EURO 1992: DANIMARCA

Il trionfo dell’ultima arrivata: la squadra di Møller Nielsen, ripescata dopo l’esclusione della Jugoslavia dilaniata dalla guerra, cresce strada facendo e batte in finale la favoritissima Germania di Vogts. Olanda sciupona, Francia e Inghilterra smarrite


PROLOGO

Lasciamo perdere la poesia, per questa volta. Evitiamo di raccontare, con toni troppo edulcorati la bella favola di Cenerentola-Danimarca, che arriva al gran ballo regale da cui era stata esclusa grazie a un incantesimo e conquista felicemente i favori di tutti i principi azzurri del continente. Evitiamo perché questa volta la bella favola non c’è, evitiamo perché dietro i lustrini e i sorrisi della festa si sta consumando il dramma di una nazione che non esiste più. La Danimarca approda alla fase finale dell’Europeo ’92, in Svezia, perché nel suo girone di qualificazione era arrivata alle spalle della Jugoslavia. La squadra di un Paese che c’era e si è disintegrato, di un popolo che era apparentemente unito sotto la stessa bandiera e all’improvviso si ritrova diviso per razze, eserciti, bande nemiche tra loro. Gente che uccide, gente che muore. Foto di massacri che fanno il giro del mondo, e lo inquietano. Nulla a che vedere con lo sport che (dicono) unisce e affratella.

JUGOSLAVIA A PEZZI

E nessuna voglia, appunto, di raccontare favole quando la storia racconta tragedie. Cronaca, dunque, soltanto cronaca. Raccontando subito di quel Gruppo 4, girone di qualificazione in cui Jugoslavia e Danimarca si erano dimostrate tutto sommato potenze calcistiche dai valori in equlibrio. Entrambe capaci di battere la diretta avversaria a domicilio, un solo punto a dividerle nella classifica finale. Che comunque parlava chiaro: Jugoslavia a quota 14, Danimarca a 13. Da lì in avanti, lo sport non ha più diritto di parola. Purtroppo, perché le uniche voci sono quelle di una guerra crudele che devasta Bosnia e Croazia, che non risponde agli appelli della comunità internazionale e costringe i caschi blu dell’Onu ad abbandonare le zone calde del conflitto. La Nazionale jugoslava, conseguentemente, perde per strada Croazia, Slovenia e Bosnia che diventano stati indipendenti. E perde soprattutto il diritto di essere rappresentata in una rassegna sportiva dedicata a quell’Europa nella quale dimostra di non saper vivere, né convivere.

VICINI, ULTIMO ATTO

La squadra azzurra esce da un Mondiale fatto in casa che nelle intenzioni dei timonieri federali doveva finire in gloria e si è risolto amaramente. Matarrese, spente le luci di Italia ’90, ha una dannata voglia di congedare Vicini, ma resiste alla tentazione. Da lì in avanti, il rapporto tra presidente federale e Ct azzurro è da separati in casa. L’unica ancora di salvezza, per il tecnico di Cesenatico, è appunto l’Europeo. Il girone di qualificazione riserva all’Italia Ungheria, Urss, Norvegia e Cipro. Si parte a Budapest, ed è subito salita dura: l’Italia rimedia un pareggio (1-1) grazie soprattutto ai numeri di Zenga e al rigore di Roberto Baggio che riequilibra il risultato, dopo il gol segnato in avvio da Disztl.

Occorrerebbe subito un segno di forza, contro l’Urss all’Olimpico. Ne è fin troppo consapevole Vicini, che fa la rivoluzione in squadra rinunciando al regista puro e infoltendo il centrocampo di uomini duri (Crippa, De Napoli, De Agostini) più che illuminati. Davanti, Mancini e Baggio convivono a fatica, e Schillaci è in fase calante. Partita orrenda, su un campo fradicio di pioggia, nessun gol e pubblico arrabbiato. Rischia anche di subire il gol della beffa, l’Italia senza idee, e per fortuna Protasov grazia Zenga. Va bene con Cipro, nonostante le assurde preoccupazioni (e tensioni) della vigilia, ma la successiva brutta amichevole di Terni col Belgio fa sussultare Matarrese, che pensa sempre più intensamente al divorzio da Vicini.

