Enrico Ameri, la radio nel cuore

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Da molti considerato l’erede di Nicolò Carosio. Inizia la carriera negli anni 50 come inviato di cronaca affermandosi poi come voce puntuale e fedele dei pomeriggi domenicali degli sportivi italiani nella trasmissione RAI «Tutto il calcio minuto per minuto».


Toscano di nascita, genovese di adozione, la storia professionale di Ameri è quella tipica dei primi anni della radio e della televisione: gavetta, versatilità, totale dedizione al mestiere, molta improvvisazione e anche qualche attenzione per non farsi travolgere da colleghi in ascesa. Così, solo più tardi, e per deciso intervento dei superiori, il suo carattere si era ammorbidito, il suo vocabolario si era arricchito di frasi di cortesia.

Molti ricordano ancora un suo clamoroso epiteto, rilanciato da un incolpevole microfono che non doveva essere «aperto», rivolto con molta probabilità a Ciotti che tirava in lungo il suo intervento. Così come non gli piaceva «firmare» i passaggi di linea (in gergo si dice «firmare» quando si cede il microfono a un collega e lo si nomina per nome: «A te la linea, Sandro!», al posto di un generico «Passiamo la linea al Comunale di Torino»).

Ecco, solo un confronto con il «rivale» Ciotti ci aiuta a chiarire il personaggio Ameri. Del resto, è tutto il mondo dello sport a vivere sul dualismo, sulla rivalità accesa, su Coppi e Bartali. Mentre Ciotti tendeva sempre più a fare interventi di tipo commentativo, con un lessico vagamente colto e distaccato, le «tirate» di Ameri erano cronaca pura, basata sul ritmo serratissimo e sulla totale mancanza di pause. Ameri rappresentava in qualche modo la radio nella sua essenza, amplificazione della voce e insieme altoparlante, velocità e drammatizzazione.

In realtà, Ameri possedeva uno stile molto personale nel reinventare l’avvenimento sportivo. A lui toccava sempre il «campo principale», cioè la partita ritenuta la più importante. Ma se anche avesse dovuto raccontare quella più insignificante, attraverso la sua parola pastosa e passionale, la sua cadenza, il suo entusiasmo questo incontro sarebbe diventato comunque un avvenimento eccezionale. Quelle sue improvvise accelerazioni, quelle impennate di voce, quelle perentorie urlate avevano il magico potere di rendere interessante la più scontata e banale azione di gioco.

Molti ascoltatori erano così sedotti dalla sua voce che spesso, in occasione di incontri trasmessi in diretta, preferivano eliminare il sonoro della tv e piazzare la radio sotto lo schermo. Era un momento questo in cui ci si accorgeva anche degli errori, delle interpretazioni, dell’arbitrarietà di Ameri. E tuttavia, erano tracce vive per capire come Ameri sapesse ricreare l’evento sportivo. Ameri non conduceva la vita brillante e da scapolone di Ciotti, si occupava esclusivamente di calcio. Nicolò Carosio e Nando Martellini gli avevano sbarrato, in passato, la strada delle telecronache, Aldo Biscardi gli aveva sfilato via il «Processo del lunedì». Insomma non era propriamente baciato dalla fortuna e assumeva spesso l’aria di un sopravvissuto in un mondo dove l’improvvisazione e la presunzione avevano fatto presto a dilagare.

Il congedo. E’ il maggio del 1991, le partite sono terminate da un’oretta. Lo studio centrale di «Tutto il calcio» saluta e ringrazia l’ultimo intervento del collega che sta per andare in pensione.Da Genova, Ameri chiede scusa a tutti, accomiatandosi dalla trasmissione, da trentasei anni di dirette, da 1600 partite raccontate, da una fetta della nostra vita che in quel momento si dissolveva nell’aria. Come un vecchio guerriero aveva brandito il microfono fino alla fine, bofonchiando solo un pò: contro l’età della pensione, contro l’ingratitudine di Biscardi e, con una battuta fulminate, contro l’eterno rivale: «Quando Ciotti fa un’intervista ti ricordi solo di Ciotti».

