ERNESTO CASTANO: IL TERZINO DI FERRO

“Ho parecchi rammarichi perché era dura giocare tutti quegli anni con le ginocchia senza menischi e senza tendini. Era dura. Ed oltretutto sui campi fatti di fango, di croste di ghiaccio, stando sempre attento a girarmi, a come mettere giù il piede”.


Si è trascinato le sue ginocchia di vetro per tanti anni alla Juve, vincendo tre scudetti, tre Coppe Italia e la Coppa Europa per Nazioni (1968). Il suo è stato un esempio di tenacia, di resistenza al dolore, a quattro menischi asportati, a cartilagini erose dalla fatica, dai tackle, dai contrasti, dalla marcatura sull’uomo più pericoloso della domenica. Perfino lui stesso, Ernesto (“Tino” per tutti: dal nomignolo di Ernestino con cui affettuosamente lo chiamava la mamma Maria) Castano (con l’accento rigorosamente tirato all’indietro, sulla prima sillaba!), si è meravigliato di come fosse riuscito a fare tanta strada, a durare così a lungo nel calcio e, soprattutto, nella Juventus, di un dottor Umberto Agnelli, che, una volta intuito la sua straordinaria voglia di giocare, lo circondava di attenzioni e convocava a Torino i più grandi luminari dell’ortopedia europea.

Tino, dunque, sorretto da tante “fedi”: quella verso sé stesso, quella verso Dio e quella verso la Juventus (dodici stagioni consecutive, dal 1958 al 1970). Castano era cresciuto nei dilettanti della Balsamese per fare tirocinio con i “lilla”del Legnano e la Triestina in B. L’esordio nella Juve a soli vent’anni, al “Comunale” di Torino, contro il Bari. Juventus, che – una volta capito ed apprezzato il terzino, poi, centromediano ed alla fine libero di Cinisello Balsamo (Mi) – si sostituiva, suppliva alla mancanza, alla figura del padre perduto in giovane età, e della cui assenza Tino certamente soffriva, specialmente, nei momenti più duri della carriera di calciatore e della crescita come uomo.

Breve, ma intensa la sua parentesi in azzurro, dove ha giocato per 7 volte, facendo parte della pattuglia del cittì Ferruccio Valcareggi che conquistò l’oro agli Europei giocati in Italia (fu in campo nella semifinale vinta alla monetina contro l’URSS ed anche nella prima finalissima contro la Jugoslavia). Poi, il L.R. Vicenza (1970-71) e l’attività di recupero di rottami ferrosi condotta assieme al fratello Giuseppe.

Castano, ma cos’è che l’ha fatta resistere a tanti infortuni?
“La passione, la quale mi aveva accompagnato quando giocavo da bambino all’oratorio. E’ stato difficile, non lo nascondo, andare avanti, ho lottato, e qualcosa ho fatto”.

Il momento più bello della sua carriera, quello in cui le è venuto la pelle d’oca?
“Quando sono arrivato alla Juventus a 19 anni e, alla prima convocazione in Nazionale, ho giocato contro l’Ungheria. Giocare in Nazionale a 19 anni mi è sembrato una cosa rara”.

Esordì, marcandosi Fenyvesi, una terribile ala sinistra magiara…
“Eh, allora, l’Ungheria era uno squadrone: aveva un attacco fortissimo!”

Anche se il centravanti Puskas, del Real Madrid, non c’era in campo quella volta, o no?
“No, non c’era più il temibile Puskas, ma solamente i giovani. Mancava solo lui, però, perché gli altri c’erano quasi tutti”.

Tino, perché?
“Perché mia mamma mi chiamava Ernestino. Abitavamo in un paese, Cinisello Balsamo, alle porte di Milano, il papà, Ambrogio, invece, costruiva biciclette e gestiva un negozio artigianale”.

Papà Ambrogio sognava che lei diventasse un altro Gimondi, o no?
“Mio papà, è vero, siccome costruiva biciclette, sognava che io corressi sui pedali. Ma, io ho continuato a giocare a calcio e a lui non piaceva tanto quello sport. Ad ogni modo, mio papà è mancato quando io avevo solo tredici anni. Avevo un fratello, Giuseppe, che ha giocato a calcio anche lui, finendo alla Juventus per poi smettere”.

Balsamo, sotto il Comune di Cinisello Balsamo, sarà stato, allora, un paese di operai…
“Sì, però, in quei due paesi sono usciti tantissimi giocatori perché eravamo provvisti di oratori e si imparava a giocare a calcio. Da questi sono venuti fuori Trapattoni, Prati (che era proprio del mio paese, Cinisello), Lodetti, tanti altri”.

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L’avversario più difficile da marcare, chi è stato?
“Gento, del Real Madrid. Era l’ala sinistra dei bianchi ed era di una velocità mostruosa. Non solo, ma ti puntava. Non c’era il libero e, allora, bisognava stare molto attenti, bisognava essere molto guardinghi in difesa”.

