FRANCESCO MORINI – aprile 1978

Non ci pensava più nessuno, al biondo «inglese» della Juve. Poi si sono accorti che ha «castigato» tutti i centravanti d’Italia e allora… Ma lui – che si dice onoratissimo – augura la Nazionale a Bellugi

Uno stopper d’emergenza

TORINO. Per Francesco Morini, stopper della Juventus, non esiste il logorio del tempo, quel senso di «noia pallonara» che colpisce i giocatori da tempo sulla ribalta dei campi di calcio. Il difensore bianconero, da un po’ di tempo a questa parte, gioca con lo spirito e l’agilità del ventenne, risultando sempre uno dei migliori in campo, nei giudizi della critica e degli avversari. Ora lo ripropongono per la Nazionale. Tutto giusto, tutto bello. Ma ha dovuto fermarli proprio tutti (diciamo i centravanti che si è trovato di fronte) per poter essere nuovamente preso in considerazione a livelli azzurri. Dal talento Rossi, a Graziani, a Calloni, i «numeri nove» sono passati sotto il suo gioco: e ora, giunto sulla soglia dei trentaquattro anni, si ritorna a parlare di lui come dell’eventuale stopper della Nazionale per i Mondiali argentini.

Che ne dice Morini, toscano di quelli arguti, che alla protesta preferisce l’ironia, alla polemica spicciola il motto di spirito? «Non so niente – esordisce lo stopper – per ora penso soltanto alla Juventus, perché spero di essere riconfermato in bianconero per molti anni ancora. Vorrei finire la mia carriera a Torino, anche perché non ho più voglia di girare per l’Italia. La conduzione bianconera va d’accordo con il mio carattere, con la mia idea di società. Mi dici della Nazionale. La mia sembra soltanto una soluzione di ripiego, visto che i titolari sono fuori forma o sono infortunati. La verità è che se Bellugi fosse al massimo della forma non si parlerebbe del sottoscritto. Eppoi ci sono ancora Mozzini e Manfredonia, due che hanno la precedenza su di me perché hanno giocato le partite di qualificazione. Comunque, se hanno bisogno di me sono pronto: sto bene e a giugno spero di stare ancora meglio».

– Stai attraversando un periodo particolarmente felice. A cosa devi questa tua forma splendida?
«Certi mi scoprono soltanto adesso, ma io sono dodici anni che gioco in questo modo! La mia forma di oggi è quella che ho avuto sempre. Soltanto che in Italia il metro di giudizio è singolare: se l’avversario diretto ti fa gol, se la squadra perde, hai giocato senz’altro male, non ci sono santi. I giornalisti sono portati a vedere ora questo, ora quel giocatore, ma i miei allenatori possono testimoniare che ho sempre reso come in questo campionato. Ogni anno mi dicono: questa è stata la tua annata migliore. Diavolo, dico io, allora ho davvero giocato sempre bene…».

– Eppure c’è stato un momento in cui non rendevi al massimo.
«Certo, tre-quattro anni fa quando avevo un incredibile male a un piede. Quando uno è infortunato non può assolutamente rendere, vedi il caso di Bellugi».

– Il Morini odierno è davvero un Morini eccezionale…
«Ti ripeto, il mio gioco è sempre lo stesso: marco con attenzione l’uomo, mi allargo e con l’esperienza ho imparato anche a stare meglio sul campo. Sono tranquillo, completamente rilassato. Oggi si parla tanto di fuorigioco, ma io il fuorigioco lo applicavo già ai tempi della Sampdoria, insieme a Bernasconi e Vincenzi. Quando ci trovavamo di fronte Combin era una pacchia: lui partiva a testa bassa e scattava con furia; noi io mettevamo sempre in offside, senza problemi. L’importante per un difensore è di stare bene fisicamente: anche una piccola distorsione o un leggero male al fegato possono pregiudicare una gara. Toccando ferro, io ho avuto poche disgrazie».

– Quest’anno sei riuscito nella non facile impresa di fermare Paolo Rossi.
«Dipende tutto dalla partita. Rigiochi lo stesso incontro e la punta ti segna due gol. A volte è questione di centimetri, di una finta riuscita, di una prestazione collettiva della squadra. Rossi è un grosso giocatore e a Vicenza lo marcavamo in due o tre. Questo perché i vicentini, forse per paura, giocavano stranamente contratti e l’unico a rimanere all’attacco era Paolo. Così se il centravanti mi scappava, veniva bloccato dai miei compagni liberi da impegni, che avevano cioè l’uomo in funzione difensiva» .

– Ti ritieni un difensore olandese?
«Il gioco olandese – a mio parere – è una tattica e non un modo singolo di intendere il football. Nel calcio l’importante, da sempre, è attaccare in undici e difendersi in undici, giocando a tutto campo. Poi ogni singolo calciatore ha una sua caratteristica che lo contraddistingue dagli altri. Mi sembra logico».

– Oual è stato l’ultimo incontro che hai giocato in azzurro?
«Urss-ltalia 1-0, quando si fece male Capello (Mosca 8 giugno 1975, n.d.r.). Marcavo Onishenko, una mezza punta, Blochin era custodito da Rocca. E’ stata una bella partita, che non meritavamo di perdere. Mi sono divertito e ho marcato Onishenko a tutto campo».

– Non ti ha deluso – in seguito – il fatto di non essere più convocato?
«Sinceramente pensavo di andare avanti, non avevo mai commesso grossi errori. Ma stavano nascendo le nuove leve e per gli ‘anziani’ gli spazi iniziavano a diventare stretti».

– Certo che ora un pensierino all’azzurro…
«Non nego niente, perché la Nazionale è sempre un grosso premio per qualsiasi giocatore. Ma l’azzurro stanca: vedo gli sforzi che fanno Causio e lardelli, sempre in viaggio. La Juventus deve pensare alla Coppa dei Campioni e allo scudetto: quando finiscono queste partite siamo tutti un po’ ridotti al lumicino, abbastanza stravolti. Ringrazio per l’interessamento da parte di Bearzot, ma se Bellugi si rimette è giusto che giochi lui».

– Certo che una coppia Morini-Scirea in Nazionale non sarebbe poi tanto male…
«In effetti Bearzot potrebbe prendere in considerazione questa eventualità. lo e Gaetano siamo molto affiatati e questo è un particolare da tenere in considerazione. A proposito di Scirea: è ora di finirla con le critiche assurde nei suoi confronti, lo dico soltanto che è un grande giocatore: è tempista, sa appoggiare, di testa è buonissimo. Credimi: è uno dei più forti liberi del mondo».

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