Fiorentina 1969: Nel segno del Petisso

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1968-69: L’avvento di Nello Baglini, la grinta di Pesaola alla guida di un gruppo di giovani talentuosi, l’amore di un intera città: gli ingredienti di uno storico successo


PROLOGO

Se quello del 1955-56 aveva spiazzato la placida associazione dei Soliti Noti, lo scudetto viola del 1968-69 fu un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Perché se è vero che la Fiorentina aveva ormai da qualche anno fatto l’abbonamento a confortanti quarti posti, è altrettanto vero che nessuno avrebbe mai puntato un soldo su una squadra composta in gran parte da giovani sconosciuti, cresciuti al riparo da occhi indiscreti nel nido della chioccia Beppe Chiappella, e da mezzi assi mai del tutto esplosi, e ormai dati per finiti. Pare davvero incredibile, ma le basi per quell’incredibile trionfo vennero poste solo pochi anni prima, nel 1965, in una situazione di completa emergenza, con la società che vedeva il proprio bilancio gravato da un passivo di circa ottocento milioni. Nonostante i risultati conseguiti negli anni dopo lo scudetto, tutt’altro che disprezzabili, la società viola rischiava il fallimento che avrebbe decretato la sua scomparsa dal calcio italiano. Pare incredibile, ma la squadra di Firenze fu salvata da un… pisano.

L’AVVENTO DI BAGLINI

All’Assemblea Straordinaria dei soci del 13 febbraio 1965 nessuno storse il naso quando al posto del dimissionario Longinotti venne eletto all’unanimità presidente il commendator Nello Baglini. Questi era un noto industriale dell’inchiostro, un pisano che dal nulla aveva costruito un vero e proprio impero. Baglini, da realista qual era, non sopravvalutava le possibilità economiche della società, e si impose un semplice programma: un solo acquisto all’anno, ma determinante. Nell’incredulità generale, al momento della sua presentazione alla stampa il neo presidente dichiarò: «Saneremo il bilancio… e potenzieremo la squadra». I presenti si guardarono attoniti: evitare la bancarotta era già visto come un mezzo miracolo, figuriamoci poi rafforzare l’organico.

Tanti pensarono che si trattasse della solita spacconata a uso e consumo dei gonzi. La strada che il nuovo consiglio intendeva percorrere non era certo facile. A più riprese avrebbe sfidato l’impopolarità, ma alla lunga si sarebbe rivelata sorprendentemente vincente. In più, il controllo del bilancio avrebbe assunto un’importanza primaria. «Non ho mai fatto il mecenate. Mi chiamano il Martin Lutero del calcio italiano» avrebbe detto un giorno il nuovo numero uno dei viola, tanto per rendere una vaga idea della filosofia che lo ispirava. Ma i campioni costavano fior di quattrini, anche allora. In quale modo sarebbe stata rafforzata, dunque, questa benedetta squadra? Il piano della dirigenza era semplice, in teoria: si sarebbe perseguita una politica di valorizzazione dei giovani, e in più si sarebbero strette alleanze con club minori “gemellati”.

Certo, la creazione di una solida base formata da ragazzi poco più che ventenni avrebbe potuto fornire garanzie anche per gli anni a venire, ma l’esperienza? Sarebbe stata una follia gettare nell’infernale mischia della Serie A spaesate orde di giovani, sia pure di classe: senza un collante formato da una solida intelaiatura di uomini navigati, si sarebbe andati incontro a un disastro garantito. Ma Baglini e il suo staff tutte queste cose le sapevano: forse ancora non immaginavano che la loro squadra avrebbe conquistato lo scudetto nel giro di quattro stagioni, però erano certi di poter ovviare alla mancanza di liquidi col genio e la fantasia.

