GIACOMO BULGARELLI – ottobre 1974

Bologna, 6 ottobre. «Un capitano che non gioca». Lo dice senza ironia, con un sorriso pacato. La gamba di Giacomo Bulgarelli da Bologna è ancora malata. «Non è soltanto la conseguenza della ferita raccolta sul campo contro la Corea, — aggiunge calmo —. Sono piuttosto la somma degli anni di lavoro, di battaglie in cui mi sono gettato, dell’età che comincia a farsi sentire».
Ha gli occhi di smalto blu, il viso segnato, un bel vestito da campagna colore delle foglie secche. Parla con molta proprietà, senza affettazione e aperti slanci di sincerità. Oggi non ha giocato.
«Sono queste le partite che un giocatore vorrebbe fare, — racconta —. La Juventus ha aperto il gioco a Bologna dove molti romagnoli sono juventini. Praticamente ha giocato in casa. Lo stadio di Bologna, quando viene la Juve, è sempre esaurito, l’entusiasmo è sempre altissimo, il gioco è sempre eccitante. Restare fuori da una partita così, è un’occasione perduta. E oramai, di occasioni, a me non ne restano tante».
Il suo ginocchio è ancora tutto da rivedere, forse sarà operato. «Sono agli sgoccioli. — dice —, e mi dispiace molto. Se penso a ventun’anni fa, quando ho cominciato. Ma egualmente, pian piano, mi sono preparato all’idea che un giorno dovrò lasciare il campo. Intendiamoci, non intendo ancora rinunciare. Ma devo rendermi conto che più in là di tanto non si può andare. A 34 anni una partita costa molta fatica. Te ne accorgi quando l’hai finita, da come non riesci più a recuperare come prima».
Fa piacere parlare con lui. E’ intelligente, sereno, privo di presunzioni e di orgogli sbagliati. Rispetto ai suoi colleghi coetanei, è maturo come nessun altro. E’ anche molto civile. Viene dalla campagna, un paese piccolo vicino a Bologna che si chiama Portonovo. Sua sorella ha sposato un conte. «Quando venne a parlare con mio padre, — racconta —, papà commentò: mondo boia, ma quanti nomi che ha questo ragazzo». Ride con garbo. Si capisce che tiene conto più che altro della sostanza. Infatti gli piace ammetterlo, ma non può negarlo: «Il mondo del calcio, rispetto ai miei tempi, è molto peggiorato umanamente, oltre che calcisticamente. Noi eravamo molto meglio».
Parla dei suoi tempi come se fosse passato un secolo. «Ma è passato davvero, — sostiene —. Non ci sono confronti. Allora si sono fatte delle buone partite. C’era un parco giocatori veramente in gamba. C’erano gli stranieri fuoriclasse come Suarez, Sivori, Angelillo, Altafini, Charles. E poi c’eravamo noi ragazzini, che per essere ragazzini, non eravamo niente male. Dico di Rivera, di Mazzola, di Riva e di me stesso adolescente. Da noi a quelli che ci stanno succedendo è saltata di netto una generazione. Questi nuovi, e qualcuno è bravo per davvero, sono presuntuosi. Pretendono di saper già tutto sul calcio, non accettano né insegnamenti né di applicarsi troppo. Personalmente, alla mia età, alla vigilia di lasciare il campo, io credo che avrei da imparare ancora moltissimo».
E’ sposato, ha tre figli, una laurea in legge quasi in tasca. «Ho pensato che mi rimetterò a studiare in un altro ramo. Mi piace la campagna, in fondo ci sono nato. Se studiassi agraria, potrei fare il contadino con basi scientifiche, moderne. A Portonovo ci sono le zanzare, a Bologna c’è la nebbia e molto freddo. Eppure non c’è altra campagna al di fuori di Portonovo dove io vorrei stare, e non c’è altra città oltre a Bologna dove vorrei andare».

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Infatti, gioca da ventuno anni al pallone e non ha mai lasciato la sua terra. «E’ difficile lasciare Bologna», dice con calma. Il volto esprime a tratti sorrisi caldi di simpatia. «Questa è retorica, ma lo penso ugualmente», ha l’onestà di ammettere. «Lasciare Bologna, dopo anni che ci vivi e ci lavori, ti pare un tradimento. Lo chieda al “dottore”, se non è cosi ». Il dottore è Bernardini, l’allenatore che portò a Bologna uno scudetto famoso, la sua vitalità eccezionale, la sua comunicativa.
