Eric Cantona: il francese più amato dagli inglesi

Les Caillols, sobborgho di Marsiglia, la città più multietnica di Francia, affacciata sul Mediterraneo. “Street football”, calcio di strada, come percorso obbligato. «E stata la mia fortuna – racconterà Eric the King – Quando ero un ‘minot’ (un ragazzo, ndr), bastava una maglietta rossa a fare squadra: se ce l’avevo io e ce l’aveva un altro, si stava assieme, si diventava compagni. Niente tattiche né strategie, soltanto improvvisazione». Les Caillols è un posto speciale, abbarbicato sulle rocce. Città in fuga da se stessa, alberi e profumi di Provenza. A Les Caillols, negli anni Cinquanta, si innamorano i genitori di Cantona. Lui si chiama Albert e ha origini sarde. Lei Eleonore Raurich ed è figlia di rifugiati catalani, Pedro e Paquita. Pedro Raurich, nonno materno di Eric, ha combattuto contro i fascisti di Franco nella guerra civile spagnola degli anni Trenta. Ferito al fegato, è stato internato in un campo. Rilasciato, ha vagato per la Francia, fino a Marsiglia, ultimo approdo. Sardegna più Catalogna e Barcellona. Radici forti, che spiegano i come e i perché dell’Eric che verrà.

Eric the King nasce a Marsiglia il 24 maggio 1966. Leggenda vuole che i primi anni li viva in una caverna. Leggenda, appunto. Nella cava, acquistata dalla nonna materna Lucienne, aveva forse abitato papà Albert. Eric cresce in regolare casa. Della cava si dice che a suo tempo sia stata usata dall’esercito tedesco come deposito di armi. Vecchie storie. Albert, infermiere in un ospedale psichiatrico, gioca a calcio come portiere e abitua i tre figli a seguire l’Olympique. Siamo nei primi anni Settanta, lo jugoslavo Skoblar e lo svedese Magnusson sono i primi idoli di Eric, finché una sera d’ottobre al Velodrome plana l’Ajax del calcio totale. Baby Cantona scopre Johan Cruijff e vede la luce: «Un vero artista, un visionario», spiegherà. I primi passi nel calcio li muove nel Caillolais. Come portiere, perché il padre è stato “gardien de but” e lì lo spinge. Una forzatura, Eric tra i pali non funziona e passa all’ala. La svolta arriva nella squadra della scuola Grande Bastide, all’accademia di Celestin “Tico” Olivier, giocatore della Francia al Mondiale del ’58 in Svezia.

Olivier ha visto da vicino l’esplosione del giovane Pelé, è stato compagno di Kopa e Fontaine, stelle della Francia di allora. Se ne intende, capisce di avere per le mani un talento. Eric viene “provinato” da Monaco e Nizza, è ignorato dall’Olympique Marsiglia. La voce che al Sud è in corso la fioritura di un campioncino arriva alle orecchie di Guy Roux, tecnico-santone dell’Auxerre e del calcio francese. Il 1° maggio 1981 Roux telefona a Olivier e la risposta è secca: «Prendilo, diventerà qualcuno». Il problema è che Auxerre sta su al Nord, 612 chilometri sopra Marsiglia, e non assomiglia per niente a Las Vegas. Si mangia bene e si beve meglio – mai provato lo Chablis? -, ma qualcuno sostiene che sia la città più addormentata di Francia. «Vado o non vado?».

Cantona va. Appena può piglia la patente e fa su e giù in autostrada, anche perché si è innamorato di Isabelle Ferrer, che diventerà la sua prima moglie e che gli darà due figli, Raphael e Josephine. Eric debutta in Ligue 1 nel novembre 1983, sotto una buona stella: l’avversario è il Nancy, prima squadra di Michel Platini; il compagno d’attacco ha i baffi e si chiama Andrzej Szarmach, uno degli eroi della Polonia al Mondiale ’74. Roux distilla il giovane Cantona, lo spedisce a maturare nella squadra riserve. Quando decide di pensionare il glorioso Szarmach e di puntare su Eric, ci si mette di mezzo la sfortuna. Cantona si ammala, di una brutta infezione virale.

