PUSKAS Ferenc: il Re della Grande Ungheria

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Viene dalla puszta, la pianura danubiana, l’uomo che ha segnato più gol di tutti in nazionale. Ferenc Puskas con l’Ungheria ha realizzato 83 reti in 84 partite. Nasce a Budapest, quartiere di Kispest, il 2 aprile 1927 e cresce sulla strada, come i ragazzi della via Pal, su prati magiari. Lì Puskas ha incominciato il suo romanzo. Aveva 17 anni ai tempi della battaglia di Budapest, nel gennaio 1945, quando i tedeschi si arroccarono nella cittadella di Buda. Pochi mesi dopo la «liberazione» esordì in nazionale contro l’Austria con una vittoria per 5-2: firmò subito il primo gol.

Era un virtuoso dell’area, come Franz Liszt lo era della tastiera. Per lui la partita era una rapsodia. Aveva un raffinato senso della rete e il dono sublime della stoccata. Giocava nella massima divisione da 16 anni, nel Kispest che, poi, si chiamò Honvéd, nome del soldato di fanteria (gli Honvéd combatterono sul fronte italiano nella Prima Guerra Mondiale). Insieme al suo popolo conobbe tempi duri. Dopo il trattato di pace di Parigi del 1947, ecco l’arresto e la condanna al carcere a vita del cardinale Mindszenty, ecco lo stalinismo al potere. Però il giovane Puskas, giocando in nazionale, poteva conoscere il mondo. L’11 maggio ’47 scoprì l’Italia e segnò un gol, su rigore, agli azzurri: al Comunale di Torino la squadra di Pozzo – il Grande Torino più il portiere Sentimenti IV della Juventus – battè l’Ungheria per 3-2 con un gol di Loik all’ultimo minuto.

Puskas, a 23 anni, si sposò con Ersebeth, giocatrice di pallamano del suo quartiere. Conobbe la gloria il 2 agosto 1952, a Helsinki, quando ricevette da capitano la medaglia d’oro olimpica. L’Ungheria aveva sconfitto la Jugoslavia per 2-0 e Puskas aveva segnato il primo gol, scartando anche il portiere Beara. Negli ottavi i magiari avevano fatto fuori l’Italia, battendola 3-0 nel giorno della stupenda vittoria di Dordoni nella 50 km di marcia. In semifinale avevano liquidato i campioni uscenti della Svezia per 6-0 e Puskas era andato in gol dopo 20 secondi!
Giocava col numero 10. L’Ungheria adottava in attacco il modulo a M, con il centravanti arretrato – all’Olimpiade Palotas, poi Hidegkuti – e i due interni, Kocsis e Puskas, avanzati. E gli avversari pativano, mentre l’Ungheria conquistava il mondo. Il 17 maggio ’53 Puskas inaugurò lo Stadio Olimpico con una doppietta, battendo l’Italia per 0-3.

Il 25 novembre 1953 i magiari annichilirono l’Inghilterra a Wembley, umiliandola con un sensazionale 6-3. Puskas segnò il terzo gol, ricevendo una palla ai limiti dell’ area piccola, evitando l’intervento di Wright per poi colpire con la solita violenza da non più di cinque metri. «Ho fatto un tackle all’ aria» confessò più tardi Wright. Poi, nella rivincita di Budapest, infierirono addirittura con un 7-1. Puskas era scaltro, aveva un tiro secco e preciso, che faceva esplodere con mirabile scelta di tempo. In area era mortale come un cobra. Volto imbronciato, atteggiamento indolente, le mani perennemente in tasca, aveva la tendenza ad ingrassare, ma questo non lo aveva privato dell’arma dello scatto.

L’Ungheria era la grande favorita ai mondiali in Svizzera del 1954. Segnò 17 gol nelle prime due partite: 9 alla Corea e 8 alla Germania. Il tecnico tedesco Sepp Herberger aveva però schierato le riserve, dando una missione a Liebrich: far fuori Puskas. L’Ungheria si era imposta per 8-3, ma Puskas s’infortunò. Vide così dai bordi del campo i compagni superare il Brasile di Julinho e Didì per 4-2, al termine di una vera e propria battaglia.
In semifinale soffrì in silenzio, quando i magiari superarono l’Uruguay di Schiaffino dopo i supplementari per 4-2.
Poi volle giocare la finale con la Germania Ovest, benché fosse dimezzato. Col sinistro formidabile trovò la perla del gol in avvio, ma l’Ungheria giocò a lungo in 10 e fu battuta 2-3 dopo essere stata in vantaggio per 2-0. A Puskas fu annullata una rete in dubbio fuorigioco all’86’. Per l’Ungheria era la prima sconfitta dopo 6 ben 6 anni.

