ANTOGNONI Giancarlo: l’invidia degli Dei

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La radio a transistor rendeva ancora più gracchiante la voce, già roca, di Sandro Ciotti che si avviava a concludere il suo breve intervento di approfondimento dallo Stadio Bentegodi di Verona. La Fiorentina di De Sisti, Superchi, Merlo e Brizi, del “gringo” Clerici e di Nello Saltutti aveva vinto per 2-1, in una partita di per sé di secondaria importanza nell’economia di quel campionato al suo avvio, un campionato nel quale la squadra viola era allenata da un “maestro” come Niels Liedholm. I riflettori in quella terza giornata erano tutti puntati sullo storico 9-3 rifilato dal Milan all’Atalanta, un risultato destinato a restare, ancora oggi, quello con il maggior numero di gol nella storia del nostro campionato.

Ad un certo punto, fra le classiche note sulla partita in margine al tabellino dei marcatori, Sandro Ciotti pronunciava una frase che si sarebbe rivelata profetica come poche: “Oggi ho visto esordire un campione.” Il calciatore che tanto aveva entusiasmato “the voice” era un diciannovenne umbro dal mento pronunciato, gli occhi spiritati, che sembravano sempre fissare punti lontani dando l’impressione di una timidezza esagerata, ed i piedi fatti della stessa materia con cui si fabbricano i sogni; il suo nome: Giancarlo Antognoni. Sandro Ciotti aveva visto giusto, sul prato verde dello Stadio veronese aveva mosso i primi passi di una splendida carriera il talento forse più puro di quella generazione che avrebbe espresso la squadra capace di conquistare il terzo titolo mondiale.

Giancarlo Antognoni, quel pomeriggio indossava la maglia numero otto e mostrava il passo e le caratteristiche inconfondibili del grande interno: visione di gioco, falcata elegante, testa alta, facilità di calciare con entrambi i piedi ed una buona velocità di corsa e di esecuzione. Accanto a lui in quella Fiorentina “d’emergenza”, ricordano le cronache, giocano Merlo, Mario Perego, il “gringo” Clerici ed un vecchio campione giunto al capolinea di una carriera ricca di successi e soddisfazioni: Angelo Benedetto Sormani. Liedholm, che ha scoperto il talento di Antognoni e ha convinto la società viola a pagarlo una fortuna (alla fine l’Astimacobi riceverà 700 milioni di allora!), è un buon conoscitore dei giovani talenti e lo utilizza con grande sapienza.

Giovanissino nelle fila dell'Astimacobi e con la Fiorentina 1972/73

Giovanissino nelle fila dell’Astimacobi e con la Fiorentina 1972/73

”Mastro Niels” ha a disposizione due interni di grande esperienza, gli scudettati Merlo e De Sisti, ma dalla prima volta che lo ha visto ha capito che quel ragazzo ha una marcia in più e ne ha preparato l’inserimento a fianco dei due titolari con calma , convinto com’è che una volta che Giancarlo fosse entrato in squadra non ne sarebbe più uscito. Anche Nils Liedholm ha visto giusto, per Antognoni da lì in poi è un crescendo, il ragazzo mette in mostra una grande abilità tecnica, un tiro potente e grande iniziativa.

La sua falcata è inconfondibile, non si ricorda, un calciatore altrettanto coordinato ed al tempo stesso veloce nella corsa e nei tempi di esecuzione, un interno tanto abile nel tocco smarcante quanto capace di lanci di quaranta metri grazie ad una facilità di calcio con pochi paragoni. Il pubblico della Fiorentina lo adotta subito, il cognome viene adattato in nomignolo e Antognoni diventa “Antonio”, “il ragazzo che gioca guardando le stelle”, “l’ENEL” perché quando gioca lui si accende la luce.

A fine stagione Liedholm lascia Firenze per Roma ed al suo posto arriva un allenatore emergente, Gigi Radice, che mette in campo una Fiorentina bellissima e aggressiva. “Antonio” ha perso il suo maestro, ma nel gioco offensivo proposto dal nuovo allenatore dimostra di trovarsi altrettanto a suo agio, se non di più nonostante venga spesso impiegato con compiti di uomo di fascia per coesistere con De Sisti e Merlo.

