Giovanni Arpino: Cronache tedesche

11 giugno 1974: Dal Messico a Monaco

logo74-bar3-address-wpLa grande cavalcata del football mondiale raduna i suoi Orlandi ed Agramanti nella Repubblica Federale Tedesca per un mese di spettacolo e di combattimento. La cornice e l’attesa ricordano, seppur pallidamente, i mitici tornei rinascimentali. Gli spasimi d’un miliardo e mezzo di tifosi sottolineano che nessun altro palcoscenico esercita, come questo, fascino più grande. Il gioco di palla — simbolo solare e eterno — obbedisce al suo rituale massimo secondo la cadenza dei quattro anni e vuole presentarsi come segno di pace, di lotta leale, di confronti accaniti ma sportivi. Da Monaco a Berlino, da Amburgo a Stoccarda a Francoforte si consumeranno le manovre di sedici squadre e trecentocinquantadue uomini, rappresentanti l’universo del calcio. Siamo alla decima edizione d’un campionato del mondo, e il gran libro del football volta pagina. L’ombra di Jules Rimet, che ideò la prima Coppa, riposa in pace. L’emblema forgiato nel ’29 dall’orafo francese Abel Lafleur e che dal ’30 al 70 girovagò dal Brasile all’Italia, dall’Uruguay all’Inghilterra alla Germania, risiede stabilmente nell’ufficio della Confederacao Brasileira in rua Alganeda, a Rio de Janeiro, poiché i giocatori sudamericani, con tre vittorie, se lo aggiudicarono in via definitiva quattro anni fa. Da oggi è in palio la Coppa FIFA, un trofeo d’oro massiccio a diciotto carati, circa cinque chili di «gloria sportiva», capaci di scatenare sui campi le più grandi rabbie e i migliori stilemi bullonati. E’ veramente un’altra pagina di storia, nel mondo del pallone. La Coppa Rimet nacque con Greta Garbo, madame Curie, Al Capone, D’Annunzio e Pirandello (per non dir di Alfredo Binda), prosegue al di là di guerre feroci o «fredde» per approdare nel 70, i tempi del cardiochirurgo Barnard, degli hippies, dei sintomi d’una crisi economica mondiale. La Coppa FIFA inizia il suo viaggio in un’estate inquietante, attraversata da dolori e timori, necessitata di buona volontà, intelligenza e misericordia umane. Le apprensioni politiche e civili, dei governi e dei singoli cittadini sono molte e gravi: ma si spera ugualmente in un mese di lecita festa, di umani convegni, di gioiose passioni. Lo sforzo degli organizzatori tedeschi si adopera anche per far dimenticare la tragedia del 1972, che sconvolse l’Olimpiade di Monaco. Infinite misure cautelative dovrebbero garantire la Coppa dalla barbara ferocia di qualche «commando» aggressore. Certo la lunga competizione non si svolgerà nel clima di gioia, quieta follia e delirio tifoso che caratterizzò il Messico 70. Non vi saranno chitarre e notturne Piedigrotte, cortei pazzi di clacson, attendamenti attorno agli stadi. In quattro anni anche il mondo dello sport ha conosciuto le ferite e i lividi di un’età violenta, qual è la nostra, e che in Europa trova modo di agire e colpire quasi ogni giorno, dall’Irlanda alle coste mediterranee. L’«apparato» tedesco, tra cani poliziotti ed elicotteri sovrastanti gli stadi, muta il volto della massima assise calcistica. Il gioco più popolare del mondo esprimerà i suoi riti quasi sotto chiave, circondato da mille barriere. Ma la presa che esercita sulle masse dei suoi fedeli è ancora autentica, capace di fermare per un attimo la vita di mezzo globo terracqueo nel momento in cui Müller entra in dribbling nell’area avversaria o Gigi Riva sta per battere un calcio di punizione dal limite. Tutto è pronto, gli stadi e gli stinchi, l’erba più verde e i riflettori più potenti, battaglioni di telecamere e una montagna di penne stilografiche. Il «kolossal» della Coppa manovra milioni di dollari e di marchi in una giostra nervosa ma programmata fino