Fabio Capello: il destino del Comandante

Prima calciatore e poi allenatore ma con un unico denominatore: una grandissima intelligenza. Dagli esordi nella Spal agli scudetti con la Juventus passando per la storica rete a Wembley con la Nazionale


PROLOGO

La storia che Fabio Capello ama raccontare da una vita è quella del famoso “non pas­saggio” al Milan. Vero che poi ci sarebbe arrivato sulla soglia dei trent’anni, a vestire i colori ros­soneri, ma quella volta, quando venne a cercarlo Gipo Viani in persona, lui era appena un ragaz­zino. Giocava a Pieris, il paese natale. La sua giornata era fatta di casa, scuola e pallone. Insom­ma, il ragazzo doveva saperci fa­re se il grande Gipo si mosse per­sonalmente fino a quel paese lontano dai riflettori del grande calcio. E nella casa dei Capello, a Pieris, si sedette a un tavolo da­vanti a un bicchiere di rosso for­te, di fronte a papà Guerrino, maestro elementare. Che gli fece capire senza troppi giri di parole che questa volta era arrivato se­condo. «Mi dispiace», allargò le braccia il maestro, «ho già dato la mia parola alla Spal».

Abba­stanza, per fermare Viani? Nem­meno a parlarne. Si discute, ma il maestro resta fermo come un pa­lo di fronte all’uomo che ha co­struito il primo Milan europeo. E Viani sbotta. «Insomma, faccia qualcosa, dica a Mazza che quel giorno era confuso, che non era in sé. Inventi una scusa, dica che aveva bevuto». Fine delle tra­smissioni. Il maestro si alza e gentilmente, ma con fermezza, accompagna l’ospite alla porta. «Ho dato la mia parola. La mia parola». Storia semplice e genui­na, che colora a tinte forti l’in­fanzia e la giovinezza di Fabio Capello, e ne porta a vista le ra­dici. Storia di benedetta testar­daggine e di giustificato orgo­glio, quelli che il maestro Guer­rino ha trasmesso a questo figlio che poi di strada nel calcio ne ha fatta parecchia, da giocatore e da tecnico.

GLI INIZI

Un passo indietro. Fino al giu­gno del ’46, fino a un’estate lontana nel sole secco e radente del Nord. Pieris è un paese di pianu­ra, in provincia di Gorizia ma a metà strada tra trieste e Udine. Un posto di confine. Quelli del posto sono chiamati “bisiachi”, perché sono strizzati in mezzo a due fiumi, l’Isonzo e il Tagliamento. Da “bis aquae”, che si­gnifica letteralmente tra le due acque. Gente abituata a stare in equlibrio, a camminare sul filo dei sacrifici, vivendo a metà stra­da tra montagna e mare, tra la cultura contadina del profondo Friuli e quella mercantile di Trie­ste.

In mezzo, e sulla linea, anche geograficamente: tra cultura lati­na, tedesca e slava. Una terra di confine, o meglio di frontiera. Lì cresce il talento del piccolo Fa­bio. Nel Pieris, la squadra per cui ha giocato, all’epoca in Serie C, anche papà. Il ragazzo ha ap­pena sedici anni quando Paolo Mazza, mago del calciomercato e mecenate della Spal, gli mette gli occhi addosso. Mazza è redu­ce dall’infausta avventura ai Mondiali ’62 in Cile, dove ha ri­coperto il ruolo di commissario tecnico azzurro insieme a Ferra­ri. Bussa alla porta di papà Guer­rino un attimo prima di Viani, co­me si è detto. E il maestro ha una parola sola.

Fabio va alla Spal e nelle casse del Pieris finiscono due milioni. Un anno nella Pri­mavera di GB Fabbri, e final­mente il debutto in Serie A, nella stagione ’63-64. Quattro partite in tutto, tra un’interrogazione e l’altra all’istituto per geometri. Quell’anno la Spal finisce in Se­rie B, ma Mazza la fortifica per l’immediata risalita. E quando, nella stagione ’65-66, i biancazzurri si riaffacciano sulle grandi ribalte del calcio italiano, Capel­lo è già un punto di riferimento del centrocampo. Talmente sicu­ro di sé ed equilibrato da essere promosso, a diciannove anni, rigorista della squadra. Non è una Spal fatta di grandi nomi, ci sono i giovani Capello e Reja, c’è la “chioccia” Bagnoli. Un gruppo concreto, quello che occorre per raggiungere la salvezza.