Anche perché, nel frattempo, è pronto il nome illustre per la sostituzione. Il Milan di Sacchi, dopo il secondo successo intercontinentale, comincia a spegnersi: in crisi in campionato, crolla nei quarti di Coppa Campioni a Marsiglia e i “senatori” del gruppo rossonero cominciano ad essere stanchi dei metodi dell’Arrigo. Portavoce del dissenso, davanti al presidente Berlusconi, è Van Basten; il discorso, riassumendo all’osso, è semplice: o lui o noi. Si prepara, dunque, la strada per un arrivederci indolore, Berlusconi aggancia Matarrese e propone l’idea di un Sacchi vestito d’azzurro. La voce, naturalmente, circola e fa dannare Vicini, che chiede ai suoi giocatori una reazione. Che arriva puntualmente nel ritorno contro l’Ungheria: il Ct rivitalizza il modello-Under, rispolvera Crippa e Ferrara e la coppia d’attacco Vialli-Mancini, ritrova il miglior Donadoni (autore di una doppietta e di un assist vincente), trionfa (3-1) e manda a carte quarantotto il piano di Matarrese.

Ma contro la Norvegia, a Oslo, la nave va a picco. Vicini non può contare su Donadoni, Giannini e Baggio, inserisce Eranio e Lombardo a centrocampo, con De Napoli e Crippa. Ma la Norvegia gioca d’attacco e manda in affanno gli azzurri, battendoli e spegnendo il canale delle illusioni. «Ho pianto, nel vedere come siamo caduti in basso», commenta Matarrese. Segue l’annuncio del divorzio prossimo venturo: «Quando avremo la certezza matematica dell’eliminazione europea, affideremo la guida della Nazionale a un uomo di provata esperienza nazionale e internazionale di club». L’identikit di Arrigo Sacchi, appunto.

Ci sarebbe ancora una possibilità, per Vicini, di salvare la testa: l’Ungheria pareggia a Mosca contro l’Urss e regala all’Italia una chance. Da giocare nello stesso stadio, il 12 ottobre del ’91. Il Ct non ha più nulla da perdere, mette in solaio la prudenza, e in campo una squadra rinnovata con Lentini e Rizzitelli. Ma perde l’effetto-sorpresa: Lentini aveva già fatto disperare l’Urss di Bishovets quattro mesi prima, nel successo amichevole quanto inutile al torneo Scania. Stavolta i sovietici non si fanno sorprendere, finisce 0-0 e male per l’Italia. Il biglietto per la Svezia lo stacca proprio l’Urss, che ci arriverà nove mesi dopo con un nome diverso, CSI. Quello per la panchina azzurra, sei giorni più tardi, lo stacca Arrigo Sacchi dopo l’esonero di Vicini. Come volevasi dimostrare.

GERMANIA DA BATTERE

euro19924-wpStretta finale. Negli stadi di Stoccolma, Malmö, Goteborg e Norrköping la fase conclusiva dell’Europeo è in scena dal 10 al 26 giugno. I favori del pronostico, tanto per cambiare, vanno alla Germania di Berti Vogts. Non è solo questione di nome e di blasone, c’è anche un mondiale conquistato da poco da onorare. Anche se della squadra che ha trionfato nelle notti magiche dell’estate italiana del ’90 è rimasto sinceramente poco. Tanti saluti a Berthold, Bein e Littbarski, fuori gioco per scelte tecniche, e al libero Augenthaler che ha appeso le scarpette al chiodo proprio alla fine del Mondiale. Fuori causa anche Matthäus, infortunato, la squadra di Vogts ha una faccia relativamente nuova (che si specchia in quelle di Binz, Riedle, Schulz, Doll, Sammer). Ma la vera novità è che la Nazionale tedesca rappresenta, per la prima volta dal dopoguerra, una nazione unita: non c’è più il muro, non ci sono più barriere tra Est e Ovest. Dalle regioni orientali portano linfa vitale uomini come Doll, Thom e Sammer. Vince il girone eliminatorio a fatica, il gruppo di Vogts, soffrendo più del dovuto il Galles, che in classifica si ferma appena un punto più giù.

