GREN Gunnar: il Professore

Lo chiamavano “il Professore”, un soprannome che diceva tutto del suo calcio, fatto di raffinata classe ma soprattutto di magistero di alta scuola. Gunnar Gren non “scendeva in campo”; saliva in cattedra, a insegnare l’onor dell’arte di cui i suoi piedi e il suo cervello di grande regista conoscevano ogni segreto. Esagerazioni agiografiche? Niente affatto, se è vero che è stato eletto anni fa in un referendum lanciato dalla televisione nazionale svedese il miglior giocatore della storia del calcio di quel Paese. Più di Liedholm “il Barone”, più di Gunnar Nordahl “il Pompiere”, più di “Nacka” Skoglund, l’artista.

COn la maglia dell’IFK

Di quella straordinaria covata di campioni la cui parabola si riassume efficacemente nel titolo olimpico 1948 e nel secondo posto dietro il Brasile di Pelé ai Mondiali del 1958, Gunnar Gren fu il più amato dai compatrioti per la raffinatezza del suo calcio, in cui si compendiavano razionalità e stile. «Era il Maradona degli anni Cinquanta» ebbe a ricordare di lui il compagno Nils Liedholm, «al pallone faceva fare qualsiasi acrobazia, poteva decidere da solo e risolvere qualsiasi partita». Altrettanto certamente, in quel calcio al rallentatore rispetto ai ritmi di oggi Gren si trovava perfettamente a proprio agio; non aveva bisogno di correre, potendo farlo fare senza sforzo apparente al pallone. Però le sue finezze non erano mai al servizio del puro estetismo e ben lo sapevano gli attaccanti che avevano la fortuna di godere dei suoi servigi, in primis proprio il bisonte Nordahl, che ai suoi lanci perfetti sulla via del gol molto doveva dei propri bottini stratosferici.

Era nato a Göteborg il 31 ottobre 1920 e, come ricordano le sue biografie, aveva cominciato prestissimo a vincere: la prima coppa giocando da ala destra a sette anni in una squadra del suo rione, poi a 14 la Coppa dell’amicizia con l’IFK Göteborg, il club di cui fu precocissimo protagonista, esordendo in prima squadra a 17 anni. A 18 anni vestiva la maglia della Nazionale B, a 20 esordiva in quella maggiore. Difendendo i colori della rappresentativa svedese colse il successo più prestigioso, che gli diede notorietà internazionale: la vittoria alle Olimpiadi di Londra nel 1948, in una squadra poi letteralmente saccheggiata soprattutto dai club italiani. Il centravanti Gunnar Nordahl emigrò al Milan in quello stesso anno, Liedholm e Gren lo seguirono la stagione successiva.

Nacque il Gre-No-Li (sigla inventata da Aldo Congiu il 10 settembre 1949 in un articolo su un quotidiano milanese), sinonimo di arte ed efficacia, sinonimo soprattutto di ineguagliabile spettacolo. Gren fungeva da centromediano classico, anche se la figura tattica era quella dell’interno destro, col compito fondamentale di orchestrare il gioco davanti alla difesa. Col pallone sapeva però fare tutto e l’appartenenza al quintetto offensivo lo spingeva naturalmente in avanti, tanto che nella sua prima stagione mise a segno ben 18 reti, segno della sua abilità nel tiro, soprattutto dalla distanza. La sua specialità, tuttavia, era di incantare il pubblico e gli avversari con colpi di tacco e ogni sorta di finezze, sempre orientate all’assist per l’attacco.

Con Liedholm e Nordhal ai tempi del Milan tagato GRE-NO-LI

Col suo micidiale trio, il Milan si piazzò secondo alle spalle della Juventus (superata nei gol realizzati: 118 in 38 incontri, di cui 71 a opera degli svedesi inarrestabili!) e l’anno successivo conquistò lo scudetto e la Coppa Latina, il più importante torneo internazionale dell’epoca, progenitore della Coppa dei Campioni. Un secondo e un terzo posto e poi la cessione alla Fiorentina, per (presunti) raggiunti limiti di età. Qualche insigne critico milanese non gradiva la sua lentezza, le trentatrè primavere sembravano sinonimo di declino, nessuno poteva immaginare che il Professore sarebbe stato tra i grandi campioni di ogni epoca anche in fatto di longevità. Lui la prese male, il distacco fu segnato da una freddezza che stonava col carattere gioviale del campione.