E’ di questo periodo però un’apparizione a San Siro. Milan-Auxerre, ottobre 1985, ritorno dei sedicesimi di Coppa Uefa. Il Milan non ancora berlusconizzato, il Milan “contadino” di Giussy Farina deve ribaltare il 3-1 beccato all’andata in Francia. L’impresa riesce – 3-0, doppietta di Virdis e gol di Hateley -, ma chissà quanti tifosi rossoneri ricordano il cambio effettuato da Guy Roux all’intervallo: fuori Roger Boli e dentro il 19enne Eric Cantona, in un certo senso al suo primo e unico derby milanese, visto che la sola squadra italiana a corteggiarlo con insistenza sarà l’Inter di Moratti. La prova di Eric è anonima, forse perché il suo avversario è il 17enne Paolo Maldini. La Gazzetta nelle pagelle gli assegna un misero 5,5.

Cantona ha bisogno di cambiare aria. Roux chiama Yves Herbet, allenatore del Martigues in seconda divisione. Martigues è la Venezia di Provenza, intarsiata com’è di canali. Herbet è un ex nazionale francese, veterano del Mondiale 66. Martigues sta a 40 chilometri da Marsiglia. Tornando a casa, Eric mette un po’ di cose a posto. Rafforza la sua storia con Isabelle, segna qualche gol. Roux va a vederlo in una partita a Lione e alla fine parla con il padre: «Suo figlio vuole diventare un vero calciatore o no?». Rientro alla base, all’Auxerre. Nel febbraio dell’87 il matrimonio, con annuncio dell’evento a cerimonia avvenuta: «Tipico di Eric», ghigna un compagno.

Sul campo, Cantona decolla. Reti e assist gli valgono la prima volta in nazionale. A chiamarlo è il c.t. Henri Michel, che poco più avanti si pente della scelta. Alla prima mancata convocazione, Eric lo insulta con uso di citazione cinematografica: «Mickey Rourke dice che chi assegna gli Oscar è un sacco di merda. Non giocherò più nella Francia finché Henri Michel sarà il selezionatore». Un’intervista a France Football lascia intuire quel che sarà: «Il calcio è un’arte minore, io sono interessato alle arti maggiori. Voglio vivere la follia creativa dell’artista. Sono attratto dalla sofferenza, il grande artista è sempre incompreso».

La prima “cantonata” arriva il 5 aprile ’88 a Nantes, in Coppa di Francia. Prova generale di quel che accadrà sette anni più tardi dentro uno stadio londinese. Cantona colpisce Michel Der Zakarian del Nantes con colpo d’arte marziale. Salta, allunga una gamba e lo stende. Più scena che altro, Der Zakarian non si fa male. Davanti alla Disciplinare, Cantona indossa la miglior faccia di bronzo: «Io e Michel siamo amici, veniamo dagli stessi posti, ci conosciamo dai tempi in cui eravamo alti così». Squalifica soft, tre giornate ridotte a due perché l’Under 21 ha bisogno di lui.

La fama di cattivo ragazzo gli giova, in estate si scatena un’asta per aggiudicarselo. Lo vogliono Monaco, Psg, Matra Racing e l’Olympique Marsiglia di Bernard Tapie. La spunta quest’ultimo, miliardario spregiudicato, che va a stanare Eric nel suo villaggio vicino ad Auxerre: «Io ti voglio e sono disposto a migliorare qualunque offerta tu abbia ricevuto. Torna a casa, Eric». Poco prima della firma arriva la telefonata di un intermediario del Milan: Berlusconi vorrebbe creare la coppia Van Basten-Cantona. Sogno destinato a rimanere nel cassetto, Eric ritorna a Marsiglia e gli bastano pochi mesi per onorare la sua reputazione. A gennaio, in un’amichevole con la Torpedo Mosca, organizzata per raccogliere fondi da devolvere ai terremotati dell’Armenia, succede l’imprevedibile.

Si gioca a Sedan, nelle Ardenne, fa un freddo boia, campo ghiacciato. Cantona è nervoso e quando lo sostituiscono, calcia il pallone in tribuna, si toglie la maglia e la scaraventa verso la panchina. Tapie la prende male: «Gesto inqualificabile. Se ce ne sarà bisogno, Io ricovereremo in una clinica psichiatrica». Fine della luna di miele col Marsiglia. Nessuno e profeta in patria, una banale verità. Cantona finisce in prestito al Bordeaux. Tre mesi e mezzo, sei gol e il rigore fallito in Coppa di Francia, contro il Beauvais, club di 2 divisione: Eric prova il cucchiaio, il portiere resta immobile e para. Bordeaux eliminato, insulti e critiche. Lo strano è che a maggio Cantona diventa campione di Francia, perché il titolo lo vince il Marsiglia e lui nell’OM ha giocato la prima parte di stagione.