Promette bene anche la Francia, al cui timone da tre anni e mezzo c’è Michel Platini. La squadra si presenta all’appuntamento forte di 19 risultati utili consecutivi: ha fatto percorso netto nella fase eliminatoria (otto partite, otto vittorie), ha uno “zoccolo duro” composto dal gruppo del Marsiglia che ricorda tanto quello juventino della Nazionale mondiale di Bearzot nell’82, ha il talento puro di Jean Pierre Papin e la rabbia dell’invenzione di Eric Cantona.

Gioca in casa la Svezia di Tommy Svensson, che punta dritto alla finalissima con un gruppo rinnovato dal quale sono scomparsi i “vecchi” Hysen, Peter Larsson, Stromberg per far spazio a Eriksson, Brolin, Thern, Ekstrom. Piena di dubbi e di incognite l’Olanda, campione in carica. Sulla panchina c’è il “grande vecchio” Rinus Michels, timoniere del secondo posto mondiale nel ’74 e del successo europeo dell’88. Ma a comandare sono i “senatori” del gruppo, che dopo un periodo di stasi arrivano all’appuntamento in crescita. Se funziona gente come Van Basten, Gullit, Rijkaard, Ronald Koeman, se si integra nel gruppo un gioiellino come Dennis Bergkamp, pensa Michels, si può anche pensare a bissare il successo dell’88, magari dimenticando la brutta parentesi dei Mondiali d’Italia.

L’Inghilterra, che ha faticato a mettere sotto nel Gruppo 7 Eire e Polonia, convince il giusto. Sarebbe molto più pericolosa se potesse contare su Gascoigne, protagonista dei Mondiali che in Svezia non potrà presentarsi per colpa di un infortunio. Toccherà a David Platt, tenere alta la bandiera. Autentico pallino del Ct Graham Taylor, che lo pescò nel Crewe Alexandra, in quarta divisione, per farne il capitano e leader indiscusso dell’Aston Villa. Le glorie d’Albione si appoggiano a lui, e agli ultimi acuti di Gary Lineker.

Per la Nazionale della neonata CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) la prima vittoria è quella di esserci, in Svezia. Battuta l’Italia nel Gruppo 3, la vecchia Urss ha dovuto fare i conti con una serie di problemi ben lontani e ben diversi da quelli relativi ai campi di calcio: a Natale ha cessato di esistere, e senza un paese di riferimento la Nazionale che aveva conquistato sul campo il diritto di giocarsi il titolo europeo ha rischiato di non potersi schierare al via della fase finale. Pericolo scongiurato: la CSI ha potuto garantire la presenza degli atleti che in campo si erano conquistati la qualificazione, compresi quelli della neonata federazione ucraina (da Mikhailichenko a Juran, da Kuznetzov a Kanchelskis), che aveva minacciato di boicottare l’avvenimento.

La Scozia fa festa: per la prima volta nella storia del campionato europeo centra l’obiettivo della fase finale, nonostante i problemi del ct Andy Roxburgh, costretto a rinunciare a due pilastri come Steve Nicol, preziosissimo centrocampista universale del Liverpool, e Gordon Strachan, colonna del Leeds United inchiodata da problemi alla schiena sulla soglia delle trentacinque primavere. Qualificazione storica, si diceva, ma anche sofferta: fino all’ultimo gli scozzesi hanno rischiato di perdere la leadership del girone a vantaggio di Romania e Svizzera.

