GIGI SIMONI – Giugno 1978

Ripudiato da un’intera città, accetta le critiche ma non i sospetti gratuiti e spiega per la prima volta la «sua» retrocessione. Finendo con l’Argentina e con un «sogno proibito» dai contorni nerazzurri

Simoni s’Inter… roga

A GENOVA non gli vogliono più bene. Colpevole di aver riacceso nell’animo dei tifosi antiche passioni ormai dimenticate, o forse soltanto sopite, Gigi Simoni è diventato improvvisa­mente non un nemico ma una persona non gradita. A parte il presidente Fossati nessuno gli è rimasto vicino. A cominciare dal neo-direttore sportivo Riccar­do Sogliano che andava dichia­rando già un mese prima della fine del campionato che per lui Simoni non era più l’allenatore del Genoa. Gigi Simoni, trenta­nove anni, di Crevalcore, un paese in provincia di Bologna, allenato­re della « new wave » e da sette anni alla corte rossoblu prima come giocatore – è stato un ot­timo centrocampista – eppoi se­duto sulla difficile panchina di Marassi, si era reso interprete – due stagioni fa – del passag­gio del Genoa dalla serie B alla A e, oggi, dalla A alla B. Una per­sona calma, affabile, che oggi, circondato da un numero indefi­nibile di figli – ogni tanto ne compare qualcuno – analizza il campionato del Genoa. Fredda­mente, senza cercare – o almeno questa è la nostra impressione – giustificazioni o scaricare colpe sulle spalle degli altri. Sulla sua faccia assai giovanile, forse trop­po, non si leggono i segni del fal­limento. E’ chiaro che gli dispia­ce questa retrocessione, però è un professionista e, come tale, non si abbandona a discorsi di cattiva sorte, si limita ad una analisi di quello che è stato, alla ricerca di eventuali errori da non ripetersi in futuro…

L’INTERVISTA
– Perché il Genoa, una squadra che aveva addirittura «osato» in­sidiare il primato juventino nel giro di poche domeniche, è finita in serie B?
«Eravamo partiti, tutti d’accor­do, per fare un campionato supe­riore a quello dell’anno precedente. Senza ambizioni di primi della classe, avevamo fatto un ragionamento puramente nume­rico: notato che la difesa pren­deva troppi gol, visto che l’attac­co, con Pruzzo, produceva abba­stanza, abbiamo fatto una cam­pagna acquisti tutta proiettata sulle retrovie puntando su Berni e Silipo che, fra parentesi, si so­no comportati assai bene. Ovvia­mente gli acquisti che ho propo­sto erano motivati dalle disponi­bilità delle società. Non per es­sere polemico: ma quale allenatore, trovandosi una difesa non troppo solida, non sognerebbe l’acquisto in blocco dei difensori juventini o granata? Partito il campionato siamo andati subito bene: in quattro giornate due vit­torie e due pareggi in trasferta. Eppoi vi è stata la malaugurata sosta azzurra. Precedentemente, a Napoli, avevo perso Ghetti, un uomo chiave nello schiera­mento che avevo in testa e che, l’anno prima, aveva segnato sei utilissimi gol. Eppoi, nella so­sta appunto, ho perso niente­meno che Pruzzo. Alla sesta di campionato, a Torino, Basilico ha avuto guai con il menisco e quindi è stata la volta di Rizzo. Tutto ciò per chiarire che, dalla sesta del 9 e 16 ottobre, ho sem­pre dovuto fare la formazione alla domenica mattina dopo aver sentito il bollettino medico. Il Genoa non ha una tosa di giocatori sufficiente per poter fare un campionato tranquillo qualora subisca così tanti inci­denti. Una sola cosa mi confor­ta: nelle undici partite che la squadra ha potuto giocare al completo (le prime quattro e le ultime sette) abbiamo subi­to una sola sconfitta, a Vicenza contro il Lanerossi. Io non so­no abituato a cercar scuse, però dico – senza paura dì essere smentito – che se avessi avuto meno incidenti le cose sareb­bero andate diversamente ».

– Riccardo Sogliano. Si ha la sensazione che lei e il nuovo direttore sportivo non andaste proprio d’accordo. Crede che questo abbia influito sul rendi­mento della squadra?
«Ho le mie idee su Sogliano. E me le tengo. Posso solo dire che a me Sogliano non ha crea­to problemi. Se i giocatori han­no avvertito qualche cosa di strano non lo so. Bisogna chie­derlo a loro…».