al pelo nell’uovo. La Repubblica Tedesca si crogiola nella sensazione di essere l’ombelico del mondo. Dietro ogni calciatore si assiepano valanghe di esperti, medici, «managers», cuochi, massaggiatori, psicanalisti e persino stregoni. In un torneo per nazioni che va dall’A (Argentina) alla Z (Zaire) si dovrebbe vedere il meglio del football. Non è così per che l’antico regolamento ha contribuito ad una setacciatura crudele. Mancano grandi blasoni quali l’Inghilterra e l’Ungheria, la Cecoslovacchia e l’Urss. Anche il calcio, nella sua spinta ad abbracciare il globo, dilata suoi interessi fino al rischio della distruzione. Da compatto che fu, è diventato ragnatela, e certo un Bayonne haitiano o uno Ndaye congolese non potranno far dimenticare le vampate ed i gol d’un Bobby Charlton. I classici fiumi d’inchiostro, le innumerevoli radiografie dei critici e degli 007 addetti al mondo pallonaro hanno investigato e sommerso da mesi le sedici squadre in gioco. Sappiamo tutto di chicchessia, fino al contrario del vero «sapere», quello che detteranno i campi tra le 17 e le 22 dal tredici giugno al sette luglio. Sappiamo chi mangerà spaghetti e chi arrosto di scimmia, chi berrà birra e chi Chianti. Ma neppure un giocatore d’azzardo rischierebbe somme importanti con la sicumera del mago. Il gioco comanderà le sue leggi, senza guardare in faccia Rivera o Cruyff o Müller. La stagione si è chiusa a livello di club con le due Coppe (Campioni e Coppe) conquistate dalle due Germanie. Ed è ancora la Germania ad organizzare i «mondiali». Quindi risulta favorita d’obbligo, non tanto per riconosciuta potenza atletica quanto per quel giro di impalpabili trame ed interessi che offrono un minimo garantito in più ai padroni di casa. Ma tutti temono tutti e gli «outsiders» si sprecano. Circondata d’affetto (e talora da «ingiustissimo amor», quello stesso che fa fischiare al prode Chinaglia) la squadra azzurra si appresta all’avventura. E’ conscia dei suoi limiti e delle sue possibilità. Se un computer raccogliesse le schede di tutte le partecipanti e le elaborasse, ai nostri toccherebbe senz’altro un terzo o quarto posto. Molti temono qualcosa in meno, moltissimi sognano qualcosa in più. Siccome al peggio non c’è fine, tanto vale ribaltare la formula: anche al meglio fine non c’è. E sperare è doveroso, non soltanto lattemiele da «tifo». Mai come in questo 1974 la spedizione italiana gode dei favori popolari: è maturato nel pubblico un senso di fiducia per le prove che la Nazionale ha saputo sostenere durante l’ultimo anno; gli stessi avversari, o per motivi di alibi psicologico o per effettiva considerazione nei confronti dei «nostri», indicano gli Azzurri tra i massimi favoriti. Un giocatore della Germania Federale, prima stella in casa e fuori, Franz Beckenbauer, ha dichiarato la squadra italiana come pretendente numero uno. Di qui un certo ottimismo, che la critica solerte ha subito cercato di rimproverare quale peccato, zavorra psichica, illusione caratteriale. Certo un eccesso di euforia può provocare disastri inimmaginabili, ma dobbiamo anche dire che non è misurando i grani della paura che si andrà avanti in un «mondiale». Dal Cile alla tristemente famosa giornata «coreana» il nostro «staff» ha imparato molto, ha fatto tesoro di tante esperienze. Una cosa è certa: anche la paura di farcela costituisce zavorra, più o meno come l’euforia immotivata. Se è logico discutere di una determinata formazione dopo la prova di Vienna e dopo la gara d’esordio contro Haiti, è ancor più logico sottrarsi ad inutili complessi di vittimismo o al terrore dei fantasmi. Quando ritornammo dal Messico, nel ’70, rischiammo il linciaggio a Fiumicino perché si era arrivati «soltanto secondi». Un