A vent’anni appena compiuti entra addirittura nel ”listone” dei quaranta calciatori preselezionati per il Mondiale tedesco dal C.T. Valcareggi, un mondiale la cui deludente conclusione, con l’Italia mandata a casa subito, rappresenterà una grande e decisiva svolta per la carriera del giovane talento gigliato. All’inizio della nuova stagione, a Firenze c’è un’altra grossa novità. Radice è andato via per dissapori con il presidente Ugolino Ugolini che ha chiamato nientemeno che Nereo Rocco, vale a dire colui che ha allenato Gianni Rivera, il calciatore di cui la critica indica in Antognoni l’erede naturale.

Ancora più grossa la novità nella Nazionale dove il timone passa nelle mani di un tecnico di assoluto valore,un nome scelto per il prestigio che lo rende praticamente inattaccabile: Fulvio Bernardini. “Fuffo” decide subito per la rivoluzione: via Mazzola e Rivera e largo ai giovani “dai piedi buoni”. Naturalmente nel suo taccuino al primissimo posto c’è il nome di Antognoni che viene convocato, poco più che ventenne, e lanciato in prima squadra in una difficilissima partita valida per le qualificazioni all’Europeo, a Rotterdam, nientemeno che contro l’Olanda di Cruyff, “l’arancia meccanica” che ha conquistato unanimi consensi al Mondiale.

Quella sera, sul terreno dello stadio Feijenoord, Antognoni strabilia. Su un suo lancio Boninsegna porta in vantaggio gli azzurri, sempre su un suo passaggio smarcante lo stesso centravanti azzurro si libera e sta per segnare il gol del raddoppio quando viene messo platealmente a terra senza che l’arbitro, il sovietico Kasakov che chiuderà quella sera la sua dimenticabile carriera, se ne dia per inteso. Poco dopo ancora Antognoni, da trenta metri, esplode un destro che si insacca nell’angolo alto alla destra di Jongbloed che resta come fulminato, ma ancora l’ineffabile Kasakov annulla. Il “ragazzo che gioca guardando le stelle” per tutto il primo tempo strappa la scena ai celebratissimi campioni olandesi. I compagni di centrocampo, fra i quali l’esperto Juliano, gli appoggiano il pallone con fiducia e lui li ripaga giocando da veterano. Alla fine l’Olanda, trascinata da un Cruyff mostruoso, vince per 3-1, rimontando gli azzurri dopo essere stata “salvata” dalle decisioni dell’arbitro russo.Giancarlo Antognoni colleziona così, accanto ad una grande prestazione, anche la prima di una lunga serie di amarezze che caratterizzeranno la sua lunga avventura azzurra.

Rocco, alla Fiorentina, intanto ne cura con attenzione la crescita. Quel ragazzo di grande talento gli ricorda il “suo” Gianni Rivera ed è prodigo di consigli per quel calciatore cui consegna la maglia numero dieci che gli appartiene per diritto di classe. Sono anni di transizione per la società viola che ha perduto molti dei calciatori che le hanno regalato l’ultimo scudetto; De Sisti, anche per far spazio ad Antognoni dice qualcuno, è tornato alla Roma dove ha raggiunto Liedholm che ha il nome di Giancarlo sempre sul suo taccuino. Nonostante i sostituti non sempre si dimostrino all’atezza, a fine stagione la Fiorentina, battendo il Milan in finale, conquista la Coppa Italia. Non sono molti quelli che quella dolce serata romana pensano che quello possa rimanere l’unico trofeo conquistato da quella mezz’ala dalla corsa così elegante.

Attorno al nome di Antognoni, infatti, cominciano ad accendersi gli interessi dei grandi club del nord, ma anche della Roma e del Napoli. La Juventus è la più determinata, ma la Fiorentina resiste, il Milan si fa sotto anche su consiglio di Rocco, ma Rivera è ancora in attività e questo frena molto l’interesse della società rossonera. Il Napoli alla fine punta tutto sull’acquisto record del centravanti del Bologna Savoldi :due miliardi, una follia. Intanto a Firenze è arrivato Mazzone, un burbero come Rocco, che regala un paio di stagioni serene alla Fiorentina, ma senza sprazzi, senza sogni. Se ne va anche Merlo ed Antognoni eredita, a ventuno anni, il ruolo di leader del centrocampo e della squadra intera per il quale la critica, spesso malevola, non lo ritiene pronto.