A Firenze era arrivato da qualche mese Fulvio Bernardini, voluto fortemente dal presidente Befani come l’uomo in grado di promuovere finalmente il salto di qualità necessario per portare la squadra viola fuori dalla mediocrità in cui navigava nel dopoguerra. Il primo, imprescindibile passo era dotarsi di un gioco di grande respiro spettacolare, quale il Dottore praticava nelle proprie aspirazioni di allenatore colto e un po’ snob. Nel ritratto, Gunnar Gren rientrava come in un abito cucito su misura e infatti nelle due stagioni viola preparò il terreno alla grande Fiorentina di Montuori che poi avrebbe vinto il titolo, anche se proprio con lui Bernardini ebbe a scontrarsi, fino a renderne necessaria la partenza.

In quell’estate del 1953 però la piazza di Firenze scherza sui nuovi arrivi: con Gren, Bacci e Gratton i viola avrebbero costituito il “trio tartaruga”. Dal ritiro estivo in Svizzera (a Bulle, Friburgo), Bernardini rispose serafico: «Bisognerà attendere di vedere all’opera Gren, Bacci e Gratton, per poter dire se sarà un trio “Tartaruga” o un trio “Razzo”. Siamo molto soddisfatti dei nostri nuovi giocatori. Io penso che Gren adatterà il suo gioco a quello dei compagni, non essendo più vincolato, come lo era al Milan, da un gioco di reparto tendenzialmente lento. È l’uomo di maggior classe che si deve adeguare al gioco dei compagni». Il problema dell’età? Gli esami medici offrirono responsi addirittura brillanti: «Non si direbbe che Gren sia vecchio» spiegò il massaggiatore, il leggendario Ubaldo Farabullini, «il suo cuore ha lo stesso ritmo di pulsazioni di quello di Bartali, esattamente 42 al minuto. È davvero un fenomeno».

A Firenze prepara la strada allo scudetto del 1956

Sul campo, la classe di Gren fece subito la differenza. La squadra possedeva uno splendido blocco difensivo e un attacco non proprio micidiale (specie per la sterilità sottoporta dell’atteso Vidal): indispensabile la bacchetta magica del Professore, autentica anima tattica della squadra, per ricondurre a unità il lavoro difensivo e quello della prima linea, grazie alla sua duttilità e al suo innato senso della manovra. Nacque così, sull’onda di un gioco di raffinata grana tecnica, la Fiorentina “quarta forza” del campionato, e alla fine il terzo posto a pari merito col Milan ne premiò il salto di qualità.

Per Gunnar i guai arrivarono la stagione successiva. La Fiorentina si rinnova nel settore offensivo, anello debole della catena, puntando decisamente in alto; Bernardini avverte subito che il modulo di gioco dovrà cambiare in funzione dei nuovi attaccanti (Virgili, Bizzarri, Zambaiti, Buzzin) e il messaggio sembra rivolto proprio a Gren, artista di piede lento anche se di passaggio veloce. I rapporti col tecnico si incrinano e nonostante il rendimento ancora elevato lo svedese viene messo da parte, salvo poi rientrare nel finale di stagione, anche perché le sorti della squadra non hanno certo beneficiato della sua esclusione.

Occorre aria nuova, in cucina, e la chiusura con l’asso di Göteborg è malinconica: in maggio Gren si sfoga a mezzo stampa, spiegando che la sua situazione nella Fiorentina è diventata insostenibile, soprattutto per via dell’atteggiamento del tecnico, tanto più che la società, senza averlo avvertito, ha già disdetto in anticipo il suo contratto di affitto del villino da lui abitato in Via Pietro Tacca. Il direttore tecnico Giachetti smentisce, assicurando di non aver preso alcuna decisione sul futuro di Gren, ma ormai la permanenza è diventata impossibile.