In estate altro giro di giostra, Tapie lo spedisce in prestito al Montpellier. Qui vince la Coppa di Francia, ma sarà ricordato per una rissa da spogliatoio, in cui tira un paio di scarpe addosso a un compagno piuttosto grosso e lo mena. Lo vogliono licenziare, Tapie interviene e la società si limita a una sospensione. Nell’estate del ’90 ritorna alla base e finché in panchina siede Franz Beckenbauer, fresco di titolo mondiale con la Germania Ovest, tutto bene. Poi Tapie esonera il Kaiser e a Marsiglia si palesa il belga Raymond Goethals, che emargina Eric. L’OM raggiunge la finale di Coppa dei Campioni, a Bari contro la Stella Rossa. Eric resta a casa davanti alla tv e gli jugoslavi vincono ai rigori. A Marsiglia, ancora oggi, uno dei discorsi più gettonati suona così: «Se quella sera a Bari ci fosse stato Cantona…». Eric si vendicherà con perfidia qualche anno dopo: a un giornalista francese che gli chiederà conto di certe strane iniezioni ai tempi di Goethals, risponderà che lui il succo d’arancia se Io portava da casa.

Estate 91, ciao Marsiglia. Cessione al Nimes, che per acquistare Eric usa dei fondi pubblici, visto che presidente del club e sindaco della città sono la stessa persona. Nimes capolinea del Cantona di Francia. 7 dicembre ’91, in casa contro il Saint Etienne. Eric scaglia il pallone addosso all’arbitro e se ne va negli spogliatoi senza aspettare l’espulsione. Alla Disciplinare, altro show: urla «idiota» a ogni membro. Gli appioppano 2 mesi di squalifica, lui annuncia il suo ritiro: «Ho avuto il privilegio di assistere al mio funerale». Poi va a sciare in Val d’Isère e sospeso su una seggiovia ci ripensa: ritornerà a giocare, ma non in Francia.

L’Inghilterra come terra promessa. Le prime trattative hanno per protagonisti due ex della Sampdoria. Graeme Souness non lo vuole al Liverpool, nonostante la raccomandazione di Michel Platini. E a gennaio non va a buon fine una settimana di prova col Sheffield Wednesday di Trevor Francis, che spiegherà: «In quei giorni faceva un freddo cane, ci allenavamo al chiuso. Speravo che Eric si fermasse qualche giorno di più». Alla fine prevale il Leeds United, la squadra dei 44 maledetti giorni di Brian Clough negli anni Settanta, ma questa è un altra storia. Il debutto a Elland Road in febbraio, per un’amichevole che resterà alla storia perché per la prima volta si ode un coro destinato a entrare nella storia del tifo britannico: “Ooh-aah Cantona“.

Il Leeds vince il campionato: Eric segna tre gol e ricopre di assist il bomber Lee Chapman. Delusione d estate all’Europeo in Svezia, la Francia di Papin e Cantona non funziona. Eric si rifa nel Charity Shield, quando rifila una tripletta al Liverpool. Il Manchester United drizza le antenne. Alex Ferguson ha bisogno di un attaccante e l’affare si compie per un milione e 200 mila sterline, nel novembre del 1992. Billy Bremner, bandiera del Leeds, uno dei giocatori che nei famigerati 44 giorni del 74 fecero la guerra a Brian Clough, dice una cosa che gli si ritorcerà contro: «In questo Paese ci sono tre milioni di disoccupati, ma si parla di un francese che va a Manchester». Vecchio Billy, se tutti ne parlano, un motivo ci sarà.