Intanto in Nazionale cominciano i problemi, qualche critico valuta velenosamente alcune prestazioni incolori della squadra attribuendone la responsabilità ad Antognoni cui, anche in azzurro, vengono negate le doti necessarie a ricoprire il ruolo di interno di regìa. Bernardini, affiancato da Bearzot, lo difende a spada tratta: ”Ha i piedi buoni” è la sentenza di Fuffo Bernardini che chiude molte bocche.Arriva finalmente la consacrazione, dopo l’eliminazione dall’Europeo, gli azzurri sono costretti a sfidare l’Inghilterra per qualificarsi ai Mondiali d’Argentina ed a Roma,nella sfida decisiva, è Giancarlo Antognoni a segnare il gol di apertura con un gran calcio di punizione che batte Clemence dopo aver sfiorato il polpaccio di Keegan. Antognoni gioca una grande partita, ma quel gol, con sottile perfidia, gli viene sottratto dagli almanacchi: è un’altra amarezza azzurra, ripagata tuttavia dalla speranza di rifarsi al Mondiale.

Italia-Inghilterra 2-0; siamo nel 1976 e Bearzot catechizza Antognoni

Speranza vana, dopo due anni di ottime condizioni fisiche, proprio nella stagione dei mondiali Antognoni è perseguitato dalla tarsalgìa che ne pregiudica il rendimento, sia in campionato che in nazionale, dove la “sostituzione di Antognoni” diventa un classico. Intanto la situazione della Fiorentina, con la sostituzione di Mazzone, prima con Mazzoni, poi con Chiappella si fa drammatica, lo spettro della retrocessione si materializza delineandosi sempre più nitidamente come l’inevitabile conclusione di un’annata disgraziata oltre ogni limite.

Nel calvario della Fiorentina, Antognoni vive un calvario personale fatto di partite giocate zoppicando, con un dolore al piede che diventa sempre più una costante e che sembra allontanarlo inesorabilmente dal calcio e dal suo primo mondiale. Qualcuno gli “consiglia” di riposarsi per il Mundial e per approdare la stagione successiva in uno squadrone anche perché la Fiorentina sembra spacciata e la serie B una realtà inevitabile, ma Antognoni è da tempo diventato “il capitano” e decide di lottare fino alla fine per la “sua” Fiorentina assumendosi tutte le responsabilità che il ruolo gli impone.

Col Torino, una delle grandi che lo ha cercato su pressione di Gigi Radice, segna un memorabile gol su calcio di punizione regalando un lumicino di speranza nella salvezza quando ormai tutto sembra perduto, ma la domenica dopo, a Pescara, Giancarlo vive uno dei momenti più neri della sua carriera: a pochi minuti dalla fine, la Fiorentina, che “deve” vincere per forza contro i già condannati abruzzesi, si vede assegnare un rigore provvidenziale. Antognoni va sul dischetto per giocare il pallone più importante della sua carriera, almeno fino a quel momento, prende la rincorsa e sbaglia. Su quel pallone che finisce fuori il mondo sembra crollare addosso al giovane campione viola che resta in una sorta di apnea agonistica fino al gol, a tempo scaduto, segnato da Ezio Sella che ridà fiato alle speranze di salvezza materializzatesi poi all’ultima giornata in uno scontro da brividi col Genoa.

Il calvario di Antognoni continua poi al Mondiale d’Argentina. Il “capitano” non si è risparmiato ed il dolore al piede è ormai una sorta di “scimmia sulla spalla”, uno sgradito inquilino con cui fare costantemente i conti. Nell’ultima parte della stagione uno speciale plantare sembra dargli qualche beneficio e con la speranza che la cosa si confermi al Mundial, Antognoni parte per l’Argentina, ma purtroppo “Antonio” ruscirà a giocare da par suo solo la partita contro i padroni di casa, una partita vinta grazie ad un’azione iniziata da lui e magistralmente conclusa da un triangolo Paolo Rossi-Bettega. La delusione è grande, l’Italia, che con l’apporto di un Antognoni al 100% avrebbe potuto lottare per il titolo, deve accontentarsi del quarto posto e Antognoni ha perso la possibilità di mostrarsi su un palcoscenico internazionale, un’occasione che, viste le ristrettezze della società viola, può garantirgli solo la Nazionale.

