GIANLUCA DE PONTI – marzo 1980

Chiacchierata a ruota lìbera con Giambattista Fabbri, l’uomo che sta guidando l’Ascoli verso la Coppa UEFA

Gibì a gogò

GIAMBATTISTA FABBRI è nato a San Pietro in Casale (provincia di Bologna) |’8 marzo 1926. La sua avventura nel mondo del calcio comincia naturalmente come giocatore, anche se le soddisfazioni (eccezion fatta per un po’ di serie A col Modena di Alfredo Mazzoni) non sono eccessive. L’esordio in panchina avviene nella stagione 63-64 con la Spal: i biancazzurri giungono pero diciassettesimi e quindi retrocedono. Dal 65-66 al 67-68 Fabbri si dedica alle squadre giovanili, per poi tornare alla guida della formazione maggiore nel 68-69, quando subentra a Montanari ma non riesce a salvare la Spal da un’altra retrocessione. L’anno dopo parte come mister titolare, ma dopo poco viene sostituito da Corsi e la sua avventura ferrarese si conclude. Nel 70-71 approda a Cesena al posto di Bonizzoni e riesce a salvare i romagnoli che giungono sedicesimi. La successiva stagione è alla Sangiovannese (serie C), dove rimedia un’altra retrocessione. Nel 72-73 è a Giulianova (che arriva secondo), poi passa al Livorno (sostituito da Uzzecchini) e, nel 74-75, è al Piacenza, col quale ottiene la promozione dalla C alla B. Ma anche a Piacenza Gibì non ha molta fortuna, visto che l’anno successivo non riesce ad evitare l’ennesima retrocessione. Dal 76-77 al 78-79 Fabbri e al Vicenza (una promozione dalla B alla A un secondo posto alle spalle della Juventus e una retrocessione); poi, quest’estate, si trasferisce ad Ascoli e inizia la sua lenta scalata alla Coppa Uefa. Ha vinto il Seminatore d’oro e il Guerin d’oro, entrambi per la stagione 77-78.

– Sinceramente: come si gioca oggi in Italia?
«Molto peggio di come si dovrebbe».

– E come si dovrebbe?
«Basta rifarsi al calcio straniero, basta osservare con attenzione».

– E allora la colpa di chi è?
«Di tutti quelli che non fanno calcio totale».

– Non è così facile…
«Facilissimo. O almeno facilissimo provarci. Ma ti ripeto: il calcio italiano non esprime che al sessanta-settanta per cento tutta la sua grande potenzialità»

– Grande?
«Sì, grande, credimi».

– Vediamo i rimedi: campionato senza retrocessioni?
«Ma no, la gente vuole sempre i due punti, tutti qui da noi esigono massimamente il risultato».

– Contratti pluriennali agli allenatori?
«Ma no, ogni allenatore nei limiti del possibile cerca di dare il meglio».

– Gli stranieri?
«Sì, forse. Diciamo che permetterebbero un certo salto di qualità».

– Dimmi tu i rimedi…
«Ingrandire le porte».

– Come sarebbe?
«Ma sì, ingrandire le porte. Capisco che può sembrare una proposta pazza e rivoluzionaria, capisco che tutti mi diranno sempre di no, ma se io allargo le porte, se io le ingrandisco per il lungo e per il largo, stai pure tranquillo che subito una squadra in gol ci va e se una squadra è in vantaggio, l’altra va sotto per rimontare e il gol lo fa oppure ne prende un altro e insomma ti garantisco che tre o quattro gol per partita non ce li leverebbe nessuno».

– Provo a dire io un rimedio: dieci allenatori con le tue idee…
«Può darsi che sia un modo per ovviare, ma non farmi fare la figura del presuntuoso, certe cose dille tu e basta».

– Gibì. due promozioni e due retrocessioni. Insomma, con te si sale o si scende?
«Hai ragione, due retrocessioni con Vicenza e Piacenza, ma guardiamoci dentro».

– D’accordo, quella del Vicenza…
«Al di là d’ogni altro discorso, mai il Vicenza aveva incassato tanto come in quell’annata. Due miliardi e settecento milioni, scrivi pure la cifra. E poi ventotto partite senza che su Paolo Rossi fosse mai fischiato un rigore. E altre cose strane, dai, non farmi parlare…».

– E Piacenza?
«Squadra neo-promossa, grossi problemi di adattamento alla serie superiore, poi retrocessione, ma con i fiori del trionfo per me. Mi vergognavo come un ladro. Il giorno che siamo ufficialmente retrocessi, mi hanno aspettato in trecento. “Oddio, oggi prendo le bastonate”, pensavo. Invece mi hanno sollevato da terra per il trionfo, una cosa che non dimenticherò mai».

– Esiste un calcio all’italiana?
«Esiste un calcio all’italiana che non sfrutta al meglio certi giocatori».

– Fammi un esempio.
«La Juve. Dimmi tu se un Brio o uno Scirea non devono essere sganciati in ben altra maniera».

– Cioè come?
«Sganciati sempre. A turno, ma sempre».

– Come mai lo scudetto lo vince l’Inter?
«Lo vince perché il Milan e la Juve non hanno Paolo Rossi».

– L’avessero?
«Non vincerebbe l’Inter».