Il primo approccio con Sir Alex si mantiene su toni western, mancano giusto le pistole. «Mi chiedo se tu sia abbastanza bravo per giocare a Old Trafford», provoca Ferguson. «Mi chiedo se Manchester sia abbastanza per me», contrattacca il francese. Comincia un’epoca indimenticabile. Sul campo, 4 trionfi in Premier League, due Coppe d’Inghilterra, un’infinità di gol e assist; la maglia col colletto alzato, l’esultanza a petto in fuori e mento sporgente. E le solite “cantonate”, le espulsioni per aggressione dell’avversario. A Istanbul, contro il Galatasaray, viene cacciato per insulti all’arbitro e nel tunnel è malmenato da un poliziotto: «Uno scandalo, sono stato colpito alla testa». Fuori campo, show continuo, irrefrenabile. Eric dice cose tipo: «Se vedo una bici, penso che vincerei il Tour de France», e la gente impazzisce, però è inutile girarci attorno, dobbiamo parlarvi di quel che succede a Londra, a Selhurst Park stadio del Crystal Palace, il 25 gennaio 1995.

Cantona viene espulso per un fallo su Richard Shaw, difensore del Palace programmato apposta per provocarlo. Nell’uscire dal terreno, i tifosi di casa lo insultano. Uno più di altri, Matthew Simmons, ventenne di Thornton Heath, South London. Simmons non ha un passato limpido. Simpatizzante di estrema destra, è stato accusato di aver percosso un benzinaio dello Sri Lanka. Simmons insulta Eric: «Francese figlio di puttana». E Cantona, preoccupato per le condizioni di salute del padre, quel papà che a Les Caillols nei giorni felici dell’infanzia gli ripeteva: «Nella lotta colpisci per primo», Cantona – dicevamo – stende Simmons con un colpo di kung fu che fa il giro delle tv del mondo, dall’Alaska all’Australia. Apriti cielo, mostro Cantona.

La giustizia ordinaria lo condanna a due settimane di prigione, pena commutata in appello a 120 ore di lavori sociali, per lo più spese ad allenare giovani calciatori. Quella sportiva ci va giù pesante, otto mesi di squalifica. In conferenza stampa, Cantona regala una delle sue sentenze. Rivolto ai giornalisti, dice: «I gabbiani seguono il peschereccio perché pensano che delle sardine stiano per essere gettate in mare. Grazie a tutti». Poi si alza e se ne va. Eric ritorna in campo a ottobre e rivince la Premier League, ma non è più lo stesso. Si ritira nel maggio del ’97, due giorni prima del 31° compleanno: «Ho giocato da professionista per 13 anni, un tempo lungo. Ora ho voglia di fare altre cose». E così sarà, ripensamenti zero.

La diversità di Cantona: trovatelo oggi un campione che non resti aggrappato finché può a un contratto milionario e al mito di se stesso. “Ooh aah Cantona”: se andrete a Old Trafford, vi capiterà forse di ascoltare il coro. A volte lo stadio lo intona come un mantra, come una litania. Tutto cambia e si trasforma, però, e Eric non fa eccezione. Oggi è direttore tecnico dei Cosmos New York. “He’s back’, è tornato – e ce l’ha fatto sapere con un video in cui fuma il sigaro -, ma non si è mai fermato. Si è risposato con un’attrice franco-algerina, Rachida Brakni, che gli ha dato un altro figlio, Emir. Ha girato una marea di spot – memorabile il suo “Au revoir” nella pubblicità della Nike -, si è divertito con il beach soccer. E stato attore in una cifra di film: il più importante l’ha girato con Ken Loach, regista di culto e di masse.

Ne “Il mio amico Eric” ha interpretato se stesso, nella parte dell’amico invisibile di uno sfigato postino di Manchester, che a un certo punto gli chiede: «Che cosa hai fatto dopo il colpo di kung fu?». Risposta: «La tromba. Ho imparato a suonare la tromba». E via con una dimostrazione pratica, sulle note della Marsigliese. Nel film c’è un altro passaggio cruciale, quello in cui l’amico Eric dice: «Il momento più bello di tutti è stato un passaggio. A Irwin, contro il Tottenham. Devi fidarti dei tuoi compagni, altrimenti tutto è perduto». Ribelle, ma equo e solidale, questo è stato Cantona, che nel 2010 ha invitato i francesi a ritirare i propri soldi dalle banche: «Svuotate i conti correnti, fate crollare il sistema finanziario». Una provocazione, lui stesso si è limitato a prelevare una piccola somma, ma qualcuno ci è cascato e lo ha bollato come irresponsabile, anarchico e comunista. Visto quel che succede oggi, col mondo devastato dalla più grande crisi economico-finanziaria che si ricordi, Cantona era semplicemente due passi avanti. “King” Eric. Anzi, “Kung fu” Cantona.