La stagione 1964-65, pur rappresentando logicamente una fase di transizione, fu più ricca di luci che di ombre. Orlando, il nuovo centravanti, realizzò la bellezza di diciassette reti e vinse la classifica dei marcatori a pari merito con Sandro Mazzola, mentre la Fiorentina, nonostante il traumatico cambio al vertice, si piazzò quarta alla pari con la Juve. In più, alcuni dei giovani allevati con amore dal tecnico Beppe Chiappella mossero i primi passi nella massima serie. Come inizio non c’era male, ma la nuova società doveva ancora dimostrare le proprie intenzioni. Insomma, dopo tanto parlare i fiorentini volevano fatti. La Fiorentina-Baby stava per rivelarsi al calcio italiano: la stagione 65-66 avrebbe finalmente lanciato giovani di straordinario valore.

Il Presidente Baglini con Beppe Chiappella: la diarchia che gettò le basi per lo storico scudetto

L’inossidabile Chiappella, invece di accusare il colpo, rivoluzionò la squadra, colpita da infortuni a catena, primo fra tutti quello occorso alla mezzala Bertini, considerato un pilastro dell’undici viola. La Fiorentina-Baby nacque probabilmente anche per ovviare a scalogne di questo tipo, che mettevano fuori causa i titolari e lasciavano spazio ai giovani che già scalpitavano nelle retrovie. Il battesimo del fuoco fu a San Siro, in un delicatissimo incontro con l’Inter. I viola si presentarono in formazione d’emergenza, stanti gli infortuni del libero Gonfiantini e dell’interno destro Maschio. A quel punto i casi erano due: o si spostavano giocatori esperti in ruoli per i quali non erano esattamente tagliati, o si lanciavano dei giovani. I dirigenti sollecitarono quest’ultima soluzione, e Chiappella, dopo avere valutato attentamente i rischi, schierò senza paura Ferrante e Merlo. Alla fine fu un bel pari, ma quello che più contò fu la maiuscola prestazione dei due ragazzi, assolutamente all’altezza della situazione. In seguito , venne a mancare anche Castelletti, e Chiappella inventò Pirovano (mediano) terzino: a quel punto fu facile arretrare Bertini e dare a Merlo una maglia da titolare.

Il finale di stagione fu in crescendo, coronato dalla conquista della Coppa Italia; in prima squadra trovarono posto sempre più spesso Ferrante e Brugnera, mentre nuovi giovani cominciarono a farsi largo, come Diomedi e un tal Chiarugi. Poi, alla faccia di tutti i quelli che l’avevano “gufato”, al buon Chiappella fu assegnato il Seminatore d’Oro, esattamente dieci anni dopo Fuffo Bernardini. Eppure quel riconoscimento non avrebbe portato molta fortuna a Beppone. A dispetto del grandioso finale di campionato, infatti, l’anno seguente la squadra stentò, e sembrò a volte smarrirsi. La campagna di rafforzamento era stata svolta in chiave rigorosamente autarchica, confidando nelle qualità dei ragazzi che stavano crescendo nelle giovanili, come il promettente Esposito, giunto a Firenze appena quattordicenne, finalmente pronto per il lancio nella massima serie.

Difficile, comunque, aspettarsi successi immediati senza nuovi innesti di peso. Ma quell’anno, purtroppo, anche il campionato di calcio passò in secondo piano, a Firenze come nel resto d’Italia. Come noto, il 4 novembre 1966 l’Arno ruppe gli argini e inondò la città. La partita in programma col Vicenza per il giorno 6 venne rinviata, ma i giocatori della Fiorentina decisero di non riposare, quella domenica, e si tramutarono in “angeli del fango”. Nonostante il dolore e le lacrime, alla fine i gigliati colsero il quarto posto.

IL ’68 VIOLA

La rivoluzione si compì alla vigilia della stagione 1967-68 e fu un vero shock: via un monumento viola come “Uccellino” Hamrin, 9 anni a Firenze, 150 reti, idolo indiscusso dei tifosi; al suo posto il brasiliano Amarildo, proveniente dal Milan con la fama di attaccabrighe, e il non più giovane Maraschi, ex Vicenza, considerato da tutti un vecchio rottame. Se l’acquisto del primo mise in subbuglio la città, quello del secondo passò quasi del tutto inosservato: si sarebbe fatto notare a suon di reti, fra lo stupore generale. Strana storia, invece, quella del sudamericano. Stella del Botafogo, a soli ventitré anni partì per i Mondiali cileni come riserva di Pelé. Ovviamente tutti pensavano che non avrebbe visto il campo, inevitabilmente offuscato dallo splendore della Perla Nera.