Intanto a Firenze arriva Carosi, un allenatore chiamato per rilanciare la Fiorentina dei giovani cui Antognoni è chiamato, a soli ventiquattro anni, a fare da chioccia. In due anni di relativa tranquillità, Giancarlo Antognoni disputa forse le sue due migliori stagioni agonistiche, grazie soprattutto alle buone condizioni fisiche, infatti il plantare ha risolto, col tempo, il problema della tarsalgìa. La corte delle grandi società è sempre più serrata, la solita Juve ed ancor di più la Roma del suo “scopritore” Liedholm sembrano sul punto di aggiudicarsene le prestazioni.

Nell’estate dell’80 la cosa sembra fatta, ma la famiglia Pontello rileva la Fiorentina ponendo come condizione al suo impegno economico la permanenza di Antognoni in viola; è la svolta tanto attesa, con i miliardi dei famosi imprenditori Firenze può finalmente dare al suo gioiello una squadra all’altezza. Prima dell’Europeo arriva un’altra tegola per Antognoni che, in grande forma, è atteso come uno dei grandi protagonisti del torneo: lo scandalo del “calcio scommesse” toglie alla Nazionale giocatori come Paolo Rossi, Giordano e Manfredonia riducendo notevolmente le potenzialità azzurre. Così Antognoni colleziona un’altra amarezza: gli azzurri vengono bloccati sullo 0-0 dal Belgio ed esclusi dalla finalissima vinta dalla Germania.

Rimasto a Firenze, con l’arrivo dei Pontello che lo ha definitivamente tolto dal mercato, Giancarlo spera di poter contare su una formazione finalmente competitiva e dopo un anno di assestamento, nel quale trascina gli azzurri alla qualificazione mondiale, arriva la grande occasione, quello che estimatori e detrattori sanno potrebbe essere l’anno della verità. La Fiorentina, affidata a “Picchio” De Sisti, ex-compagno di Giancarlo in maglia viola, si è rafforzata con l’arrivo dei granata Pecci e Graziani, e dei giovani Monelli e Massaro e la critica la inserisce in quello che è detto “il ristretto novero delle favorite” assieme a Roma e Juventus , inoltre, a fine campionato, ci saranno nuovamente i Mondiali, in Spagna.

La sorte, tuttavia, gli prepara un tiro mancino. Quella sorta di “invidia degli dei” che accompagnerà tutta la sua carriera lo colpisce malignamente nel momento in cui, dopo un avvio difficile, la Fiorentina e soprattutto lui stanno per dare il meglio. Antognoni, quel freddo pomeriggio in cui la Fiorentina ospita il Genoa, è in cerca di rivincite. Nelle ultime due uscite ufficiali della Nazionale in gare valevoli per le qualificazioni Mondiali, due stentati pareggi a Zagabria con la Jugoslavia ed a Torino contro la Grecia, Bearzot lo ha sostituito a metà della ripresa e la stampa ha “montato” un caso sulla sua “tenuta” alla distanza, sul fatto che non è utile in fase difensiva. Tecnicamente parlando sono osservazioni risibili, in realtà c’è una sorta di “cartello” della stampa sportiva “nordista” che appoggia la candidatura del granata Dossena al ruolo di regista azzurro e fior di giornalisti e direttori di testata spingono per far fuori Antognoni dalla nazionale, prendendo spunto proprio da queste sostituzioni che lo stesso Bearzot si è affrettato a definire “frutto della contingenza”.

22/11/1981: l’infortunio di Antognoni

Quel pomeriggio la prestazione di Antognoni, dopo una decina di giorni di roventi polemiche, è brillante e grintosa. La Fiorentina è trascinata dal suo capitano e sta vincendo per 3-1 quando, su un rilancio della difesa, la palla arriva proprio sui piedi di “Antonio” solo davanti al portiere genoano Martina: è l’occasione da gol che Antognoni aspetta e cerca dall’inizio della partita. Giancarlo scatta, Martina esce. Il pallone rimbalza alto e l’attaccante viola cerca, un po’ goffamente, di anticipare il portiere di testa, mentre l’estremo difensore avversario gli si lancia incontro in maniera scoordinata con un ginocchio alto che colpisce Antognoni proprio alla regione parietale sinistra. L’urto è tremendo.