Il più bravo al mondo, per lei?
“Pelè? L’abbiamo incontrato, noi della Juve, una sola volta, a Torino, durante una tourné del centenario dell’unificazione dell’Italia. Quindi, nel 1961. Mi ricordo che era forte, ma, non ni impressionò più di tanto perché, essendo un’amichevole, i brasiliani quella volta presero la partita un po’ allegramente. Ciononostante, era un grande giocatore. Dei centravanti che mi hanno dato fastidio, comunque, ce ne sono stati: dall’inglese in forza all’Inter Gerald Hitchens ad Angelillo (molto bravo, un centravanti duro da marcare), e tanti altri che ora rischio di omettere, di non ricordare secondo i loro grandi meriti”.

Perché venne definito oltre che diligente sull’uomo anche molto intelligente e colto? Era più avanti negli studi rispetto agli altri compagni bianconeri?
“No, no, per me il calcio era tutto, per cui cercavo di fare tutto quello che si doveva. Infatti, quando sono arrivato alla Juventus, un mio grande maestro è stato Carlo Parola, è stato lui a farmi diventare un giocatore vero. Anche perché, con 4 menischi fatti, giocare ancora in serie A come ho giocato negli ultimi anni, non è stato facile”.

Lei ha un conto in sospeso con chi le ha fatto del male: Ernesto “Tito” Cucchiaroni, l’ala sinistra argentina, prima al Milan, in forza poi alla Sampdoria. Le ha mai chiesto scusa la punta blucerchiata?
“Cucchiaroni, già, proprio lui! Sapeva che mi ero operato al ginocchio destro, però, lui mi ha fatto un’entrata cattiva, da dietro, e quella volta il ginocchio è proprio andato. Avevo già polverizzato due menischi, e avevo rotto il tendine principale, tant’è che ancora adesso, quando mi fanno le radiografie, gli ortopedici mi dicono “tu non hai più neanche la cartilagine”. Il ginocchio, causa le distorsioni riportate, continuava a gonfiarsi sempre, e, allora, giù valanghe di terapie. Che hanno finito per bruciare perfino i rimasugli della cartilagine e di quello che era rimasto del tendine. Ogni tanto anche adesso mi si gonfia il ginocchio”.

Lei ha giocato nella Juventus del presidente, il dottor Umberto Agnelli, e sotto mister Heriberto Herrera, un trainer paraguaiano dal pugno di ferro e dai metodi duri, con cui lei ha sempre legato, non invece Omar Sivori…
“Sì, molto probabilmente quando il dottor Umberto aveva capito che, nonostante i gravi e numerosi infortuni, io non volevo smettere, è come se fossi diventato un po’ il suo pupillo. L’Avvocato sì veniva qualche volta nello spogliatoio, ma, il nostro presidente allora era il dottor Umberto”.

Ci può svelare qualche aneddoto tra lei e il dottor Umberto Agnelli?
“Mi ricorderò sempre quella volta a Milano, Milan-Juventus, con le mie ginocchia scricchiolanti, Liedholm vi si fa incontro, mi fa la finta, e io mi sono fatto la distorsione al ginocchio. E, siccome non erano concesse le sostituzioni, sono stato in campo fino alla fine, stringendo i denti e con un ginocchio spappolato. Senza confidare al mister e ai compagni che subivo dolori lancinanti. E, al lunedì, in albergo, quando mi svegliai, mi ritrovai un ginocchio gonfio come un melone. Mi venne a trovare il dottor Umberto, che si sincerò sulle mie condizioni: “Presidente” risposi “mi sono fatto male a una ventina di minuti dall’inizio della partita, e non ho ritenuto valido manifestarlo ai miei compagni o al mister. “Ma, perché?” mi chiese il presidente. “A me piaceva stare in campo”. E, lui, al martedì mi ha chiamato in sede e mi ha consegnato una lettera – che ancora adesso ogni tanto mi diverto a rileggere – ed una busta con dentro 100 mila lire, ovvero il premio doppio della vittoria. L’ho vinto, personalmente, cioè solo io, due volte quelle cento mila lire. Se ho potuto giocare tutti quegli anni alla Juventus è stato proprio perché lui mi aveva considerato un uomo vero, e lui mi ha mandato in Inghilterra e in varie parte d’Europa per sottopormi a visite. Poi, quando in Italia giunse il “mago delle ginocchia”, l’ortopedico-traumatologo francese, il dottor Albert Trillat, mi fece operare e lo faceva venire ogni volta alla domenica prima della partita. E, così per tutta l’annata: per legarmi il ginocchio e per approntarmi le migliori cure del caso, al fine di resistere in campo e di scongiurare ogni altra ricaduta o, alla peggio, per lenire il dolore. Sono convinto che, diversamente, avrei smesso di giocare prima, molto tempo prima, senza aver ricevuto tutte quelle attenzioni”.

Con chi lei legava maggiormente in quella Juventus?
“In quegli anni, con Sivori. Lui era sposato, io ero scapolo, durante la settimana passava di casa a prendermi, facevamo un giretto, insomma, era molto legato a me”.