Invece, si sa, le cose non andarono così. Il grande Pelé, appena alla seconda partita, venne toccato malamente da un difensore cecoslovacco e fu costretto ad abbandonare il campo. Il responso dei medici fu agghiacciante: per lui i Mondiali erano finiti. Nonostante le titubanze iniziali, lo staff tecnico verdeoro decise di lanciare il giovane Amarildo, allora un emerito sconosciuto in Europa. Quel ragazzino disputò un Mondiale da campione e trascinò di peso la propria squadra alla vittoria finale. Improvvisamente travolto dalla notorietà, Amarildo fu strappato al Botafogo dal Milan, dopo un’estenuante asta che lo aveva visto rivaleggiare con Juve e (guarda un po’) Fiorentina. In rossonero dimostrò di essere un campione: veloce, guizzante (da questo il suo soprannome Amarildo: piccolo topo), funambolico e freddo sotto rete.

Nelle prime due stagioni a Milano segnò ben ventotto volte, ma collezionò una serie di espulsioni impressionante. Insomma, a quel giovane fenomeno non andavano proprio giù certe carezze bullonate dei terzini di casa nostra. Reagiva scompostamente, insultava gli arbitri: troppo spesso era stato visto uscire dal campo in lacrime inveendo contro il “bandido” di turno. Al termine della sua avventura italiana, avrebbe raggranellato l’impressionante bottino di trenta giornate di squalifica, quasi un intero campionato. Poi, nelle ultime due stagioni sotto la Madonnina, un calo di rendimento, che consigliò i vertici rossoneri per una sua cessione. Meglio Hamrin, vecchia roccia, corretto, infaticabile, dal rendimento garantito, invece che un funambolo pazzoide collezionista di cartellini. Pertanto i fiorentini si trovarono una bella incognita in maglia viola, per di più al posto dell’idolo di casa. E gli inizi della stagione non furono facili: solito andamento a singhiozzo, con una squadra indecifrabile, sempre incerta se essere grande o rimanere eternamente una provinciale. Era nell’aria, ma quella notizia fu triste comunque. Verso la metà della stagione Chiappella fu pregato di farsi in là. Insomma, tante grazie per il lavoro svolto e per i giovani ormai affermati campioni, ma ora possiamo camminare con le nostre gambe. Sarebbe ingiusto bollare i dirigenti col marchio di ingrati, perché azzeccarono ogni mossa, e Ferrerò e Bassi, che assunsero la reggenza ad interim, svolsero il proprio compito con zelo e traghettarono la Fiorentina a un tranquillo quarto posto.

De Sisti, intanto, si era definitivamente affermato come uno dei migliori registi d’Italia, e la sua valutazione aveva raggiunto cifre astronomiche. Ben presto sarebbe diventato una pedina inamovibile della Nazionale, che senza il suo apporto mai avrebbe toccato i livelli di eccellenza raggiunti sul finire degli anni Sessanta. Poi, una vecchia volpe dell’area di rigore come Maraschi si era tolto lo sfizio di fare dodici reti, mentre Amarildo, pur mancando lungamente per infortunio, dimostrò di avere la stoffa del campione. In più c’era un giovane di appena ventuno anni, anche lui delle parti di Pisa, Luciano Chiarugi, soprannominato Cavallo Pazzo, che aveva diviso la tifoseria. Incostante, indisciplinato: poteva dare tanto alla causa viola, molti ne erano certi. Intanto occorreva pensare al nuovo allenatore, e il sogno era addirittura un mago, Helenio Herrera…