La sta­gione successiva è piena di tribo­lazioni: Fabio ha un ginocchio ballerino, perde mezza stagione. Senza quel ragazzo che ormai è un pilastro, la struttura cede, e la Spal scivola di nuovo in Serie B. Lui questa volta non ne segue i destini. Passa un treno importan­te, per il ragazzo di Pieris: lo vuole la Roma, che sta costruen­do il futuro attraverso una serie di importanti colpi di mercato. In quella stagione, il ’67-68, arriva­no il brasiliano Jair, Scaratti e Pelagalli, Giuliano Taccola e un gruppo di giovani speranze: Cordova, Cappellini, Ferrari e, appunto, Capello.

ALLA CORTE DEL MAGO

La Roma è nelle mani del “mago di Turi”, al secolo Oron­zo Pugliese, tecnico che nel bene e nel male non passa inosservato. Parte forte in campionato, ma presto ridimensiona i sogni di gloria e chiude la stagione all’un­dicesimo posto. In quel primo anno capitolino, Capello è anco­ra alle prese con i problemi fisici e tocca il campo soltanto undici volte. Nell’estate successiva la voglia di grandezza dei tifosi giallorossi sembra autorizzata dall’arrivo di un altro Mago, questa volta quello con la “m” maiuscola.

Helenio Herrera dà fiducia a Capello, ne fa il perno della squadra che ruota intera­mente intorno a lui. «Come cal­ciatore» ricorda da sempre il no­stro, «devo molto a Herrera. Lui ha creduto in me, mi ha insegna­to tante cose e mi ha fatto matu­rare tatticamente. Penso sia stato il più grande allenatore mai ve­nuto in Italia, quello che ha fatto maturare il nostro calcio». In campionato la Roma non va oltre l’ottavo posto, ma trionfa in Coppa Italia anche grazie alla doppietta che Fabio segna nel­l’ultima partita del girone finale, contro il Foggia. È destino che sia una Roma che sorride in Coppa, visto che anche la stagio­ne successiva regala un anonimo undicesimo posto in campionato ma fa sognare il popolo giallo-rosso in Coppa Coppe: la squa­dra arriva alla semifinale e solo un sorteggio sfortunato la elimi­na, a vantaggio dei polacchi del Gornik.

È la terza stagione di Fabio nella Capitale. L’ultima. La presidenza della società è passata dalle mani di Evangelisti a quelle di Ranucci e poi di Al­varo Marchini, che ha grandi progetti ma per rifondare decide di liberarsi dei suoi gioielli. Met­te sul mercato Spinosi, Landini e Capello, scatenando le ire del­la piazza. E dello stesso Herrera che, almeno a parole, si oppone alla triplice cessione. Le smenti­te si moltiplicano, ma alla fine l’affare va in porto.

Capello dice addio alla Roma dopo sessantadue partite in campionato, undici in Coppa Italia, otto in Coppa delle Coppe. Ha lasciato il se­gno, con la sua classe e il suo modo di stare in campo. «Era un ragioniere del centrocampo», ri­corda Fausto Landini, «aveva piedi perfetti e un carattere forte che ne fece un leader da subito, nonostante la giovane età. Scen­deva sempre in campo per vince­re, e per stimolare i compagni non esitava a discutere con loro durante la partita. Fuori, natu­ralmente, tornava il ragazzo più tranquillo di questo mondo».

