GUAITA Enrico: ascesa e caduta del Corsaro Nero

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Due stagioni da record alla Roma, un mondiale (1934) vinto con Pozzo, poi un’inspiegabile fuga e il rapidissimo declino. Un enorme potenziale campione


Prologo

Scappò una sera, alla cheti­chella, salendo a Roma su una lussuosa “Dilambda” e poi a Santa Margherita Ligure sul treno per la Francia, sparendo all’orizzonte come un eroe rapito dal destino. E la Roma, la prima Roma veramen­te da scudetto, dovette rinfoderare i sogni di gloria. Enrico Guaita bruciò la sua giovane leggenda con la fuga che lo fece sparire dal­la scena del calcio italiano e di conseguenza mondiale, ma nella breve parentesi della sua carriera era stato grande, forse il più gran­de cannoniere della storia della Roma. Appartiene a Guaita un record straordinario, 28 reti in 29 partite, quando fu capocannoniere nel 1934-35, col primato tuttora imbattuto di gol nei campionati a sedici squadre (media: 0,965). La fuga poi cancellò tutto e la Roma, praticamente senza attaccanti vali­di, finì seconda a un solo punto dallo scudetto del Bologna. La Roma leggendaria del Testaccio con Guaita in attacco avrebbe vinto il campionato a mani basse.

Gli inizi

Enrico Guaita era nato a Nogaya, nei sobborghi di Buenos Ai­res, il 15 luglio 1910 (l’11, secon­do alcune biografie). La famiglia non navigava nell’oro, il padre aveva accarezzato il sogno del pal­lone ma non era andato oltre le ri­serve del Racing Avellaneda. En­rico invece aveva talento puro, lo si notava al primo colpo. A notarlo per primo fu un tale Rattini, che lo consigliò all’Estudiantes La Plata, dove Guaita entrò nell’an­ticamera delle giovanili e quasi su­bito si vide aprire le porte della prima squadra.

Il suo esordio fu esplosivo: non aveva ancora di­ciotto anni, il 12 aprile 1928, quando segnò tre gol
all’Independiente, lasciando il suo sigillo sul 4-4 finale. Presto quell’ala rapidis­sima dal tiro maligno venne con­vocata in Nazionale, dove avrebbe giocato quattordici partite. Qual­che anno più tardi un suo compa­triota, Nicola Lombardo, reduce da tre stagioni nella Roma senza infamia né lode, si vide affidare dall’ambizioso presidente giallorosso Renato Sacerdoti l’incarico di fare shopping in patria per suo conto.

Era il marzo 1933, Sacer­doti coltivava idee di grandezza, Lombardo garantiva dal rischio (altissimo) di incappare in clamo­rosi bidoni. L’incaricato salpò il 27 aprile per l’Argentina, dove il suo compito risultò tutt’altro che sem­plice. Conosciuto il motivo del suo viaggio, i tifosi lo minacciarono pesantemente, promettendogli “botte da orbi” se non se ne fosse tornato prontamente in Italia, ri­nunciando a saccheggiare il vivaio di quel Paese. Lombardo era un duro, le pressioni lo spronarono ad agire. Visionò l’Estudiantes La Plata e rimase a bocca aperta per le combinazioni offensive tra gli attaccanti Guaita e Scopelli. I di­rigenti fecero un po’ di resistenza, poi cedettero i due gioielli. Cui si aggiunse il centromediano Stagnaro, scovato nel Racing.

Arrivo a Roma

La no­tizia dello sbarco nel porto di Ge­nova dei tre assi d’oltreoceano si sparse rapidamente a Roma e alle 6 del mattino del 1. maggio all’ar­rivo alla stazione Termini i tre ven­nero immortalati dai fotografi tra la folla entusiasta. L’esordio av­venne un mese e mezzo dopo, al Testaccio, in un’amichevole col Bayern, superato 4-3: curiosa­mente, si affermarono subito Sta­gnaro (che poi avrebbe ampia­mente deluso) e Scopelli, autore di una magistrale rete, mentre sem­brò macchinoso e goffo Guaita.

L’arrivo degli argentini aveva crea­to invidie e malumori nel calcio italiano. Nacquero polemiche, qualcuno mise in dubbio, senza fortuna, i loro ascendenti italiani e il Livorno tentò di far valere addi­rittura un diritto di prelazione sui tre. Poi, la tempesta si placò, ma non l’ondata critica nei confronti di Guaita. Il torello di Nogaya, però, era tutt’altro che un bidone come sostenevano i soliti sapien­toni. Cominciò a rispondere, una volta ambientatosi, dal 10 settem­bre 1933, data dell’esordio in campionato. Giocava all’ala, era rapido, imprevedibile, con un tiro perfido e pronto. La sua leggenda decollò il 24 settembre 1933, quando la Roma sconfisse la Fio­rentina a domicilio per 3-1 e Guaita realizzò due gol mandan­do in visibilio il pubblico. La do­menica dopo era già “il corsaro nero”, l’idolo della folla testaccina.

È allora, cioè subito, che lo adocchia Vittorio Pozzo, Ct della Nazionale azzurra. Per le leggi dell’epoca non sono un problema le quattordici presenze nella Na­zionale argentina. Gli “oriundi” sono equiparati agli italiani, devo­no espletare gli obblighi di leva e possono rappresentare l’Italia con la maglia azzurra. Guaita viene inserito nel gruppo l’11 febbraio 1934, a Torino contro l’Austria che vince 4-2. I due gol dell’ala si­nistra Guaita sono il sigillo del­l’ennesima scelta azzeccata. L’o­riundo segna 14 gol con la maglia della Roma nel campionato 1933-34, poi è campione del mondo, tra i migliori dell’avventura azzurra sui campi di casa.