Cucchiaroni non le ha mai detto scusa?
“No, mai, ma, la Juventus, nel corso degli anni, quando sapeva che l’argentino era in campo, ha avuto il buon senso di non schierarmi mai. Perché veramente non so cosa gli avrei fatto, come si sarei comportato contro di lui”.

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Mai un’autorete?
“Mai un’autorete, ma, mai un gol. Quando giocavo terzino, noi si arrivava al massimo fino a centrocampo. Guai passare la metà campo!”

Mai espulso?
“Sì, una giornata dopo un derby contro il Torino. Avevo compiuto un intervento un po’ cattivo su Giorgio Ferrini e ho preso una giornata”.

Rammarichi?
“Eh, sì, ne ho avuti perché era dura giocare tutti quegli anni con le ginocchia senza menischi e senza tendini. Era dura, eh. Ed oltretutto sui campi che c’erano allora: fatti di fango, di croste di ghiaccio, stando sempre attento a girarmi, a come mettere giù il piede”.

Quand’è che ha pianto di commozione?
“Nel calcio ho provato tante soddisfazioni e ho pianto di dolore ogni volta che entravo in sala operatoria. Adesso, ormai passati tutti questi anni, l’emozione, anzi, la commozione l’ho provata quando sono andato al funerale di Rino Ferrario, mio paesano di Balsamo, e mi ricorderò sempre che, quando arrivai alla Juventus, lui giocava centromediano ed io nelle Riserve. A un certo punto, dopo un paio di partite, l’ho visto recarsi da Carlo Parola dicendogli: “Ma, questo ragazzino di 19 anni è più forte di me. Bene, mister, ma quand’è che lo fai giocare al posto mio?” E, da quella volta, Parola mi impiegò come centromediano. Trovare un compagno di squadra e di ruolo che suggeriva la candidatura di un potenziale concorrente non esiste proprio oggi”.

Lei e la Nazionale…
“In Nazionale ho esordito a 19 anni, con già un menisco fatto. Poi, sono ritornato negli Europei vinti a Roma, e ho disputato la semifinale vinta a Napoli contro l’allora Urss con il lancio della monetina e poi ho disputato la prima finale contro la Jugoslavia, mentre la seconda non l’ho giocata perché mi ero fatto male”.

La punta italiana più forte che ha dovuto marcare?
“Riva, mi dava fastidio giocargli contro perché era bravo. Calciava forte, saltava bene di testa, era potente. Quello sì che era forte, eh!”

Un derby particolare contro il Toro?
“Mi ricorderò sempre il primo derby in cui ho giocato il centravanti granata che era stato preso dalla Fiorentina, Virgili: ebbene, al primo colpo, mi fece tre gol! (Torino-Juve:3-2, 1959). E’ stato il più triste derby che ho disputato nella mia carriera”.

 

Il più complimento ricevuto da un avversario?
“Ricordo Renato Cesarini, l’argentino un tempo punta della Juventus dal gol negli ultimi minuti; che gli ha procurato la famosa fama e frase “segnare in zona Cesarini”. Cesarini è quello che mi ha fatto esordire in bianconero. Ebbene, quella volta eravamo a un pranzo della Juventus, non ricordo per quale avvenimento. Vicino a lui c’era il dottor Umberto Agnelli ed io ero poco lontano. Si parlava ovviamente di calcio. Si voltarono entrambi verso di me mentre Cesarini stava dicendo al dottor Umberto “Scommettiamo quell’orologio che ha sul braccio che quel ragazzo là, Castano, alla prima convocazione in azzurro, esordisce”. “Ma, Renato, lasci perdere, suvvia: lei ha sempre voglia di scherzare!” E, invece, il mio estimatore ebbe ragione. E, sempre Cesarini, riteneva che ero il più forte terzino che l’Italia potesse esprimere allora”.

LA SCHEDA:

Ernesto Castano (Cinisello Balsamo, 2 maggio 1939)
Cresciuto nella Balsamese, nel 1956 passò in Serie B al Legnano con cui giocò titolare nonostante avesse appena 17 anni. L’anno successivo approdò alla Triestina, sempre fra i cadetti, e nel 1958 arrivò alla Juventus.
Esordì in Serie A il 22 novembre di quell’anno contro il Bari, a soli vent’anni, quanto la squadra bianconera aveva appena vinto il suo decimo scudetto. Pur giocando saltuariamente, fece parte della squadra che vinse gli scudetti del 1960 e 1961, nonché delle Coppe Italia del 1959 e del 1960.
Fra i suoi successi si contano anche la Coppa Italia del 1965 e lo scudetto del 1967, vinto all’ultima giornata sull’Inter di Helenio Herrera.
Chiuse la carriera a soli 32 anni nel 1971 nel Lanerossi Vicenza.
Con la nazionale, pur giocando solo 5 partite (più 3 con la nazionale B) partecipò al vittorioso campionato europeo di calcio del 1968, scendendo in campo nei quarti, nella celebre semifinale vinta al sorteggio contro l’URSS e nella prima finale contro la Jugoslavia.