– Nel ritiro di Asti, dopo la sconfitta interna con l’Atalanta, deve essere successo qualcosa. Molti hanno scritto che lei ha rifiutato per l’ennesima volta di firmare il contratto e Soglia­no se n’è tornato a Genova di­chiarando che, per lui, Simoni non era più l’allenatore del Ge­noa.
« Sogliano, ad Asti, non s’è nem­meno visto! Eppoi io, con So­gliano, non ho mai parlato di contratto. E’ meglio chiarire una volta per tutte che io ho avuto rapporti esclusivamente con il presidente Fossati. Rapporti te­lefonici per di più, prima anco­ra che Sogliano fosse ingaggia­to. Quindi, dopo l’assunzione del nuovo direttore sportivo (dopo la partita con la Fiorentina -n.d.r.) ho letto su “Il Secolo XIX” che Sogliano mi aveva dato trenta giorni di tempo per decidere se firmare o meno. Io, agli ultimatum, non ho mai ri­sposto. Figurarsi poi se rispon­devo a uno che manco conosce­vo, e che non sapevo se, una volta firmato il contratto, fosse una persona con la quale avrei potuto andare d’accordo… ».

– Si dice che lei non abbia vo­luto firmare il contratto perché aveva avuto proposte assai più allettanti…
« Sì, di proposte buone ne ave­vo avute: Fiorentina, Bologna e altre compagini mi avevano contattato, ma così come non ho voluto firmare il contratto con il Genoa, altrettanto mi so­no comportato con le altre squa­dre. Primo perché sono una per­sona seria e secondo perché… amo Genova. Ho sempre dichia­rato che se il Genoa fosse re­trocesso me ne sarei andato ma che, se si fosse salvato, sarei rimasto volentieri. Per me sa­rebbe stato molto semplice fir­mare il contratto che Fossati, fino alla penultima giornata, mi ha proposto: i soldi erano pa­recchi eppoi io avrei sempre po­tuto stracciarlo dicendo che non me la sentivo eccetera. Quindi fir­mare il contratto con un’altra squadra. Avrei potuto farlo, no? Non sarebbe stato un vantaggio per me? Eppure qualcuno… ».

– Crede ci sia qualcuno che ali­menta le polemiche?
« Certamente! Dopo la partita con la Fiorentina, ad esempio, ho detto a Sogliano dì riferire al presidente se potevo prender­mi qualche giorno di ferie. Ero amareggiato e non volevo andare in panchina per un paio di incon­tri. Fossati ha detto che andava bene, potevo rimanere a Crevalcore. Subito c’è stato qualcuno che ha detto che Simoni si era dimesso. E allora mi sono arrab­biato e mi sono presentato a Ge­nova. Ecco, io son qua, ho detto. Le dimissioni non le ho mai date. Solo quando scadrà il contratto non sarò più l’allenatore del Ge­noa ».

« L’Inter? Prenderei volentieri il posto di Bersellini perché con­sidero la società nerazzurra quella meglio strutturata, con un vivaio interessantissimo e due persone, Beltrami e Mazzola, ve­ramente in gamba. La Juventus? Certo è una grande squadra, ma io preferirei l’Inter… »

– Qualcuno la ritiene in parte responsabile – insieme a Silve­stri, l’ex d.s. – di aver contri­buito a far precipitare il bilancio rossoblu…
«Anche queste sono manovre di “qualcuno”, sempre quelli a cui, evidentemente, non sono simpa­tico. Ogni anno parlavo con il presidente, lui mi diceva che e’ erano “tot” milioni a disposizio­ne per la campagna acquisti e io mi regolavo in conseguenza. D’ altronde non credo che la situa­zione finanziaria del Genoa sia così disastrosa. In fondo quando Silvestri ha preso la direzione sportiva il Genoa era in serie C, adesso invece è in B. Pruzzo nes­suno lo conosceva, adesso vale un miliardo e mezzo e credo che il capitale societario, da quando il Genoa era in C, sia nettamente aumentato. Certo, alcuni acquisti sono stati sbagliati, ma altri si sono rivelati un vero affare».

– A proposito di Pruzzo, è stato scritto che sia lui che altri sono stati per alcuni mesi senza sti­pendio…
«Balle! Noi siamo sempre stati pagati regolarmente. Magari qual­che volta Fossati ci ha chiesto, visti gli incassi poco soddisfacen­ti, di aspettare un po’. Ma gli sti­pendi non hanno mai tardato più di quindici giorni. Le altre “vo­ci” sono soltanto pettegolezzi messi in giro da gente che vuole rovinare la società ».

