GIULIANO SARTI: LA RIVOLUZIONE TRA I PALI

«Di calcio non sapevo nulla, nessuno mi aveva insegnato a stare in porta, a parare, a mettermi in una certa posizione. Facevo tutto d’istinto. La Fiorentina mi ha scoperto, sono arrivato sino alla finale di coppa Campioni»


Giuliano Sarti ha giocato 9 campionati con la Fiorentina e 10 partite con la Juventus. Era il portiere di ghiaccio. Era semplice, non giocava per «il loggione», non faceva l’acrobata e il saltimbanco, non si esibiva. Parava. Credeva nel calcio scientifico, si piazzava freddo al centro della porta, calcolava dove la palla poteva arrivare e parava bene, parava tutto. Arrivò in serie A a 21 anni, dalla Bondenese, una squadretta del ferrarese. Il dottor Fulvio Bernardini disse: «E’ un fenomeno, è già nel futuro». Il mago Helenio Herrera dichiarò: «El hombre de la revolucion». L’uomo della rivoluzione. Giuliano vinse scudetti e coppe Campioni e coppe Intercontinentali con l’Inter.
«A 17 anni vendevo ancora carciofi e brustolini. Ho cominciato tardi, quasi per caso. La Fiorentina mi ha scoperto, sono arrivato sino alla finale di coppa Campioni… ».

Con la Fiorentina 1962/63

Poggio Ugolino, quartiere di Impruneta, «città del cotto». Giuliano Sarti, classe 1933, quattro figli sposati, sette nipoti, vive in una bella casa sulla dolce collina. La moglie Anna Pia è uscita e lui si accende il mezzo toscano e respira profondamente: «Ah, che profumo. Ho avuto problemi al cuore e il medico mi ha detto: “Deve smettere, non può continuare a fumare, le fa male”. E io ho risposto: “Dottore, è vero che la vita media è salita a 78 anni? Bene, io ne ho 71: vuole togliermi mezzo sigaro per sette anni? Via, faccia il bravo…». Il verde brilla, alberi e fiori coloratissimi nel grande giardino. E silenzio.
Sarti dice: «Qui è tutto molto bello. Sto bene, mia moglie è adorabile, i miei figli sono tutti sistemati, i nipotini aumentano. Sa cosa le dico?». Butta in alto il fumo azzurrognolo del suo mezzo sigaro toscano: «E’ una parola grossa, fa quasi paura, ma io gliela dico: sono felice». Giuliano Sarti parla con una dolce cantilena tosco-emiliana e racconta le storie del passato. «Ero felice anche allora». Racconta gli anni del dopoguerra, la sua Emilia, Castel d’Argile provincia di Bologna, la fatica del papà fruttivendolo.
«Ho cominciato tardi con il futbol. A diciassette anni e mezzo. Tardi e quasi per caso. Ero alto e magro e non avevo paura di niente. Il babbo mi mandava a vendere i carciofi e i limoni. Da noi si coltivavano, lui li comprava a Empoli e io partivo con la bicicletta per le campagne e i paesi. Bicicletta pesante, strade in terra battuta, un cesto davanti e uno dietro. “Torna a casa vuoto”, diceva il mio babbo. Mi pagavano con le uova, si facevano i cambi con i contadini. Non c’erano soldi, non c’era niente. Poi il babbo cominciò a comprare i semi di zucca salati, i brustolini, e io andavo a venderli alle vecchiette, agli ambulanti davanti ai cinema. Facevano venire una sete…».