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NEL SEGNO DEL PETISSO

Proprio così, nell’ombra, come sempre, i dirigenti viola davano la caccia all’uomo che aveva plasmato la Grande Inter di Moratti. Ma H.H. rimase, appunto, soltanto un sogno. Chissà come sarebbe finita, quella magica stagione, con lui al timone. Ignoriamo le motivazioni che impedirono l’accordo, ma fortuna volle che Baglini e il d.s. Montanari, nuovamente recuperato alla causa viola dopo gli anni di Bologna e Napoli, optassero per un tipo tutto pepe come Bruno Pesaola, che aveva già ottenuto buoni risultati allenando il Napoli. Occorreva però affrontare un’altra spinosa questione: le casse piangevano, e il risanamento del bilancio imponeva scelte dolorose e quantomai impopolari. Era tempo di tornare coi piedi per terra. Stava per essere inaugurata la politica del “due acquisti determinanti, tre cessioni importanti”, che si sarebbe rivelata vincente.

Nonostante i proclami di fine campionato, vennero ceduti al Cagliari Albertosi e Brugnera. La cosa non fu presa particolarmente bene, a Firenze. Insomma, Albertosi era già il numero uno della Nazionale, mentre per Brugnera, che pure nell’ultima stagione non aveva reso secondo le aspettative, si era addirittura parlato di un “nuovo Di Stefano”. Dall’isola giunse il solo Rizzo, che era comunque uno dei punti di forza dei sardi e sulle cui qualità non si discuteva. A destare maggior clamore fu invece il passaggio dell’intoccabile Bertini all’Inter per circa quattrocento milioni, una vera boccata d’ossigeno per le asfittiche casse viola. In più, furono acquistati il terzino Stanzial e i giovani attaccanti Mariani e Del Fabbro. All’ultimo si aggrego al gruppo anche Bertogna. Immaginate l’entusiasmo dei tifosi: al minimo storico… Al posto di Albertosi sarebbe stato lanciato in prima squadra il panchinaro Superchi, già chiamato a difendere la porta viola sette volte la stagione precedente.

amarildo-fiore-wpInsomma, si sarebbe tentato un nuovo esperimento sulla falsariga di quello che era stato effettuato col grande Sarti tredici anni prima. E poi interrogativi di ordine tecnico: Merlo, mediano o interno? Rizzo, ala o interno? Chiarugi, a destra o a sinistra? Amarildo al centro e Maraschi ala o viceversa? Pesaola avrebbe avuto le sue brave gatte da pelare, su questo non c’erano dubbi. Ad aumentare lo scontento della piazza, la robusta campagna di rafforzamento sostenuta dai diretti concorrenti per le prime posizioni: la Juve si era presa Anastasi; l’Inter, come noto, Bertini; il Bologna, Mujesan, capocannoniere di B; il Torino Mondonico, mentre il Milan coccolava i suoi gioielli Rivera e Prati e prelevava Fogli dal Bologna. Non fosse bastato tutto questo, le grane arrivarono anche dal Brasile.

Amarildo, rintanatosi in patria per le meritate vacanze, minacciava di non fare ritorno in Toscana se non in cambio di un congruo adeguamento del suo contratto. A fargli da procuratore, la temibile sorella Nicea, che riuscì a trovare un buon accordo con la dirigenza viola, che a quel punto, senza il fuoriclasse carioca, si sarebbe trovata in un mare di guai. Durante tutta questa vicenda, l’unico che mantenne la calma fu proprio il Petisso, che da bravo argentino conosceva bene questi giochetti tipicamente sudamericani: «Calma ragazzi, lasciatelo dire. Ho amici in Brasile, vedrete che Amarildo tornerà presto. E giocherà come finora non ha mai giocato in Italia». Tutto vero. Il “Garoto” giunse in Italia carico di un inaspettato entusiasmo. Così si rivolse al nuovo tecnico, appena sbarcato dal Sudamerica: «Eccomi qua, cerchi di trovarmi il posto adatto in formazione, poi ne vedrete delle belle». Amarildo non aggiunse altro: stava per disputare un campionato favoloso.