– A proposito di stipendi, quan­to guadagna un allenatore?
«Non lo so. Ho letto che Vinicio guadagna 100 milioni ».

– Insomma, molto o poco?
«E va bene: parecchio! Diciamo sui quaranta-cinquanta milioni l’anno. Però mi creda, anche se son molti soldi, sono meritati. Se sì considera tutto quello che un allenatore deve sopportare sia in campo che fuori, con i giocatori, con la società, con il pubblico. Amarezze, accuse, astio di alcuni giocatori. E il rischio di venire licenziati non appena le cose vol­gono al peggio. Perché è ovvio che il primo a rimetterci è pro­prio l’allenatore ».

– Che ne pensa del Corso alle­natori di Allodi?
«Sono favorevole perché da Coverciano escono uomini veramen­te preparati sotto ogni profilo. L’unico fatto che mi lascia per­plesso è la mancanza di esperien­za o la pretesa di quelli che esco­no dal Corso di andare ad alle­nare subito una squadra di serie A. Mi tiro la zappa sui piedi per­ché io stesso sono arrivato alla A senza alcuna esperienza e, ogni giorno che passa, capisco di ave­re ancora da imparare qualcosa di nuovo, qualcosa di indispen­sabile. E per questo direi che gli allenatori, anche quelli che esco­no da Coverciano, dovrebbero fa­re un po’ di gavetta ».

– Qual è l’allenatore che ritiene più valido nel nostro campio­nato?
«Castagner. Perché credo che raccolga in sé una glande pre­parazione e una personalità for­tissima, indispensabile per un allenatore. Ho parlato molto con lui e mi sono reso conto che è veramente il più in gamba di tutti. In più è uno che crede in quello che fa: non è un pre­suntuoso, è solo uno che crede in se stesso e riesce a trasmettere questa forza ai suoi gioca­tori ».

– Liedholm, Vinicio, Pesaola, Puricelli, tra questi allenatori stranieri, qual è quello che pre­ferisce?
«Vinicio e Puricelli per la loro mentalità offensivistica, Pesao­la e Liedholm per la loro espe­rienza nei rapporti umani ».

– A lei, Simoni, piacciono i soldi?
«Per niente. Non mi frega nulla dei soldi: bastano quelli che mi permettono di far star bene la mia famiglia ».

– Che squadra le piacerebbe al­lenare, oggi?
«L’Inter. Prenderei volentieri il posto di Bersellini perché con­sidero la società nerazzurra quella meglio strutturata, con un vivaio interessantissimo e due persone, Beltrami e Mazzola, ve­ramente in gamba. La Juventus? Certo è una grande squadra, ma io preferirei l’Inter ».

– Lei è bolognese, il Bologna non l’interesserebbe?
«Certo, mi piacerebbe allenare il Bologna ma nessuno è profeta in patria… ».

– Perché l’anno scorso non ave­te voluto vendere Pruzzo?
«Non è mai stato detto che Pruz­zo era incedibile. Solo che non abbiamo avuto contropartite tec­niche valide. Alla Juve, per esempio, avevamo chiesto le compro­prietà di Paolo Rossi e Cabrini, ma non hanno accettato. Tutte le altre erano più o meno offerte svantaggiose, quindi… ».

– Alla luce della recente partita con la Jugoslavia e dell’allena­mento col Deportivo, come vede il cammino della Nazionale in Argentina?
«Gravoso, anzi gravosissimo. Ci sono dei giocatori che sono mesi e mesi che non vanno e non cre­do che possano ritrovare la for­ma in pochi giorni ».

– E allora Bearzot?
«Beh, Bearzot parte con delle idee e le porta avanti fino in fondo. In più non dimentica que­gli uomini che gli hanno dato delle soddisfazioni, che gli hanno fatto il risultato. Ciò, a mio av­viso, è sbagliato. Fino al giorno della convocazione nessuno deve “essere sicuro” di giocare. Altri­menti può sedersi, lasciarsi un po’ andare. Eppoi, scusate, come si fa ad aver dei dubbi su gente come Paolo Rossi? Come si fa a non convocare nemmeno Filippi? Sarà vecchio, brutto o che ne so, però è stato il migliore quest’anno e aveva diritto ad essere preso in considerazione non ieri, ma cinque, sei mesi fa. Nella Na­zionale che è in Argentina ci sono degli ” spompati” e lo sapevamo già da tempo, o no? Quindi au­guri, anzi auguroni ».