incredibile, fortunato secondo posto per poco non faceva accadere una tragedia nazionale, di tipo brasiliano, e cioè d’un Paese dove si mangia pane e football a tutte le ore del giorno. Ora gli animi sono diversi, le certezze vengono calibrate, la pianificazione può portare a traguardi notevoli. Ma nessuno è in grado di dire come reagirà il «popolo tifoso», che nella famiglia azzurra rispecchia tanti suoi miti e un carico di velleità ora felici ora frustrate. Secondo la mozione degli affetti, il Club Italia raduna la «miglior gioventù», gente che corre ma è anche posata, scarsi i pazzerielli e comunque condizionati dai compagni, un attacco con ricambi quale mai si ebbe nella nostra lunga storia, reparti collaudati che conoscono l’erba di tutto il mondo e dovrebbero dir la loro in un torneo che si prefigura veloce, all’insegna delle migliori «tattiche» di scuola europea. Con buonsenso e cure minuziosissime, la spedizione è partita per Stoccarda portandosi via il cuore di tutti gli italiani, che non dimenticano le smemoratezze (talora esorbitanti, sguaiate, illogiche) di quattro anni fa, durante le partite messicane, e vorrebbero ricompensare se stessi con questi ventidue ragazzi chiamati a un compito grave. Semmai diventeremo campioni del mondo, sarà però giusto dire: in tanto abbiamo sbagliato durante questi tempi, perché il nostro football è riuscito a vincere e cioè è «migliore di noi»? E doverosamente tutti dovranno addentrarsi in una solenne autocritica, e non più discutere solo di mezzepunte, ali tornanti e stopper. Quando iniziarono i primi campionati del mondo, nel 1930, la notizia pubblicata nella seconda pagina d’un nostro quotidiano sportivo era lunga sì e no quattro righe. E dall’uruguayana Montevideo si ebbero resoconti tanto mitici quanto poveri, in quegli anni di jazz e «grande Gatsby». Oggi sono mobilitati migliaia di osservatori, narratori, cronisti, satelliti artificiali e tonnellate di pellicole. Ma ieri come oggi, il football rimane gioco, non battaglia. Rimane occasione dialettica di festa sportiva, non rissa o vaniloquio. Se perdesse le sue connotazioni di scontro leale, dove non può non vincere il migliore, allora scomparirebbe sotto il suo stesso gigantismo. Noi dobbiamo chiederci cosa consente ancora ad un atleta di giocare mentre l’immensa platea di sguardi lo misura, lo controlla, lo dilania. E’ perfezione, è innocenza, è capacità di estraniamento? E’ la spinta stessa del fatto ludico, capace di ripulire i nervi stressati e lasciarli liberi di agire? Nessun grande attore in nessun tempo mai ha dovuto svolgere i suoi compiti davanti a un pubblico così smisurato, Ma qui vien fuori la salubrità del football, la sua forza magnetica, per chi lo fa e per chi lo «consuma». Dai vulcani del Messico al «bunker» tedesco, la gran cavalcata continua. I nostri Azzurri — è un discorso ormai stantìo ma bisogna pur ripeterlo — non partono con i gradi di «secondi» conquistati nello Stadio Azteca, che è ormai lontanissimo ricordo. Se ogni partita, come si dice in gergo, «fa storia a sé», ogni Coppa del Mondo è ancor più astratta, sulfurea, misteriosa, anche se tutti si affrontano per vincerla. Coltivando legittime speranze, decisi all’obiettività più tetragona, cominciamo subito a rispolverare un giudizio di Bertrand Russell, filosofo che ben conosceva i suoi contemporanei, cioè noi. E’ un giudizio che dovrebbe bastare (e correggere) sia il protagonista in gioco sia lo spettatore, sia chi si ritrae moralisticamente davanti a questa giostra grandiosa sia chi esagera nella partecipazione e negli strazi passionali. Dice: «L’uomo che si diverte assistendo a una partita di calcio è migliore dell’uomo che non si diverte». Sia nostra legge comune.