– Tu alla guida di Inter, Milan e Juve faresti qualcosa di diverso?
«Sì. Qualcosa di diverso, cioè qualcosa di molto più audace. Il Milan ha almeno sei-sette giocatori da Nazionale, l’Inter ha un Canuti e un Bini che non devono essere immiseriti esclusivamente in funzione difensiva. Ecco, io non so se alla guida di queste squadre farei più punti, ma sicuramente farei praticare un calcio più corale e sicuramente farei divertire il pubblico».

– Mi dici come mai a cinquantaquattro anni non sei mai riuscito a guidare una grossa squadra?
«Forse sono debole nelle pubbliche relazioni, forse sono arrivato un po’ tardi alla notorietà e poi per un pelo non ho guidato il Milan e la Roma, eravamo sul punto di mettere qualcosa per iscritto, ma ho voluto giurare fedeltà a Farina. Insomma, mi è andata storta».

– Cosa pensi dei laureati di Governano?
«Ne penso tutto il bene possibile, ma penso pure che quei corsi dovrebbero riservarli solo a chi è stato giocatore di livello, almeno giocatore di A o di B».

– E un eventuale apertura agli allenatori stranieri?
«Forse sarebbero molto più utili dei giocatori stranieri».

– Probabilmente si adeguerebbero in fretta…
«Non è detto. Noi italiani scopiazziamo tutto e tutti. Magari ci metteremmo a scopiazzare anche ceree idee un po’ temerarie, non sarebbe mica un male…».

– Tu ci andresti a lavorare all’estero?
«Dipende. Io in Italia ci vivo benone, ma sarebbe affascinante la prospettiva di andare a dissodare un terreno vergine, tipo fare il missionario in una terra calcistica ancora all’abicì, poter insegnare sulla pietra grezza, poter far crescere una squadra proprio come dico io».

– Gibì, dove arriva questo Ascoli?
«Arriverà su, abbastanza su…».

– Uefa?
«Venti su cento, vediamo».

– E quanto incide Gibì in questo Ascoli?
«Modestamente credo di aver inciso moltissimo sul modulo e quindi sulla resa spettacolare dell’intero collettivo. Il che non esclude che anche un altro tecnico al posto mio potrebbe fare gli stessi identici punti».

– Ma come mai non vuoi ancora firmare?
«Neanche Bersellini ha firmato…».

ascoli-fabbri-1979-80

L’Ascoli 1979/80

– Sì, ma tu?
«Metti che perdiamo tre o quattro partite di seguito, metti che i tifosi prendano a contestarmi. No, no, aspettiamo ancora un mese e poi andrà a finire che firmo perché vicino ad Ascoli c’è il mare e il mio presidente è un simpaticone della madonna…».

– Ti secca essere definito allenatore di campagna?
«No. interpreto la cosa in questo modo: allenatore pratico e genuino, allenatore acqua e sapone. E’ vero, sono proprio così».

– Cos’è per te il denaro?
«Ti giuro che io mi divertirei moltissimo facendo l’allenatore anche a metà prezzo».

– Ti secca essere definito il profeta del calcio d’assalto?
«Mi offendo se si dimentica che spesso le mie squadre di gol ne prendono pochi pochi. Lo sai che il mio Giulianova chiuse un campionato con la miglior difesa in assoluto? E guarda l’Ascoli: pochi gol al passivo, guardaci…».

– C’è qualche allenatore che ti ha insegnato qualcosa?
«Ce ne sono molti. Ti dico Biavati, Gianni, Montesano, Boriani, ma soprattutto il vecchio Mazzoni, un grande maestro».

– Quali altri interessi hai nella vita?
«La caccia e la campagna, la vita di campagna appunto».

– Non sei mai preoccupato per l’avvenire dei tuoi figli?
«I miei figli perché?».

– Perché la società è sempre più violenta…
«Beh, sì, è vero, ma credo che i miei figli io e mia moglie li abbiamo instradati per bene».

– Gibì, tu di Paolo Rossi sei il padre?
«Padre, fratello e zio…».

– Ecco, secondo te cosa vuole realmente il Paolino?
«Semplice: vuole assolutamente giocare in una grossa squadra».

– Al posto di Farina tu cosa faresti di Paolino?
«Avrei fatto diversamente in passato. Avrei tenuto a Vicenza Lelj e Filippi, non sarei retrocesso e ancor oggi avrei Paolino e un Vicenza da Uefa».

– Sì, ma adesso?
«Adesso niente, adesso Paolino nel grosso club ci andrà».

– Nazionale: ti piace come gioca?
«No».

– No e basta?
«Anche in Argentina abbiamo dato meno di quel che dovevamo. Contro l’Olanda e il Brasile meritavamo ampiamente di perdere. Abbiamo buonissimi giocatori, siamo obbligati a fare molto e meglio».

– Hai qualche suggerimento specifico in materia?
«Bearzot è un privilegiato. Abbiamo tali e tanti giocatori da poter formare due nazionali dello stesso valore».

– Dimmi i nomi…
«Tardelli al posto di Gentile o di Cabrini, Buriani eventualmente per Oriali, Franz Baresi per Scirea e poi sotto con Altobelli, Beccalossi, Beppe Baresi, Antonelli, Moro e Scanziani».

– Scanziani?
«Sì, Scanziani è fortissimo, scrivilo».

– Insomma Bearzot sarebbe obbligato a vincere gli europei…
«Bearzot non deve mettersi problemi. Ogni ruolo in Nazionale è coperto come minimo da due giocatori».

– Ripeto: Bearzot è obbligato a vincere gli europei?
«E’ obbligatissimo».