Sorride, l’uomo di ghiaccio, e stringe gli occhi azzurri.
«Si giocava sui campi con gli amici, senza porte, i berretti che servivano da pali. Questo quando non ero libero dai lavori. Io non vendevo mica solo i carciofi e i limoni: c’era la risaia, la raccolta delle barbabietole. Una domenica vado a Cento di Ferrara a vedere la partita con il San Matteo della Decima. Il portiere del Decima si fa male, mi chiamano e mi spingono in porta. Ci tenevo poco, ma non volevo farmi pregare. Quello è il vero inizio. Finisco l’anno, vado alla Centese in seconda categoria. Faccio anche un provino con dei visionatori del Torino, ma mi scartano per l’età. Una sera c’è una notturna a San Felice sul Panaro, vengono quelli del Bondeno e mi propongono di cambiare categoria. Dalla seconda alla promozione, un po’ troppo. Di calcio non sapevo nulla, nessuno mi aveva insegnato a stare in porta, a parare, a mettermi in una certa posizione. Facevo tutto d’istinto. E poi avevo quasi vent’anni e dovevo anche fare la visita per il militare. “Ti diamo centomila lire”, dice il dirigente Biagio Govoni».

Fa la visita per il soldato. Lo scartano. «Sì, rivedibile per il torace. Due volte», dice Sarti divertito. Resta a Bondeno.
«Sono giorni bellissini. A Bundén c’è lo zuccherificio e io mi innamoro della figlia del direttore dello zuccherificio. Non so se ha l’idea: il direttore dello zuccherificio, un’autorità, una potenza. Ma è amore non ricambiato e passa subito. Ho il calcio. Anche se in porta mi annoio, il calcio è più di un hobby».

Come, si annoia? «Sì, mi stufavo, stavo lì in piedi, fermo, la porta era lontana dagli altri, mi sentivo tagliato fuori. Passavo minuti appoggiato ai pali e spesso mi fumavo una mezza sigaretta. C’era sempre qualcuno che fumava vicino alla mia porta. E io gli dicevo: “Me la fai fare una tirata?”. E quello diceva: “Fai presto, che ti vedono”. Tirate svelte, sigarette pesanti. Erano le Alfa, o le prime Nazionali semplici senza filtro».

Giuliano è travolto dai ricordi: «I campi erano in riva al Po, paesi dai nomi bellissimi come Castel-massa, Codigoro, Jolanda di Savoia. C’erano i fontanazzi, infiltrazioni di acqua che si formavano dalla parte esterna degli argini del fiume. C’era molta passione per il calcio. Ma io in porta mi annoiavo. Ed è stato lì che ho cominciato ad accorciare i metri fra me e la squadra. Uscivo dai pali e raggiungevo l’ultimo difensore per cercare di toccare più palloni. Avevo aperto un nuovo corso. Ricordo che qualcuno disse: “Quello o è scemo o è un fenomeno”. Il dirigente del Bondeno, il geometra Mantovani, mi portò a Firenze. Avevo ventun anni, ero in serie A con la Fiorentina».

Chiude con la Juventus 1968/69

Si coccola il suo mezzo toscano: «E non avevo mai visto il mare. Io dall’Emilia non ero mai uscito. Il mare l’ho visto per la prima volta a Livorno. C’ero andato con la Fiorentina, il primo anno, nel 1954. Un compagno, Beppe Chiappella, mi disse: “Lo guardi come se tu non lo avessi mai visto”. Quel giorno mi sono commosso. Il calcio, la serie A, mi aveva regalato un’ altra emozione straordinaria. Avevo conosciuto il dottor Bernardini e visto il mare».

Parla di Fulvio Bernardini e s’illumina: «Uomini così non se ne costruiscono più, hanno buttato via lo stampo. Io a Firenze sono nato e rinato. Firenze era l’ombelico del mondo e Bernardini era un amico, un insegnante, un grande maestro di vita. E’ stata una fortuna conoscerlo. Io ero una spugna e assorbivo tutto. Lo adoravamo, abbiamo vinto uno scudetto e poi siamo arrivati in finale di coppa Campioni contro il Real Madrid. Era anche un uomo buono, ironico e dolce. A me piaceva fumare e lui lo sapeva. Un giorno, dopo l’allenamento gli chiedo: “Dottore, mi offre una sigaretta?”. Il dottor Bernardini sfila dal pacchetto una sigaretta, la stira, l’accarezza e se la mette in bocca. Poi mi regala tutto il pacchetto: Nazionali esportazioni senza filtro, il pacchetto verde, quello con la navicella».