«Qui a Bologna — dice —, Fulvio Bernardini si trovava a casa. E’ stato quattro anni con noi e non ha mai avuto un momento di nostalgia». Bulgarelli parla volentieri di lui. Fra i due c’è una stima reciproca, ed anche molto affetto. Bernardini ha mandato a salutare Bulgarelli, Bulgarelli ne è felice e dice ai compagni vecchi, oggi tutti insieme su un campo da tennis: «Il dottore ci manda a salutare tutti».
Il dottore, aveva detto, qualche giorno prima, ciò che in fondo pensano in molti. Che Bulgarelli, cioè, non ha avuto tutto ciò che si meritava. Che la sua intelligenza e la sua bravura sono andate un tantino sprecate. Che probabilmente, messo in squadre clamorose come la Juventus, il Milan o l’Inter, avrebbe potuto raggiungere la popolarità di Rivera e di Mazzola. Bulgarelli ascolta con appena mezzo sorriso sulle labbra e risponde subito:
bulgarelli-intervista8-ottobre-1974-wp«Anch’io ho pensato a queste cose. Anch’io ho pensato che molto sarebbe cambiato se avessi accettato le proposte che ho avuto, ai tempi d’oro, di lasciare Bologna. Ma ho sempre concluso che, in cambio, molto avrei dovuto rinunciare, perdere, sotterrare, lo amo questa città perché mi si permette di avere una dimensione come uomo prima ancora che come calciatore. Qui mi è stato possibile avere anche altri interessi al di fuori del calcio, stare più vicino alla mia famiglia, seguire di più i miei bambini. Ad esempio, io ho tre figli e mi sento molto responsabile nei loro riguardi. La mia preoccupazione è che crescano rispettandosi e volendosi bene, col senso della solidarietà e della famiglia così come l’abbiamo mia moglie ed io. Inoltre mi piace andare in campagna, frequentare gente anche al di fuori dell’ambiente del calcio, leggere, camminare per la città. Qui, è possibile. Qui, il massimo che ti può succedere se t’incontrano per strada, è un “Ciao Giacomino”. Per tutto il resto, sei un uomo e basta. Non un calciatore. non un campione, non un milionario. Sei proprio un uomo e basta: ed è sull’uomo che Bologna misura la sua stima, la sua simpatia. Tutto ciò ti dà molta fiducia e un gran senso di sicurezza. Altrove forse avrei perduto queste cose che invece sono molto importanti per me. Certo, sentirsi cercato da società grosse mi faceva piacere, è inutile negare la soddisfazione. Quando però s’era da concludere, ogni volta mi veniva da pensare: speriamo che vada tutto a monte, se no sono costretto a fare marcia indietro».
Inoltre c’è il suo ginocchio «coreano». Sono anni che questa rotula lo frena e gli impedisce di giocare come vorrebbe. Sicché è logico pensare che, senza questo ginocchio ammaccato, Bulgarelli poteva diventare qualcosa di più e forse avrebbe conteso i titoli grossi ai soliti quattro che invece da anni si dividono le pagine dei giornali.
«Rifiuto di pensare che io abbia perduto, a causa del mio ginocchio, migliori occasioni. Per non rischiare le gambe avrei dovuto giocare in altra maniera. Se avessi giocato in altra maniera, non mi sarei sentito appagato, io sono uno che gioca senza pensare a cosa gli accadrà l’anno dopo. Gettarmi nella mischia è sempre stata una mia aspirazione, combattere e battagliare è stato il massimo del mio godimento sul campo».
Dice tutto ciò con aria soave, subito dopo aver confessato con garbo: «Sono un animo gentile». Infatti, in lui niente stona e niente deborda, i sentimenti sono puliti, le parole sono giuste, le ammissioni più che oneste. L’occhio celeste, tuttavia, ora è allegro, irridente e persino astuto. «La mia aggressività sul campo è l’esplosione della mia aggressività repressa nel vivere di tutti i giorni». Dunque, anche questo mite e tranquillo futuro signore di campagna ha il suo risvolto segreto. «Eccome — ammette senza falso pudore —. Altroché, se ho il risvolto. E’ che lo maschero bene, lo contrabbando. Ho anch’io le mie crisi, i miei dubbi, le mie contraddizioni, i miei rimpianti. Fare il capitano in panchina, per esempio: s’è mai sentito?».