Quando nell’autunno ’56 scoppiò la rivoluzione ungherese, si diffuse la notizia che Puskas era morto combattendo sulle barricate contro i carri armati sovietici. Per poche ore fu un eroe, un simbolo di libertà. Invece era a Vienna in tournée, lontano dagli spari. Lì fu raggiunto dalla moglie Ersebeth e dalla figlia Anik. Non rientrò a Budapest. L’ultimo gol per l’Ungheria lo aveva già segnato, a 29 anni, il 14 ottobre 1956, in Austria-Ungheria, finita 0-2.

Riscoprì nei geni la vocazione al nomadismo degli Ungari, che erano arrivati dagli Urali oltre un millennio prima guidati dal principe Arpàd. Divenne un giramondo. Scelse l’Italia. Rimase per un anno e mezzo a Bordighera. Voleva restare in Italia e non solo perché amava la nostra cucina (in Riviera ingrassa di 15 chili): Milan, Juve e Inter si sarebbero svenate per schierarlo, ma le frontiere erano sbarrate. Poi, nel giugno 1958, firmò per il Real Madrid. Un trasferimento con valenza politica, perché non fu semplice passare dall’Ungheria sovietizzata alla Spagna di Franco.

Non ebbe problemi di inserimento. Puskas era uno che Alfredo Di Stefano, non uno qualunque, chiamava Professore. Uno talmente furbo da capire, il primo anno a Madrid, che sarebbe stato uno sgarbo alla «saeta rubia» vincergli il trofeo del «pichichi» (il miglior marcatore) sotto il naso. All’ultima partita erano arrivati segnando lo stesso numero di gol. Puskas dribblò anche il portiere, lo mise a sedere con una finta, e a porta vuota preferì toccare indietro per Di Stefano, che non respinse l’omaggio.

A Madrid ritrovò la voglia di giocare, vinse ancora molto, con Di Stefano, Santamaria, Amancio, Gento: tre Coppe dei campioni (’59, ’60, con un clamoroso 7-3 all’Eintracht Francoforte e ’66), una Coppa Intercontinentale, sei titoli nella Liga (dal ’61 al ’65 e nel ’67), una Coppa di Spagna (’62). Indimenticabile la finale del 1960. Puskas aveva già 33 anni, e all’Hampden Park di Glasgow, quel giorno accreditato di 135mila spettatori, con il Real avrebbe segnato quattro gol nella finale di Coppa dei Campioni contro l’Eintracht Francoforte, esibendosi anche in un insolito colpo di testa. Vicino gli era Alfredo di Stefano, che segnò solo tre volte per il 7-3 conclusivo: una partita che non chiuse la sua carriera ma l’epoca del calcio del dopoguerra e degli inizi delle Coppe internazionali.

Quel Real era galattico ma più convenzionale e arrivava dieci anni dopo le invenzioni ungheresi: grande qualità di palleggio dei giocatori, ruoli intercambiabili, capacità di alternare i lanci lunghi allo scambio rapido e ravvicinato, il centravanti che partiva da centrocampo.
Nel Real, Puskas, dove era soprannominato «el cannoncito», il cannoncino, chiuse una straordinaria avventura a 40 anni. Da allenatore girò il mondo: Canada, Arabia, Paraguay, Australia. Il meglio lo diede al Panathinaikos, che pilotò alla finale di Coppa dei campioni 1970/71, persa contro l’Ajax di Cruijff. Rientrò in Ungheria nel 1993, sei mesi da c.t., prima della pensione e del lento tramonto. Malato da tempo, morì di polmonite nella notte tra il 16 e il 17 novembre 2006, all’età di 79 anni, in una casa di cura a Budapest, dove aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita grazie a un vitalizio del governo ungherese. Lo stadio di Budapest, il “Népstadion”, fu rinominato in suo onore nel 2002.

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