Chi vive di radio vive di fantasia. La radio è il paradiso dell’ immaginazione, sia per chi parla, sia per chi ascolta. E’ l’arma segreta che salva il radiotelecronista di classe. E Ameri lo era. Davanti a un ramarro, a un Apollo, a una guerra, a un’ inondazione, a un gol di Gigi Riva, a 22 Giri d’ Italia e a 15 Tour de France. Da bambino aveva allenato la fantasia parlando dentro una pentola per far rimbombare le parole e sentirsi come il mitico Nicolò Carosio, che era la cometa da seguire. Con meno pause, però. Il telecronista racconta un mondo immutabile, una vita già accaduta che condivide con i telespettatori.

Il radiocronista, invece, è testimone unico, può ritoccare il mondo. Nella terribile notte dell’ Heysel, Ameri aveva davanti agli occhi gli stessi cadaveri che vedeva Pizzul, ma riuscì a far entrare la notizia nelle case dei radioascoltatori con pudore e studiate reticenze: non sappiamo da quali settori provengano i feriti… Il giorno più difficile in cui trovare le parole. L’apice della gioia professionale, invece, Enrico Ameri lo toccò all’ Atzeca nel ’70, quando diede voce alla leggenda di Italia-Germania 4-3 e descrisse Sepp Maier impietrito come un ramarro davanti al piatto di Gianni Rivera. Ma Enrico Ameri, per tutti, resterà nel ricordo come la voce che abitava il campo principale di «Tutto il calcio minuto per minuto».

LA SCHEDA

Nato a Lucca nel ’26 da genitori di Busalla, nell’entroterra genovese, Ameri visse fin dagli 11 anni a Genova, città cui si sentiva particolarmente radicato, anche nel tifo calcistico (rossoblù). Nel ’37 il padre, sottufficiale dell’esercito, viene trasferito a Roma con tutta la famiglia e qui Enrico Ameri conclude i suoi studi fino alla maturità classica. Combattente per la Repubblica Sociale, non ha mai tradito il suo credo politico dichiarando ai quattro venti di votare Movimento Sociale. Il suo approccio con la Rai risale al 1949, sollecitato dagli amici che lo spronarono a puntare sulla sua voce. Bocciato al primo colloquio, Ameri non si perse d’ animo e dopo pochi mesi ritentò la sorte. Nel ’50 debuttò con la sua prima radiocronaca alla Mille Miglia. La voce gli si smorzò in gola dall’emozione, ricorderà poi divertito: in suo aiuto venne Nando Martellini, che gli strappò il microfono. Il 15 marzo ’51 venne assunto in Rai come inviato, ma Vittorio Veltroni, padre di Walter, gli annunciò che non avrebbe mai più fatto una diretta di sport.
Incominciò per Ameri un percorso prezioso che lo portò in tutto il mondo: India, Indocina, Vietnam, sui fronti di guerra, nei punti caldi di maggior attualità, un’ esperienza che gli valse la vetrina nei momenti clou della storia, come il discorso di Papa Paolo VI alle Nazioni Unite o i lanci delle navicelle Apollo nello spazio e lo sbarco sulla Luna.
Allo sport tornò nel ’55 con Udinese-Milan, ma Veltroni lo volle in televisione come telecronista della Nazionale, una parentesi breve, per riprendere a far sentire soltanto la sua voce, in una dimensione che Ameri, vivo e passionale, amava di più. Calcio e non solo (1600 le sue radiocronache), perché all’ attivo ha anche 22 Giri d’Italia e 15 Tour de France, con nomi e fisionomie dei corridori studiati con la stessa intensità di quelli dei calciatori per una partita, per poterli poi raccontare attraverso il microfono, farli immaginare, renderli vivi a chi a casa ascoltava la radio.
Alla fine degli anni Sessanta è Ameri a proporre al suo capo dei servizi sportivi Guglielmo Moretti un «Processo del lunedì» sulla falsariga del «Processo di tappa» di Zavoli. Moretti è perplesso, teme che il calcio sia troppo passionale, inadatto quindi alle critiche.
Ma Ameri nell’ 80 torna alla carica coinvolgendo Aldo Biscardi. Quello stesso anno il debutto de «Il Processo» condotto da Ameri con a fianco Novella Calligaris, l’anno successivo è invece con Marina Morgan. Ma dopo due edizioni lascia la poltrona a Biscardi e ritorna negli stadi a raccontare le partite a chi amava il calcio, ma anche la sua voce.
Muore ad Albano Laziale il 7 aprile 2004 in seguito ad una crisi cardiaca.

Ameri con l’amico-rivale di sempre, Sandro Ciotti