PER UNA STAGIONE SOLTANTO

Nonostante le più o meno velate proteste della “piazza”, la dirigenza viola si mostrava fiduciosa nei confronti della squadra. Non che si puntasse apertamente allo scudetto, ma si confidava nell’ennesima stagione di “assestamento”, nell’attesa che questi benedetti giovani mettessero definitivamente la testa a posto e cancellassero dalla memoria dei tifosi i vari Sarti, Magnini, Cervato. A rompere gli indugi, nella perplessità generale, fu il buon Pesaola, entusiasta dei suoi dopo un incontro estivo col Grasshoppers: «Signori, ho capito una cosa: se con questa squadra noi non vinciamo lo scudetto, mi faccio frate. Frate trappista, sapete, i frati che fanno più penitenze degli altri». Il Petisso non si era improvvisamente rimbecillito e non aveva alcuna intenzione di rinchiudersi in convento. Era semplicemente l’unico che aveva capito di avere tra le mani un gruppo sensazionale, che avrebbe potuto regalare soddisfazioni impagabili. Suo il compito di disciplinarlo e trasformarlo in un undici imbattibile.

Eppure, il campionato cominciò nel peggiore dei modi, all’Olimpico contro la Roma, allenata dall’inutilmente corteggiato Herrera: Superchi fu infilzato da Taccola dopo appena venti secondi di gioco. Si imponeva una prova di carattere, che puntualmente arrivò: i viola non si scoraggiarono e nella ripresa riuscirono a ribaltare il risultato grazie alle reti di Amarildo e Maraschi. La squadra del Petisso stava cominciando, seppur lentamente, ad assumere la sua fisionomia. Ma i discreti risultati iniziali coincisero con una cronica assenza di gioco: si vinceva a fatica, magari grazie a un rigore dubbio. Come spesso accade, lo scossone che avrebbe dato la svolta coincise con una bruciante sconfitta. Alla quinta, il grave capitombolo interno col Bologna sbloccò i giocatori. Frustati nell’orgoglio, gli uomini di Pesaola trovarono il bandolo della matassa: da quel giorno non conobbero più battute di arresto. Proprio come tredici anni prima, la difesa si dimostrò l’arma vincente. Superchi era portiere di strepitosa agilità, davanti a lui spazzava l’area l’imponente Ferrante, coadiuvato dallo stopper Brizi. Ai lati, il mastino Rogora a destra e il fluidificante Mancin a sinistra. A centrocampo, lo stantuffo Esposito sosteneva la regia
dell’immenso De Sisti, mentre sul lato destro si dannavano a turno o Rizzo o Chiarugi; sulla trequarti, poi, trovava sfogo la genialità di Merlo. In avanti, la potenza di Maraschi e le saettanti intuizioni di Amarildo, campione finalmente ritrovato. Ma la galoppatta della Fiorentina non fu un monologo, si badi bene. Le sorti del campionato rimasero incerte fino all’ultimo, in un estenuante testa a testa col Milan di Rivera e il Cagliari di Riva. L’inserimento di Chiarugi, poi, tanto decisivo nel finale della stagione, fu tutt’altro che facile. Cavallo Pazzo non era certo tipo da farsi imbrigliare facilmente, nemmeno da un duro come Pesaola.

Ricco di talento e classe, sì, ma altrettanto indisciplinato, provocatore e attore: addirittura, in suo onore venne coniato il termine “chiarugismo”, a indicare la simulazione di falli inesistenti. “Bruno Nicotina” prima tentò con la carota, poi passò a un più affidabile randello: alla decima di campionato, contro il Napoli, l’8 dicembre 1968, lo sostituì con Esposito dopo un primo tempo irritante. Bene, il neppure ventiduenne Luciano non avrebbe rivisto il campo fino quasi a primavera. Sarebbe rimasto ad allenarsi duramente e a meditare sulle sue sventure. Tre mesi di esilio dalla prima squadra possono sembrare eccessivi, ma il Petisso alla fine l’ebbe vinta. Resosi conto di avere domato quel purosangue, decise di gettarlo nuovamente nella mischia. Il 9 marzo 1969, infatti, un irriconoscibile Chiarugi, completamente trasformato dalla cura, fece nuovamente capolino nell’incontro col Vicenza. Ebbene, Cavallo Pazzo fece due gol e da quel giorno non lasciò più la prima squadra. Anzi, l’avrebbe trascinata alla vittoria finale a suon di reti, con disciplina e senso tattico.

