EZIO VENDRAME – marzo 1975

Hippy nell’animo, l’attaccante del Napoli trova nella musica la soluzione dei suoi problemi – Suona, benissimo, chitarra e armonica. Odia il mondo del calcio, fatto di “regole assurde e condizionamenti” 

Dribbling in “sol”

Napoli, 27 marzo. Sulla chitarra l’accordo è in sol, le dita percorrono nervose e veloci la tastiera, la mano destra scandisce il ritmo, triste e dolcissimo, alternando ampi movimenti del plettro con arpeggi pieni di suggestioni ed echi profondi. Per Ezio Vendrame, nella realtà attaccante del Napoli ma nell’animo cittadino del mondo, la musica è tutta la vita: mediazione con le cose, rapporto sincero con se stesso, rimpianto, inquietudine esistenziale, gioia intima, sublimazione dell’amarezza. Ha capelli lunghi, barba incolta e occhi scuri, grandi e intensi. Canta Harvest di Neil Young e Just Like a Woman di Bob Dylan tenendo la testa china, lo sguardo lontano. Poi, a tratti, e sempre accompagnandosi con la chitarra, la voce cessa e le sue labbra scivolano sull’armonica a fiocca fissata al capo con una struttura in metallo, traendone un suono libero e lacerante che rimanda a spazi infiniti e a mondi felici: «Solo quando canto o ascolto musica — dice — sono completamente presente a me stesso. In tutte le mie contraddizioni. Sono quello che avrei voluto essere e non sono stato, quello che vorrei essere e non sarò mai».
Il sogno segreto, l’aspirazione finora inespressa di Ezio Vendrame sono la vita nomade e semplice dell’hippy, un’esistenza fuori dagli schemi, la fruizione solitaria di quei valori che la maggioranza rifiuta ma che possono diventare, grazie a certi amici e a certa musica, assoluti. Oggetto senza colpe di un’infanzia infelice, abituato fin dall’età di quattordici anni a vivere e a decidere da solo, Ezio Vendrame intravede in questo mondo alleno da banalità e costrizioni l’unica soluzione possibile ai suoi problemi, l’unica via per uscire dalla piatta quotidianità che mai gli dà pace.
«Sono triste — commenta — e resto tale anche quando suono. Ma questa è una sensazione che mi piace, perché ho coscienza, e orgoglio, di essere diverso dagli altri, di desiderare altre cose. Sono cosi e malgrado l’amarezza profonda che vive dentro di me non mi cambierei con nessun altro. L’unico rimpianto è quello di non avere sufficiente coraggio per mollare tutto e andare in giro per il mondo. Chissà che un giorno però non lo faccia».
A Vicenza, dove giocava prima di trasferirsi a Napoli, abitava in una casa bellissima e stranissima, piena di amplificatori, microfoni, apparecchi per fare e ascoltare musica. Una casa meta di ragazzi in blue jeans dai capelli lunghi e dall’accento straniero, di giovani per cui la vita era soprattutto negazione e rifiuto senza violenza. Ora, nella sua fredda stanza d’albergo di Napoli, di questo mondo sono restati soltanto i dischi, le armoniche, la chitarra. Gli amici sono lontani, anche se il loro ricordo, e la loro presenza, sono sempre vivi nelle sue canzoni, evocati quasi per magia dalle note malinconiche della sua musica. Sul comodino, accanto al letto, la fotografia di un ragazzo dalle fluenti chiome ricciute, dagli abiti eccentrici e variopinti: «E’ mio fratello Enzo — dice Vendrame. — Ha ventidue anni e ha già girato il mondo. E’ bellissimo, come potrei non amarlo? E pensare che era una promessa del calcio, che poteva diventare qualcuno. Però, lui, ai soldi ha preferito la vita».
Con Napoli, città dove la passione sportiva crea ogni giorno idoli quasi rivestiti di religiosità, Vendrame non ha rapporti profondi. E’ gentile, educato, mai scontroso, ma all’incontro chiassoso col tifoso che lo vuole toccare, come una reliquia, preferisce la solitudine del suo giradischi e della sua chitarra.

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Non ama il mondo del calcio, fatto di regole assurde e di condizionamenti. Odia i ritiri, la banalità, l’ipocrisia, le distorsioni che la gente, a lui personaggio, appiccica come una seconda pelle: «L’unica cosa che conta nella vita — confessa — è la verità nei confronti di se stessi e degli altri. Anche se costa troppo, anche se, così facendo, vieni considerato un po’ matto. Avevo i capelli lunghissimi e me li hanno fatti tagliare, avevo amici hippy e me li hanno fatti lasciare. Ma che cosa è cambiato? Nulla. Sono rimasto lo stesso, nessuno riuscirà a strapparmi le verità in cui credo».
Quando giocava nel Vicenza, Vendrame andò in Inghilterra per il torneo anglo-italiano. Di giorno prendeva a calci il pallone, di notte, lasciati i compagni in albergo, se ne andava in giro per Londra, a respirare l’aria della città, nelle discoteche ad ascoltare musica, nelle strade a parlare con gli hippy, giovani come lui e come lui cittadini ideali di un mondo senza ingiustizia: «Per una settimana intera — dice — non ho mai dormito». Dei ragazzi inglesi, teneri nelle loro convinzioni e miti nei loro gesti, ama il distacco dalla realtà, la maniera di interpretare l’amicizia. E anche la lingua, la stessa delle sue canzoni, che ha il potere di richiamargli alla coscienza problemi insoluti e sogni irraggiungibili: «Gli amici come li intendo io — confessa — sono, insieme con la coerenza, tutto quello che mi resta. Con loro è bello parlare, suonare, ma anche stare in silenzio, consapevoli però di avere qualche cosa di profondo in comune. Il calcio mi dà i quattrini, il benessere materiale, la possibilità di aiutare le persone che amo, mio fratello soprattutto, ad essere ciò che desiderano. Ma non mi riempie la vita, anzi mette ancora più crudemente a nudo le mie contraddizioni. Gli amici invece sono la libertà».
Quando parla del mondo che vive dentro di lui, Ezio Vendrame non riesce a trovare gli aggettivi per descriverlo. Lo richiama con le dita sulla chitarra, con le labbra sull’armonica, con la tristezza degli occhi neri, ma non con le parole. Eccezionale è l’unico termine che usa. Eccezionali sono il rapporto con i suoi amici hippy, la loro vita, la musica, Bob Dylan, suo fratello Enzo, le ore piccole fatte accanto a un libro o a un giradischi. Ed eccezionale è anche il pensiero che chi scrive sia venuto fin qui a Napoli soltanto, lui dice, per sentire la sua chitarra.
Personaggio per molti aspetti fuori degli schemi, Ezio Vendrame odia la puntualità, le diete, l’esistenza scandita da ritmi comuni. Le donne sono figure astratte che vivono nel ricordo, il calcio una dimensione che non dà brividi: «Per il calcio — conclude — ho dato più di quanto la gente pensi. E non parlo di risultati, di rendimento. Ho rinunciato alla cosa più preziosa, e cioè alla possibilità di tentare di essere me stesso. Forse per gli altri questo non conta. Per me invece vuole dire tutto».