Qualificazione storica, ma vietato chiedere di più alla Cenerentola della fase finale. Ancora sulla Danimarca, protagonista dell’ultima ora. Abbastanza sensibili, i danesi, da versare parte dei loro premi a un fondo di solidarietà per la guerra civile jugoslava. Abbastanza realisti da vivere questa fase finale alla giornata. Squadra solida, ma alle prese con qualche problema interno. Come il “gran rifiuto” di Miki Laudrup, che ha abbandonato la nave per evidenti dissensi con il Ct Richard Møller-Nielsen. «La mia Nazionale si chiama Barcellona», ha chiarito Michael prima dell’abbandono definitivo, avvenuto dopo la partita di Belfast contro l’Irlanda del Nord. Nella quale il tecnico, mal sopportato anche dalla stampa nazionale, aveva “osato” sostituire in un sol colpo la famiglia Laudrup al completo. Temerario. E naturalmente sotto esame, alla grande kermesse svedese.

Brian McClair e Matthias Sammer si affrontano in Germania-Scozia 2-0

PRIMO TURNO: PARTENZA SOTTOTONO

Parte male, la fase finale dell’Europeo. Senza gioco, e con un’idea fissa che tanto nuova non è. Vige, insomma, la regola del “primo, non prenderle”, e la sfida inaugurale tra Svezia e Francia (1-1a Stoccolma il 10 giugno) è un manifesto programmatico del calcio-sonnifero. Così il secondo appuntamento, Danimarca – Inghilterra, che finisce a reti inviolate. Pochi guizzi individuali, anche. Quelli di Papin per la Francia, quelli degli olandesi del Milan, tutta gente che viaggia intorno alla trentina. E scene di esasperato tatticismo che tarpano le ali ai talenti possibili: fa rabbia, ad esempio, vedere una stella possibile come l’inglese Daley relegata in panchina dalle discutibili scelte del Ct Taylor.

Le cose migliori, nella prima fase, le fanno Olanda e Svezia: la prima alle prese con l’abbondanza di attaccanti (Gullit, Van Basten, Bergkamp, Roy), la seconda con il problema opposto, perché se soltanto Dahlin non fosse troppo solo là davanti i padroni di casa di questo Europeo potrebbero davvero puntare in alto. Compensano, gli uomini di Svensson, con un centrocampo che fa invidia: gli affidabili Thern e Schwarz, il colosso Ingesson, i finissimi Brolin e Limpar sono il meglio della rassegna, nel genere.

La Germania, nel frattempo, si coccola un “italiano” che con la maglia della Juventus non ha ancora convinto del tutto: è Thomas Hassler il protagonista della marcia di avvicinamento alla finale, un uomo-chiave che in Italia non si è mai dimostrato altrettanto fondamentale. Ma tra gli “italiani” di Svezia brillano anche il determinante Papin, che sorregge la Francia di Platini, e Riedle, deludente soltanto nell’incontro con l’Olanda.

L’Olanda di Bergkamp si deve arrendere ai rigori alla Danimarca

LE SEMIFINALI: CHI DIFENDE VINCE

I due gruppi da cui devono uscire le semifinaliste danno il loro responso. Olanda e Svezia sono le più in forma, come si è detto. E arrivano davanti a tutte, ognuna nel proprio gruppo. Poi c’è la favoritissima Germania, che finisce alle spalle dell’Olanda nel Gruppo 2. Infine, bella sorpresa, la “ripescata” Danimarca del vituperato Moller-Nielsen. Che nel primo gruppo è alle spalle della Svezia e butta fuori dall’Europeo la Francia di Roi Michel e l’Inghilterra, delusioni cocenti della rassegna, squadre dichiaratamente votate al non gioco. Brutta la squadra di Platini, ma la palma di suicida delle tattiche spetta al Ct inglese Taylor, che torna in patria accolto da critiche furibonde. Alla fine dei giochi, comunque, chi trova l’equilibrio vince.
E chi sperpera si ritrova con un pugno di mosche in mano.

È il caso dell’Olanda, la squadra in assoluto più talentuosa del torneo, che passa da un eccesso all’altro e affronta la semifinale all’insegna del più sfrenato offensivismo, dopo la collettiva prudenza iniziale. Un autogol, per una squadra che difende con tre uomini soltanto: significa gravare di un peso eccessivo i centrocampisti, in particolare Rijkaard e l’ormai affaticato Wouters. Risultato a sorpresa, ma non troppo: la Danimarca, più equilibrata, agguanta un pari preziosissimo, che la porta ai rigori e le consente di approdare alla finale.