La scena è impressionante: attorno ad “Antonio” compagni ed avversari fanno gesti disperati, il medico della Fiorentina e quello del Genoa si affannano, compare la barella in un silenzio agghiacciante. Poi un massaggiatore fa un gesto di liberazione: il campione viola che aveva subito un arresto cardiaco ha ripreso a respirare e la barella prende la via degli spogliatoi salutata da un applauso carico di tensione. Le notizie si rincorrono, si capisce subito che l’infortunio è gravissimo, si teme addirittura per la stessa vita del capitano viola trasportato d’urgenza all’ospedale.

E’ l’inizio di un calvario: “Antonio” viene operato d’urgenza dal Prof. Mennonna, l’operazione riesce perfettamente, ma la convalescenza è lunga e proprio nell’anno che ha sempre sognato, quello della Fiorentina in lotta per lo scudetto, Giancarlo Antognoni deve stare fuori. Lo sostituisce Miani, un onesto operaio del pallone. La squadra resiste in testa e quando, dopo due mesi, Giancarlo si ripresenta in tribuna d’onore allo Stadio l’applauso è di quelli che non si scordano. Anche la “sua” Fiorentina gli fa un regalo insperato: al suo rientro in squadra, contro il Cesena qualche settimana dopo, la squadra viola è ancora alla pari con la Juve e “Antonio” può giocarsi lo sprint scudetto.

Di quello sprint Antognoni diventa subito protagonista: è suo il decisivo passaggio-gol a Casagrande proprio nel giorno del rientro ed è suo il gol con cui la squadra viola vince a Napoli la partita più difficile. Inutile ricordare l’epilogo di quel lontano sogno; in testa alla pari con la Juve all’ultima giornata la Fiorentina pareggia a Cagliari, mentre i bianconeri vincono a Catanzaro laureandosi campioni d’Italia senza la coda di uno spareggio indesiderato per l’imminente inizio dei Mondiali di Spagna. Di quei giorni di speranza ed amarezza resta un’immagine: il David di Michelangelo, in Piazza della Signoria, vestito con la maglia viola n° 10: il numero di “Antonio”.

Tardelli e Antognoni: nemici in campionato, amici in Nazionale

Neanche ai Mondiali la buona stella aiuta Giancarlo Antognoni. “L’invidia degli dei” stavolta si materializza con un gol valido annullato dall’arbitro Klein contro il Brasile e soprattutto nei tacchetti di un difensore polacco che, in un tackle vigoroso quanto fortuito, gli procurano un taglio dolorosissimo sul collo del piede destro, una ferita che lo esclude, a ventotto anni, dalla finalissima. “Antonio”, dopo un Mondiale in crescendo con gli assist serviti a Tardelli e Paolo Rossi contro Argentina e Polonia, è costretto a guardare la finale dalla tribuna con l’amarezza di vedersi sfuggire dalle mani un’altra grande occasione. La delusione è mitigata dalla conquista del titolo Mondiale e dalla cresciuta considerazione di Enzo Bearzot che gli affida, senza più dubbi ed alternanze, la maglia numero 10 nel dopo-Mundial.

La stagione successiva è ancora buona. A Firenze è arrivato Passerella, la Fiorentina resta fra le prime del Campionato vinto dalla Roma, ma esce dalla lotta per lo scudetto che diventa l’obiettivo primario per la stagione ’83-’84, una stagione ricca di aspettative e soprattutto di promesse. De Sisti, velatamente accusato di “troppa cautela” nella gestione della squadra nell’anno del “mancato scudetto”, ottiene l’acquisto di Oriali, che sta vivendo onestamente gli ultimi anni buoni di un’indimenticabile “vita da mediano” ed inventa Massaro centrocampista creando, con Pecci ed Antognoni, una grande macchina da gioco.