Giuliano diventa un portiere. Poi diventa Il Portiere e a trent’anni va all’Inter di Helenio Herrera: «Bernardini ha cambiato me, il Mago ha cambiato il calcio».
Cinque anni di grandi trionfi e una papera. La famosissima paperissima di Mantova: «Viaggia con me da quasi quaranta anni. Me la ricordano tutti, ci è costata uno spareggio. Hanno scritto molto, di tutto. Non ci sono misteri, né disegni: è stato un errore. Non c’era il vento, non c’era il sole, volevo lanciare il pallone a Facchetti sulla sinistra, mi è sfuggito dalle dita. Tutto qui. Un errore che mi ha scosso e che però è ricordato, è entrato nella storia e nelle memorie. E questo, se vogliamo, è pure bello. Ho fatto anche un po’ di Juve, in un anno piuttosto gramo. I giornalisti mi chiamano quando c’è da ricordare una delusione, come la beffa dell’Inter il 5 maggio 2002 fa a Roma, e fanno i paragoni con la papera del 1967. Va bene, sono qui vivo e vegeto e ho una buona memoria».

La Fiorentina, la Juve. L’inizio e la fine. Dice Giuliano Sarti, l’uomo di ghiaccio che vendeva i carciofi e i brustolini: «A Firenze ho vinto il primo scudetto, a Torino nel 1969, penultima giornata, ho rivisto la Fiorentina campione d’Italia. Quel giorno ha giocato Anzolin, io tifavo per la Viola».
E adesso? «Ho vissuto il mio calcio, sono ozioso, tifare mi costa fatica, ma sono un uomo molto contento». Guarda la collina e fuma il suo «profumatissimo» mezzo sigaro toscano.

Testo di Germano Bovolenta

LA SCHEDA

Giuliano Sarti (Castello d’Argile, 2 ottobre 1933)
Dopo essere creciuto nella Bondenese, con la quale giocatitolare nel campionato di Promozione Regionale arriva nel 1954 alla A.C.F. Fiorentina. Con la squadra viola esordisce in Serie A il 24 aprile 1955 contro il Napoli, ma già all’inizio del campionato successivo si ritrova titolare, al posto di Leonardo Costagliola, a soli 22 anni.
Si tratta del campionato 1955-56 e con lui fra i pali la Fiorentina vince il suo primo scudetto.
Dal 1958 il suo secondo diventa Enrico Albertosi, all’inizio della carriera. Sarti arriva in nazionale il 29 novembre 1959, contro l’Ungheria. Tuttavia, con la maglia azzurra, non ha molta fortuna, vestendola soltanto in otto occasioni. Più fortunato e vincente è con le squadre di club: con la Fiorentina conquista anche Coppa Italia e Coppa delle Coppe, entrambe nel 1961.
Nell’estate 1963 passa all’Inter di Helenio Herrera. Nella prima stagione in nerazzurro perde lo spareggio scudetto con il Bologna, ma vince la Coppa dei Campioni, bissata l’anno successivo. Presto arrivano anche le vittorie in campionato, con gli scudetti del 1965 e 1966.
Tuttavia nel 1967 rimane celebre un suo clamoroso errore, nell’ultima giornata di campionato contro il Mantova. L’Inter perde quella partita e consegna lo scudetto alla Juventus.
Proprio alla società bianconera approda nel 1968.
Nella Juventus chiude la carriera in Serie A, facendo da secondo ad un altro grande portiere del calcio italiano, anche lui poco fortunato in nazionale, Roberto Anzolin.
Gioca l’ultima stagione in Serie D, all’Unione Valdinievole, per poi abbandonare l’attività agonistica nel 1970.
Benché intraprenda alcune attività nel settore del commercio e dei servizi, non lascia del tutto il mondo del calcio. Per un breve periodo siede sulla panchina della Lucchese, per poi occuparsi dei dilettanti dell’Audace Galluzzo.