Dove trova la Germania, che si è sbarazzata della Svezia soffrendo nelle fasi finali, quando gli uomini di Svensson sono risaliti da un passivo di 0-3 a un finale di 2-3. E il Ct di casa, ripensandoci, ha qualcosa da farsi perdonare: aveva costruito un collaudatissimo asse offensivo, mettendo assieme Limpar e Brolin, e in semifinale lo ha sconvolto inserendo Nilsson al posto di Limpar, autore di una prova non troppo convincente contro l’Inghilterra. Errore su cui avrà tutto il tempo di meditare, da fuori.

Vilfort brucia Brehme e fissa il definitivo 2-0

Vilfort brucia Brehme e fissa il definitivo 2-0

EPILOGO A SORPRESA

Va all’ultimo appuntamento sicura, la Germania di Berti Vogts. La Danimarca ha già fatto il colpaccio contro l’Olanda, dovrebbe bastare e avanzare. Dovrebbe. Evidentemente al Ct tedesco non è servita la lezione delle partite precedenti: la semifinale agguantata per i capelli nei confronti di CSI e Scozia, il rischio corso contro la Svezia quando ormai la partita sembrava chiusa. Sbaglia ancora, Vogts, cambiando in corsa la squadra nella sfida finale e togliendole la testa, i pensieri, in una parola il regista Sammer che le garantiva equilibrio e ordine. Risultato: la Germania, già sotto per il gol di Jensen al 18′, si butta in un forcing senza costrutto, e nel contempo prende rischi. E la Danimarca inventa un’altra rete spettacolare, affidandone l’esecuzione a Kim Vilfort.

Un finale giusto, che premia un giocatore che ha vissuto un dramma parallelo a questo Europeo, facendo la spola tra i campi di Svezia e l’ospedale in cui la figlia lotta con una grave forma di leucemia. Un finale che mette sul trono l’ultima arrivata, la squadra “ripescata” a cui nessuno dava troppo credito. Che invece è cresciuta partita dopo partita, mettendo in mostra le individualità del numero uno Schmeichel, dello iellatissimo terzino Andersen, infortunatosi a venti minuti dalla fine della partita con l’Olanda, quella che valeva il biglietto per la finalissima, del centravanti Povlsen e del giovane Laudrup, il bravo Brian che alla vigilia aveva lasciato solo il fratellone Michael a coltivare il suo gran rifiuto nei confronti del Ct. Alla fine il modesto, controverso e contrastato Moller Nielsen ha avuto ragione. E il vecchio Miki ha perso uno di quei treni che passano una volta nella vita. A volte succede.


Stoccolma, 10 giugno 1992
Svezia-Francia 1-1
Reti: 1:0 J. Eriksson 25′, 1:1 Papin 59′
Arbitro: Spirin (CSI)
Svezia: Ravelli, R. Nilsson, J. Eriksson, P. Andersson, Björklund, Ingesson, Schwarz, Thern, Limpar, Brolin, K. Andersson (74. Dahlin)
Francia: Martini, Angloma (67. Fernandez), Blanc, Boli, Casoni, Amoros, Sauzee, Deschamps, Cantona, Papin, Vahirua (46. Perez)

Malmö , 11 giugno 1992
Danimarca-Inghilterra 0-0
Reti: –
Arbitro: Blankenstein (Olanda)
Danimarca: Schmeichel, Olsen, K. Nielsen, Christofte, Sivebaek, Vilfort, Jensen, Andersen, Laudrup, Povlsen, Christensen
Inghilterra: Woods, Curle (62. Daley), Keown, Walker, Pearce, Steven, Palmer, Platt, Merson (71. Webb), Lineker, Smith

