche dio che ha scelto Figueroa come testimone ed esecutore della sua volontà. Sì, lo chiamano proprio così, “Il Dio del Beira-Rio”. Una tesi che Don Elías stesso avvalora, con estemporanei racconti da sciamano: «Una volta, quando vivevo a Quilpué, uscii di casa per andare ad allenarmi a Valparaíso. Camminavo col borsone sulle spalle e mangiavo un grappolo d’uva. Presi una strada molto lunga completamente disabitata, ma incrociai una donna molto anziana seduta sul ciglio. Non sapevo chi fosse né cosa ci facesse lì, ma mi chiese di dividere con lei un po’ d’uva, cosa che feci subito. Dopo che la ebbi salutata, feci qualche passo e mi voltai per rivederla meglio. Ma non c’era più. Era scomparsa, come evaporata».

È anche per questo clima che nel 1976, dopo il secondo titolo consecutivo, Figueroa decide di lasciare il Brasile. In Europa farebbero ancora carte false per lui, ma Don Elías decide di tornare a casa. Torna in Cile, al Palestino, e si mette alla guida di una squadra che infila una serie di 44 risultati utili consecutivi (tuttora record nazionale) con conseguente titolo. Contrariamente ad alcuni suoi colleghi, assume una posizione di utilitaristica tolleranza verso Pinochet, tanto da sostenerlo pubblicamente nel referendum del 1980 che prolunga di altri otto anni il suo regime. «Sono sempre stato al fianco di tutti i presidenti del mio Paese», dirà poi, «io ero semplicemente dalla parte del popolo». Nel 1982 disputa il suo terzo Mondiale nell’arco di 16 anni, diventando uno dei due giocatori della storia a riuscire nell’impresa (l’altro è il messicano Hugo Sánchez: per intenderci, parliamo di Mondiali “uno sì-uno no” dal 1966 al 1982). C’è di più: in Spagna diventa probabilmente l’unico giocatore della storia a partecipare a un Mondiale da nonno (!), dacché gli è nato da pochi mesi il nipotino Mauricio. Quel Cile è davvero poca roba e chiude a zero punti, ma la sua presenza statuaria al centro della difesa genera ancora commenti ammirati da parte di gente come Cesar Luis Menotti («È il più grande difensore che ho visto in vita mia»), Daniel Passarella («Nella storia solo due difensori sono stati più forti di me: Beckenbauer e Figueroa») e ovviamente Pelé («Se avesse vinto un Mondiale sarebbe stato il più grande difensore della storia»).

Si ritira a Capodanno del 1983, dopo un 2-2 contro l’Universidad de Chile. Con le dirette-fiume in tv e sempre meno spazio per il non detto e per le sfumature ammantate di leggenda, gli anni Ottanta non fanno per Don Elías. ll suo verbo da lìder maximo, al solito categorico («L’area è il mio regno, e io decido chi far entrare»), sta passando di moda. C’è questo nuovo numero 10, un prodigio argentino di cui tutti dicono meraviglie. In occasione di un’amichevole Argentina-Cile giocata a Mendoza, un fotografo prova a ritrarli insieme. «Elías, una foto con Diego!». «Ah sì? Digli di avvicinarsi». «Diego, una foto con Figueroa!». «Chi è? Digli di venire ad allacciarmi le scarpe». Niente da fare.

Tutto questo e altro ancora è stato Figueroa, il difensore con il più alto numero di riconoscimenti individuali nella storia del calcio, su cui spiccano i tre Palloni d’Oro Sudamericani consecutivi vinti dal 1974 al 1976, quasi una bestemmia per un premio che nel triennio precedente era andato nell’ordine a Tostao, Cubillas e Pelé, non esattamente tre giocatori passati alla storia per la loro abilità difensiva. «E se il Pallone d’Oro fosse stato aperto anche ai calciatori non europei, avrei vinto pure quello». Ma forse il più prestigioso di tutti è il Premio di miglior difensore al mondo, non tanto per il premio in sé quanto per la data: 1974, l’anno che apparentemente non conobbe altri difensori all’infuori di Beckenbauer. Ma persino l’arroganza e l’efficienza prussiana di Kaiser Franz dovettero abbassare la testa al cospetto di Don Elías.

Testo di Giuseppe Pastore