EZIO VENDRAME: LA POESIA DEL CALCIO

«Il calcio di oggi non esiste, è finto, è acrilico. Al mondo ci sono stati tre giocatori di calcio: Maradona, Zigoni e Meroni. In questo rigoroso ordine, non alfabetico»


Vive in un monolocale di campagna, con la zona notte incollata a una parete: di giorno il letto è inghiottito da un muro… «Sono in affitto, della proprietà privata non mi importa niente».
E’ un poeta e detesta il Natale. «Il 23 dicembre mi barrico in casa e scrivo i miei versi. Riemergo all’Epifania, il peso delle Feste mi è insopportabile».
Ezio Vendrame, il George Best all’italiana, ha scritto un libro-choc sul calcio: «Se mi mandi in tribuna, godo», edizioni Biblioteca dell’Immagine. Prefazione di Giancarlo Dotto, giornalista de L’Espresso. Una raffica di raccontini verità: doping, partite truccate, sesso. E linguaggio vietato ai minori. «Ma sono le parole del calcio: i giocatori non sono leccati e compiti come li vedete in tv. Non facciamo gli ipocriti». Nel libro c’è di tutto. C’è il Vendrame ragazzino, che approdato alla Spal di Ferrara diserta gli allenamenti perché si innamora di una baby-prostituta genovese.
«Quante donne ho portato a letto? Centinaia, ma le ho amate una per una. Non ho mai fatto l’amore senza sentimento». C’è il Vendrame più adulto, che al momento di trasferirsi al Napoli si fa buggerare come un pivello. «Al Vicenza prendevo 10 milioni di lire e quando andai a trattare l’ingaggio con Janich, d.s. del Napoli, pensai: “Ora lo frego, gli chiedo il doppio”. Quanto vuoi?, mi domandò. Venti milioni, risposi. Firma qua, replicò senza esitazione. Uscii convinto di aver raggirato i napoletani. In spogliatoio scoprii che Ferrandini, un ragazzo proveniente dall’Atalanta, l’ultimo della compagnia, prendeva 60 milioni. Mi sentii lo scemo del villaggio».

Qua e là affiorano verità importanti. Stagione 1972-73, Roma-Vicenza. «Dovevamo salvarci, ci serviva un punto. Tre ore prima della gara il medico ci somministrò una particola. Ce la mise in bocca come se fosse stato un sacerdote alle prese con le ostie. Al riscaldamento eravamo imbambolati, in campo avevamo sonno. Per fortuna la Roma sembrava nelle stesse condizioni e la partita finì 0-0. La sera rientrammo in albergo e a una certa ora della notte ci ritrovammo tutti a correre nei corridoi. Avevo la bava alla bocca e una strana agitazione dentro. La “bomba” a scoppio ritardato».

Stagione 1976-77, Vendrame al Padova, in serie C. «Mancavano due giornate alla fine, ospitavamo la Cremonese. A loro bastava un punto per ottenere la promozione in serie B, a noi di quella gara non fregava niente. Prima dell’ inizio ci accordammo per il pari. Una gigantesca melina, una pazzesca rottura di balle. Giocavamo all’Appiani, vedevo gli sbadigli della gente e mi venne una vampata di vergogna. A un certo punto presi il pallone al limite dell’area avversaria e puntai la mia porta. Feci il campo in retromarcia, scartai avversari e compagni e mi presentai davanti al nostro portiere: finsi di calciare e sulle tribune qualcuno collassò. E che cavolo, bisognava regalare un’ emozione, vivacizzare il pomeriggio».

Doping, partite truccate e il dolore di vivere. Vendrame svolta a metà anni Settanta, quando conosce Piero Ciampi, poeta-cantautore livornese.
«A Piero devo tutto. Quello che so l’ho imparato da lui. La sua morte mi sconvolse».
Vendrame completa l’opera di auto-annientamento: decide di buttare via il talento che ha nei piedi e sceglie di coltivare l’anima. Diventa poeta, pubblica raccolte di versi. Si stabilisce a San Giovanni, frazione di Casarsa della Delizia, il suo paese. A Casarsa è sepolto Pier Paolo Pasolini. «Ma io a Casarsa non metto piede da anni. Ricambio così l’odio della mia gente. Pasolini fuggì e ritornò in orizzontale, nel senso della bara. Seguirò lo stesso percorso».

Per vivere, per comprarsi le sigarette e per mantenere la scassatissima Golf fine anni Ottanta, Vendrame allena i Giovanissimi della Sanvitese, club del vicino Comune di San Vito al Tagliamento. E’ un bravo istruttore, vince i campionati, sa insegnare calcio.
«Ma certi genitori mi detestano, sogno di allenare una squadra di orfani». La ricca e benpensante provincia del Nordest non sopporta che i propri figli amino un beat, un reperto archeologico del Sessantotto. Perché i ragazzi, sia chiaro, adorano Vendrame. «Cerco di metterli sulla retta via. Prima la vita, poi il calcio». Ci sono problemi, il Best del Tagliamento, a ogni nuova covata, si esibisce nel seguente discorso di iniziazione: «Cari ragazzi, buttate nel cesso le vostre playstation e rinchiudetevi nei bagni con un giornaletto giusto in bella vista. Quando uscite, innamoratevi di una bella figliola: il sesso fai da te è bello, ma quello con una coetanea è meglio».
Comprensibile che la comunità rumoreggi, che parroci e curati non gradiscano. Un papà facoltoso ha offerto un assegno in bianco al presidente della Sanvitese: metti tu la cifra, basta che licenzi quel matto. Proposta respinta, Vendrame per sempre: «Ai giovani bisogna raccontare la verità, le cose come stanno».

Rimane una curiosità da soddisfare: il calcio di oggi? Domanda stupida, risposta stimolante:
«Non esiste, è finto, è acrilico. Al mondo ci sono stati tre giocatori di calcio: Maradona, Zigoni e Meroni. In questo rigoroso ordine, non alfabetico. Il resto è noia».

Testo Di Sebastiano Vernazza

LA SCHEDA

Ezio Vendrame è nato a Casarsa del Friuli (Pordenone) il 21 novembre 1947. Cresciuto in un orfanotrofio («Ma senza essere orfano: erano tempi duri, i miei non potevamo mantenermi»), comincia a giocare nel settore giovanile dell’ Udinese. Nel ’67 passa alla Spal, in A, ma non gioca mai, poi si fa le ossa in C: Spal, Torres e Siena. Trequartista geniale, Vendrame nel ’71 approda al Vicenza in A e decolla. Disputa partite sublimi, lo accostano a George Best del Manchester United. Nel ’74 passa al Napoli, dove resta per una stagione. Poi il declino. Tre anni in C, tra Padova e Azzanese, il Pordenone in D e i dilettanti del Casarsa dove lo squalificano per l’aggressione a un arbitro (1981). In totale vanta 49 presenze e un gol in A.