Stoccolma, 14 giugno 1992
Svezia-Danimarca 1-0
Reti: 1:0 Brolin 59′
Arbitro: Schmidhuber (Germania)
Svezia: Ravelli, R. Nilsson, J. Eriksson, P. Andersson, Björklund, Ingesson, Schwarz, Thern, Limpar (90. Erlingmark), Brolin, Dahlin (77. Ekström)
Danimarca: Schmeichel, Olsen, K. Nielsen, Christofte, Sivebaek, Vilfort, Jensen (64. Larsen), Andersen, Laudrup, Povlsen, Christensen (52. Frank)

Malmö , 14 giugno 1992
Inghilterra-Francia 0-0
Reti: –
Arbitro: Puhl (Ungheria)
Inghilterra: Woods, Betty, Walker, Keown, Pearce, Steven, Palmer, Platt, Sinton, Shearer, Lineker
Francia: Martini, Boli, Blanc, Casoni, Amoros, Deschamps, Fernandez (76. Perez), Sauzee (46. Angloma), Durand, Papin, Cantona

Malmö , 17 giugno 1992
Danimarca-Francia 2-1
Reti: 1:0 Larsen 7′, 1:1 Papin 61′, 2:1 Elstrup 78′
Arbitro: Forstinger (Austria)
Danimarca: Schmeichel, Olsen, K. Nielsen (62. Piechnik), Christofte, Sivebaek, Jensen, Larsen, Andersen, Laudrup (68. Elstrup), Povlsen, Frank
Francia: Martini, Boli, Blanc, Casoni, Amoros, Deschamps, Durand, Perez (81. Cocard), Vahirua (46. Fernandez), Papin, Cantona

Stoccolma , 17 giugno 1992
Svezia-Inghilterra 2-1
Reti: 0:1 Platt 5′, 1:1 J. Eriksson 54′, 2:1 Brolin 83′
Arbitro: Dos Santos (Portogallo)
Svezia: Ravelli, R. Nilsson, J. Eriksson, P. Andersson, Björklund, Ingesson, Schwarz, Thern, Limpar (46. Ekström), Brolin, Dahlin
Inghilterra: Woods, Betty, Keown, Walker, Pearce, Webb, Palmer, Platt, Sinton (77. Merson), Daley, Lineker

CLASSIFICA: Svezia 5 punti, Danimarca 3 punti, Francia 2 punti, Inghilterra 2 punti

QUALIFICATE: Svezia e Danimarca

Göteborg , 12 giugno 1992
Olanda-Scozia 1-0
Reti: 1:0 Bergkamp 77′
Arbitro: Carlsson (Svezia)
Olanda: Van Breukelen, Van Aerle, Koeman, Rijkaard, Van Tiggelen, Bergkamp (85. Winter), Wouters (55. Jonk), Witschge, Gullit, Van Basten, Roy
Scozia: Goram, McKimmie, Gough, McPherson, Malpas, McAllister, McCall, McClair, McStay (79. Ferguson), Durie, McCoist (74. Gallacher)

Norrköping , 12 giugno 1992
C.S.I. – Germania 1-1
Reti: 1:0 Dobrowolski 63′, 1:1 Hässler 90′
Arbitro: Biquet (Francia)
C.S.I.: Kharin, Chernyshov, Tsveiba, Kuznetsov, Shalimov (83 Ivanov), Mikhailichenko, Kanchelskis, Dobrovolsky, Lyuty (46 Onopko), Kuznetsov, Kolyvanov
Germania: Illgner, Binz, Reuter (64. Klinsmann), Kohler, Buchwald, Brehme, Häßler, Effenberg, Doll, Völler (46. Möller), Riedle

Norrköping , 15 giugno 1992
Germania-Scozia 2-0
Reti: 1:0 Riedle (30.), 2:0 Effenberg (47.)
Arbitro: Goethals (Belgio)
Germania: Illgner, Kohler, Binz, Buchwald, Häßler, Effenberg, Sammer, Brehme, Möller, Klinsmann, Riedle (68. Reuter, 75. Schulz)
Scozia: Goram, McKimmie, Gough, McPherson, Malpas, McAllister, McCall, McClair, McStay, McCoist (69. Gallacher), Durie (57. Nevin)