Ma i viola non poterono cantar vittoria fino alla penultima di campionato. Si giocava a Torino, sul campo della Juve, mentre il Milan, ultimo avversario nella corsa al tricolore, staccato di due punti, doveva vedersela in casa col Napoli il sabato. «Andate a vedere un bel western, non pensate ad altro. Io non vengo, sono un pò stanco, salgo in camera e faccio un bel sonno»: così disse Pesaola ai suoi ragazzi prima del calcio d’inizio del match-chiave di San Siro. Ovviamente il Petisso non si fece alcun sonno, e patì le pene dell’inferno con l’orecchio alla radio. Alla fine fu zero a zero, e nell’albergo dei viola si scatenò il più sfrenato entusiasmo. «E fatta! Domani, contro la Juve, se perdete vi accoppo!». «Perdere dalla Juve? Mister, lei è matto. Noi domani la Juve la facciamo secca!».

Così fu, due a zero per la Fiorentina, con reti di Chiarugi e Maraschi, un tripudio in uno stadio invaso da migliaia di supporter gigliati, un’ovazione di bandiere viola, per una festa rinviata troppe volte. L’ultima di campionato, col Varese, fu pura accademia; col tricolore ormai cucito sul petto, i ragazzi del grande Pesaola passeggiarono sui lombardi, osannati dal pubblico nel meritato trionfo. Era lo scudetto di Baglini e della sua avvedutezza, ma soprattutto del d.s. Montanari e di Chiappella, che fin dai primi anni Sessanta avevano inaugurato la stagione vincente della Fiorentina-Baby. E poi Pesaola, magistrale nel gestire l’irruenza di tanti acerbi campioni e a credere fin dal primo momento nell’impresa. Ma questa meravigliosa squadra, giovane e dalle grandi potenzialità, si squagliò nell’arco di una sola stagione.

IL RITORNO DELL’INVERNO

L’anno successivo, ovviamente, la Fiorentina partì con gli occhi di tutta Italia puntati addosso. Ma si sa, bissare una tale impresa era a dir poco proibitivo. La squadra si presentò al via praticamente immutata: l’unica novità di rilievo era rappresentata dall’ex cagliaritano Longoni, scambiato con Mancin. In teoria, doveva essere un buon affare, perché si diceva che l’ex rossoblu fosse più portato per impostare la manovra d’attacco del suo predecessore. Ma la cattiva stagione dei viola non è certo da imputare al malcapitato Longoni: fu più che altro dovuta a un repentino calo psicologico, accompagnato da un notevole scadimento tecnico, contro i quali il vulcanico Pesaola non poté far nulla.

Alla fine del campionato, la Fiorentina avrebbe occupato il caro, vecchio quarto posto in coabitazione col Milan. L’imprevedibile, però, accadde nel 1970-71. I viola miravano alle zone nobili della classifica. Invece, nell’incredulità generale, si trovarono a lottare per non retrocedere e, alla prima di ritorno, Pesaola venne sostituito da Oronzo Pugliese, detto il mago di Turi, specializzato in miracoli. Alla fine, quell’incredibile tecnico riuscì nell’impresa e i viola si salvarono all’ultima giornata, per differenza reti nei confronti del Foggia. Firenze esultò per lo scampato pericolo, ma ormai era chiaro a tutti che una nuova era stava iniziando, e sarebbe stata avara di soddisfazioni…