GLI ANNI DELLA SIGNORA

Di esperienza, quando arriva in bianconero, Fabio Capello ne ha già accumulata parecchia. Ha appena superato (a 24 anni) il traguardo delle cento partite gio­cate in Serie A. La Juve ha appe­na fatto una rivoluzione tecnica: nuovo l’allenatore, Armando Picchi, nuovo il general mana­ger, Italo Allodi, rinnovato anche il gruppo con gli inesti di Capel­lo, Causio, Bettega, Spinosi. La firma del cambiamento è quella di Giampiero Boniperti. Capel­lo ha colpito lo staff bianconero per la semplicità del gioco, l’in­telligenza tattica, oltre che per la spiccata propensione al gol. Alla Juve diventa, come lo era stato nella Roma, il fulcro del gioco prodotto dalla squadra di Picchi, portato via da un tragico destino proprio alla prima esperienza su una panchina importante.

L’ere­dità è raccolta da Cestmir Vyckpalek, «grande psicologo» come lo definirà in seguito Capello. Perde in finale la Coppa Uefa contro il Leeds, ma dimostra una nuova maturità nell’affrontare le ribalte europee, da sempre terre­no ostico per la Signora. In bian­conero, il talento di Pieris resta sei stagioni filate. Vince tre scu­detti, gioca e perde un’altra fina­le europea, ancora più grande e importante: quella di Coppa Campioni, nel ’73 contro l’Ajax. Ma la Juve non gli regala soltan­to ricordi amari.

È negli anni bianconeri che Capello, con ventisei primavere sulle spalle, ag­guanta la sua prima maglia az­zurra, il 13 maggio del ’72 con­tro il Belgio. Dopo quella, ne ar­riveranno altre trentuno, soprat­tutto quella storica del 14 no­vembre del ’73, quando a Wembley l’Italia batte per la prima volta l’Inghilterra nella sua ta­na. Finisce 1-0 per gli azzurri, e quel gol lo firma Fabio Capello. Dopo, arriverà la grande delusio­ne del Mondiale ’74. «Uno dei ricordi più amari della mia car­riera. Speravo di vincerlo, anche per dare una gioia ai nostri emi­granti in Germania. Una pessi­ma condizione atletica e il peso del pronostico ci misero fuori causa».

La Juve, intanto. Nella sua seconda stagione a Torino, Capello fa il record personale di reti in Serie A, mettendone a se­gno nove. L’anno dopo vince lo scudetto dello sprint, quello sof­fiato all’ultima giornata al Milan crollato nella “fatal Verona “. Uno sgarbo al mondo rossonero, che è nel futuro.

LA SCOPERTA DI MILANO

Nell’estate del ’76, Boniperti chiama Giovanni Trapattoni sulla panchina della Juve. E il nuovo tecnico ha idee chiare e precise. Pretende un centro-cam­pista di nerbo, più che di qualità. Lo scambio col Milan, Capello per Benetti, gli sembra la qua­dratura del cerchio. È l’ultimo trasferimento. Fabio Capello, nel Milan di Rivera, vive due sta­gioni da titolare, e vince subito una Coppa Italia. Poi, lentamen­te, la sua stella si spegne. Colpa dei problemi fisici, soprattutto, che gli tolgono la maglia da tito­lare proprio nell’anno in cui con­quista lo scudetto della stella. Ot­to presenze in quella stagione, tre nella successiva.

Siamo alla pri­mavera dell’80: Fabio Capello, uomo e giocatore di grande intel­ligenza, si rende conto di essere arrivato al capolinea. Non vuole chiudere in modo patetico, me­glio staccare la spina al momen­to giusto. Semplicemente, lo fa. Il Milan, d’altra parte, gli offre l’occasione di resta­re nel mondo del calcio. Sono in tanti a pensare che possa diventare un ottimo tecnico, a co­minciare dal maestro Nils Liedholm, che og­gi ha avuto spesso occa­sione di correggersi. «Gli dissi che sarebbe diventato un grande al­lenatore. Mi sbagliavo. E diventato il migliore».

Nel ’79-80, ultima stagione di Capello giocatore, Liedholm la­scia il posto a Giacomini che gli fa giocare gli ultimi venti minuti della carriera all’Olimpico, con­tro la Lazio. Ricorda, Giacomi­ni: «A fine partita Rivera, Vitali e Felice Colombo vennero a chie­dermi un parere sull’ipotesi di trasformarlo in allenatore, favo­revole, ovvio».
Ed ebbe ragione… la vita di Fabio Capello come allenatore di successo è stata semplicemente irripetibile.