Göteborg , 15 giugno 1992
C.S.I. – Olanda 0-0
Reti: –
Arbitro: Mikkelsen (Danimarca)
C.S.I.: Kharin, Chernyshov, Tsveiba, Kuznetsov, Onopko, Mikhailichenko, Kanchelskis, Aleinikov (57 Kuznetsov), Dobrovolsky, Kolyvanov, Yuran (65 Kiryakov)
Olanda: Van Breukelen, Van Aerle, Koeman, Rijkaard, Van Tiggelen, Bergkamp (81. Viscaal), Wouters, Witschge, Gullit (72. Van’t Ship), Van Basten, Roy

Norrköping , 18 giugno 1992
Scozia-C.S.I. 3-0
Reti: 1:0 McStay (7.), 2:0 McClair (17.), 3:0 McAllister (85.)
Arbitro: Röthlisberger (Svizzera)
Scozia: Goram, McKimmie, Gough, McPherson, Boyd, McAllister, McCall, McClair, McStay, Gallacher, McCoist (68. McInally)
C.S.I.: Kharin, Tchernychov, Tskhadadze, Kuznetsov, Mikhailichenko, Kanchelskis, Aleinikov (46 Kouznetsov) Dobrovolski, Ioran, Kiriakov (46 Korneev), Onopko

Göteborg, 18 giugno 1992
Olanda-Germania 3-1
Reti: 1:0 Rijaard (4.), 2:0 Witschge (15.), 2:1 Klinsmann (54.), 3:1 Bergkamp (72.)
Arbitro: Pairetto (Italia)
Olanda: Van Breukelen, De Boer (62. Winter), Koeman, Rijkaard, Van Tiggelen, Bergkamp (88. Bosz), Wouters, Witschge, Gullit, Van Basten, Roy
Germania: Illgner, Kohler, Binz (46. Sammer), Helmer, Frontzeck, Häßler, Effenberg, Brehme, Möller, Klinsmann, Riedle (77. Doll)

CLASSIFICA: Olanda 5 punti, Germania 3 punti, CSI 2 punti, Scozia 2 punti

QUALIFICATE: Olanda e Germania

Soccolma, 21 giugno 1992
Germania-Svezia 3-2
Reti: 1:0 Hässler (11.), 2:0 Riedle (59.), 2:1 Brolin (65.), 3:1 Riedle (89.), 3:2 K. Andersson (90.)
Arbitro: Lanese (Italia)
Germania: Illgner, Kohler, Helmer, Buchwald, Reuter, Hässler, Effenberg, Brehme, Sammer, Klinsmann (90. Doll), Riedle
Svezia: Ravelli, R. Nilsson, J. Eriksson, Björklund, Ljung, Ingesson, Thern, J. Nilsson (60. Limpar), Brolin, Dahlin (73. Ekström), K. Andersson

Göteborg, 22 giugno 1992
Danimarca-Olanda 2-2 d.t.s.; 5-4 d.c.r.
Reti: 1:0 Larsen (5.), 1:1 Bergkamp (23.), 2:1 Larsen (32.), 2:2 Rijkaard (86.)
Arbitro: Aladren (Spagna)
Danimarca: Schmeichel, Olsen, Piechnik, Christofte, Sivebaek, Jensen, Larsen, Andersen (70. Christensen), Vilfort, Povlsen, Laudrup (58. Elstrup)
Olanda: Van Breukelen, De Boer (46. Kieft), Koeman, Rijkaard, Van Tiggelen, Bergkamp, Wouters, Witschge, Gullit, Van Basten, Roy (116. Van’t Schip)

Göteborg, 26 giugno 1988
DANIMARCA-GERMANIA 2-0
Reti: 1:0 Jensen (19.), 2:0 Vilfort (78.)
Arbitro: Vautrot (Francia)
Danimarca: Schmeichel, Olsen, Piechnik, K. Nielsen, Sivebaek (67. Christensen), Vilfort, Jensen, Christofte, Larsen, Povlsen, Laudrup
Germania: Illgner, Reuter, Helmer, Kohler, Brehme, Buchwald, Häßler, Effenberg (81. Thom), Sammer (46. Doll), Klinsmann, Riedle