Il calcio di quella Fiorentina è aggressivo, bellissimo e Antognoni ne è il fulcro: indimenticabile un gol in tuffo di testa nel 3-3 casalingo contro la Juventus. Nell’anno dell’arrivo di grandi campioni come Zico e Cerezo, il calcio più bello si gioca a Firenze e l’undici viola chiude il girone d’andata in piena lotta per lo scudetto con la Juve e davanti alla Roma ed al Torino. Ma “l’invidia degli dei” è pronta all’ultimo agguato e, come ha sempre fatto, colpisce nel momento più bello, il momento nel quale tutto sembra volgere al meglio, durante una delle più belle prestazioni della Fiorentina e di Antognoni in quel Campionato.

In un “Comunale” pieno di luce e di sole, la squadra viola sta vincendo 1-0 contro la Sampdoria, “Antonio” è il migliore in campo e ha anche sbloccato il risultato. Sono passati quattro minuti dall’inizio della ripresa quando, come due anni prima con il Genoa, gli arriva un passaggio che lo libera verso la porta. Giancarlo si lancia con decisione su quel pallone invitante, ma si allunga leggermente troppo la sfera nel momento di dribblare l’ultimo avversario, Stefano Pellegrini che cerca di bloccarne l’azione. Nel tentativo di recuperare il controllo della palla il capitano viola perde la sua leggendaria coordinazione, allunga un po’ troppo la falcata, sorprendendo, forse, il blucerchiato che sta intervenendo. L’impatto è atroce.

Febbraio 1984: il nuovo infortunio ad Antognoni

Saltano tibia e perone, la diagnosi parla subito di frattura scomposta, la stessa che chiuse drammaticamente la carriera di Bruno Mora vent’anni prima. Il pubblico viola capisce subito che si tratta di un incidente gravissimo e l’applauso che accompagna l’uscita del campo della barella è ancora un misto di augurio e rabbia, ma stavolta ha in sé il calore di un arrivederci e l’angoscia di un addio. Le prime notizie dopo l’operazione lasciano poche speranze: l’incidente è gravissimo, si parla senza mezzi termini di carriera finita, ma Giancarlo promette di fare tutto pur di tornare a giocare.

Sarà di parola, diciotto mesi dopo l’incidente si riaffaccia in panchina, a Verona nello stadio del suo esordio come in una simbolica rinascita e la domenica dopo, in un Comunale festante, entra in campo, a venti minuti dalla fine, al posto di Roberto Onorati: è la undicesima giornata del campionato 1985-86, Giancarlo Antognoni ne ha saltate cinquantadue. In quel periodo, mentre Giancarlo si allena salendo e scendendo i gradoni delle curve del Comunale, alla Fiorentina sono cambiate molte cose. In panchina non c’è più De Sisti ed al suo posto è arrivato Aldo Agroppi, col quale Antognoni non lega molto. Fra i due nascono anche dei dissapori gonfiati dalla stampa tanto che la frangia più estremista della tifoseria viola arriva ad assalire il tecnico accusato di discriminare il capitano viola. Nonostante ciò la Fiorentina vola, alla fine sarà quarta.

Tutti però capiscono che Giancarlo Antognoni è arrivato al capolinea della sua vicenda di fuoriclasse. ”Il ragazzo che gioca guardando le stelle”, “l’ENEL”, non ci sono più, al loro posto c’è un buon giocatore, un grande professionista, ma la magìa è stata rapita da quella maledetta “invidia degli dei” che lo ha perseguitato per tutta la carriera , con costanza e cattiveria. Fa ancora un campionato buono, ma nulla più. Poi chiude col calcio giocando un anno al Losanna, in Svizzera, nel più anonimo dei campionati, in un calcio lontano dal nostro molto più di quanto suggerirebbe la geografia.

Ma c’è un lieto fine a questa storia che diventa subito leggenda. Accade quando, in una Firenze ribollente d’amore per il “suo Antonio”, Giancarlo Antognoni dà l’addio al calcio di fronte ad uno Stadio Comunale tutto esaurito come per una sfida con la Juve. Quando esce dal campo per l’ultima volta, salutato dall’ultimo applauso, Giancarlo Antognoni entra direttamente nella leggenda della Fiorentina e del calcio italiano, dimostrando che avevano ragione gli antichi greci : un “eroe popolare” come lui poteva sconfiggere persino gli dei e la loro invidia.

Testo di Francesco Parigi