Il campione se ne va nell’indifferenza generale, soprattutto della società, e la cosa fa scalpore, trattandosi di un fuoriclasse con pochi eguali al mondo. Qualcuno tira in ballo la moglie di Gren, assai influente nelle decisioni del marito. Commenta Alberto Ambrosini sul “Calcio e Ciclismo Illustrato”: «Rimane il fatto concreto che il simpatico giocatore di Göteborg è partito da Firenze in un clima di silenzio davvero eccessivo. E non si può ignorare che quanto è avvenuto a Firenze si è verificato anche a Milano: le partenze di Gren, si direbbe per crudo destino, lasciano dietro di sè l’acido prussico della viziosa polemica. Eppure Gren non manca di tatto, di squisitezza, di savoir-faire atti ad accattivarsi delle meritatissime simpatie. Sotto sotto, ci dev’essere qualcosa che guasta. A noi, presunzione a parte, sembra di averlo individuato». Ambrosini si ferma qui: che il riferimento sia proprio alla consorte del campione?

Gren dà bella mostra di sè ai Mondiali del 1958. Nella foto, durante il match con la Germania Ovest

Gren va a divertirsi in Svezia, in una rimpatriata estiva in maglia Milan con Nordahl e Liedholm contro una selezione di Göteborg, e fa impazzire la folla con i suoi giochi di prestigio. Il suo sembra un rientro in patria definitivo, ma ad agosto si fa avanti il Genoa e Gren torna in Italia. Chiude in maglia rossoblù l’avventura italiana, con un ultimo “regalino” alla Fiorentina. 3 giugno 1956: a Marassi si gioca Genoa-Fiorentina, ultima di campionato, con i viola imbattuti e già matematicamente campioni d’Italia. Fiorentina in vantaggio nel primo tempo con Gratton, poi a un quarto d’ora dal termine l’arbitro Jonni fischia un rigore per il Genoa per fallo di Chiappella su Carapellese. Il rigorista di casa, Frizzi, era infallibile fino a una settimana prima, quando lo spallino Persico gli ha parato il tiro dal dischetto. Si astiene: chi batte? Tutti guardano Gren e il Professore non fa una piega: prende il pallone, lo mette sul dischetto e fulmina Sarti. A cinque dalla fine lo stesso Frizzi va in gol e la Fiorentina è in bambola, segna anche Carapellese e addio primato di imbattibilità. Con tanto di “griffe” svedese.

Gren tornò in patria ricco e famoso, ma di smettere non aveva alcuna voglia: venne ingaggiato dall’Örgryte, la seconda squadra di Göteborg, e nel 1958, per i Mondiali in Svezia, venne richiamato in Nazionale assieme a Liedholm e Nordahl, dopo una lunghissima assenza, dovuta al suo status di professionista. Alla bella età di 38 anni Gren si permise il lusso di approdare in finale, dove la Svezia soccombette allo strapotere del Brasile e soprattutto di un terribile diciassettenne di nome Pelé. L’Italia, tuttavia, era rimasta nel cuore del “Professore”, che nel 1961 venne chiamato sulla panchina della Juventus come direttore tecnico. Pochi mesi, poi il rientro in patria e ancora il gioco, nelle file del Gais di Göteborg, dove nel 1964, a 44 anni, superò il record svedese di anzianità nel massimo campionato.

Chiuse col calcio giocato addirittura nel 1976, a 56 anni, come allenatore-giocatore dell’Oddevold, club di quarta divisione. E nel 1984, il 5 luglio, scese in campo in un’amichevole in suo onore giocata ad Asa, a una cinquantina di chilometri da Göteborg, accanto a vecchi e nuovi campioni, tra cui il futuro viola Hysen. Purtroppo, la vita fuori dal campo fu meno prodiga di soddisfazioni: un paio di matrimoni andati a male e la voracità del fisco svedese (di cui non cessava di lamentarsi) infersero duri colpi alla sua florida situazione economica.

Forse anche per questo gli restava una profonda nostalgia per l’Italia, con la costante speranza, rivelata dal figlio Bert, giornalista, di tornarvi prima o poi stabilmente. Quando morì, l’Expressen, giornale di Stoccolma, titolò significativamente: «Il suo più grande rammarico era di non essere nato italiano». Anche le circostanze della sua scomparsa furono particolarmente malinconiche: Gunnar Gren morì il 10 novembre 1991, in solitudine nel suo letto, con in mano un libro, nel suo appartamento in Ovre Husargatan, nel centro di Göteborg, ma il suo cadavere venne scoperto solo quattro giorni dopo, per via delle luci persistentemente accese nell’appartamento, di cui invano i vicini avevano cercato di chiedere conto a lui, bussando alla sua porta.