È lui a segnare il discusso gol che spazza via il “Wunderteam” austriaco e ci spa­lanca le porte della finale. Qui, un’idea geniale di Pozzo nel fina­le della gara contro la Cecoslovac­chia, col risultato fermo sulla pa­rità, produce lo spostamento tra l’affaticato centravanti Schiavio e l’ala Guaita, che dopo pochi mi­nuti riceve da Ferraris IV, lascia sul posto un avversario e porge la sfera all’accorrente Schiavio, abi­le a infilare da una decina di metri il gol del successo: 2-1.

Momenti d’oro

Il momento d’oro di Guaita è appena cominciato. Finito il Mondiale, si aggrega a suon di gol a una tournée internazionale della Roma e il campionato suc­cessivo ne decreta la formidabi­le forza. L’attaccante ha potenza e coraggio e un attaccamento ai colori che diventa proverbiale. Combatte tra i “leoni di Highbury” il 14 novembre 1934, nel­l’epica sconfitta azzurra contro gli inglesi, ritornando a casa con ima dolorosa contusione. La Ro­ma, che deve affrontare l’Am­brosiana, parte per Milano sen­za di lui.

Un’assenza grave. Senonché il sabato il “leone” redu­ce da Londra si fa fare un paio di iniezioni antidolorifiche e parte dalla stazione Termini con l'”Espresso della notte”. L’indo­mani, con un proiettile che ince­nerisce il portiere Ceresoli, Guaita regala alla Roma il suc­cesso in trasferta. E la sua leg­genda si alimenta. Non molto al­to, tozzo ma agile, dotato di uno spirito aggressivo che lo porta ad irresistibili incursioni nell’a­rea avversaria, diventa l’incubo dei portieri italiani. L’allenatore Barbesino ha avuto l’intuizione di spostarlo a centravanti, il ruo­lo ideale per la sua irruenza di ri­cercatore di spazi, per il suo sen­so innato per l’azione in vertica­le, e lui risponde a suon di gol.

La Roma chiude il torneo al quarto posto, Guaita è capocan­noniere con 28 reti, primato per i tornei a sedici squadre. Finito il campionato, la squadra gioca la Mitropa Cup, ma esce per ma­no del Ferencvaros. Poco male, la stagione si chiude e sono già arrivati il terzino Monzeglio e l’ala Cattaneo per quella suc­cessiva. A loro nel corso del mercato estivo si aggiunge Allemandi, che va a ricostituire la fortissima coppia di terzini del­l’Italia mondiale. La Roma van­ta una rosa completa ed è la grande favorita per il titolo 1936. A quel punto, però, l’im­prevedibile accade.

La grande fuga

Il 19 settembre 1935 i tre “oriundi” della Roma, Guaita, Scopelli e Stagnaro, sostengo­no la visita di leva presso la ca­serma di via Paolina. Ne escono abili e arruolati nel corpo dei Bersaglieri. In testa hanno idee strane, forse (il dubbio non sarà mai fugato) suggerite da chi non vede di buon occhio la forza straripante della nuova Roma. Sono giorni convulsi, i giornali battono la grancassa della “que­stione etiopica”, che l’Italia si appresta a risolvere con un’ope­razione militare in Africa. I tre escono di caserma e si infilano nel taxi dove li aspetta il diretto­re sportivo romanista Biancone. Stagnaro, il più fragile dei tre (e il più modesto come calciatore) avvia la discussione: «Senta, ca­valiere, è sicuro che rimarremo a Roma?». «Certamente, come tutti gli altri calciatori romani». «Non ci manderanno in Afri­ca?». «State tranquilli, l’Italia se la caverà anche senza di voi». «Vede, non abbiamo nulla in contrario a prestare il servi­zio militare in Italia, però vor­remmo consultarci con il conso­lato argentino. Magari potreb­bero indicarci il sistema per non andare sotto le armi».

Biancone annuisce e lascia i tre al conso­lato argentino, a poche centinaia di metri dalla caserma, raccomandando la puntualità per l’al­lenamento del pomeriggio al Testaccio. Poche ore dopo però al campo nessuno li vede. L’allena­tore Barbesino non si preoccu­pa, il console li avrà trattenuti. La sorpresa, mista a incredulità, arriva la sera, con la telefonata di un tifoso alla sede della Ro­ma: «Lo sapete? Guaita, Sco­pelli e Stagnaro sono scappati». «E dove?». «Li ho visti salire con moglie e valigie su una grossa auto e poi sparire». La situazione in società è confusa. Sacerdoti, ebreo, ha dato le dimissioni qualche mese prima, il suo posto è occupato da Vittorio Scialoja, che ascolta impietrito.

Il giorno prima ha accondisceso alla ri­chiesta di Guai­ta: 10 mila lire al mese di in­gaggio, un re­cord. E ora il campione è sparito. Si pen­sa a una mara­chella, strana in un giocatore così serio. Solo il giorno dopo par­tono le ricerche, troppo tardi. Si accerta che la Dilambda dei fug­giaschi è stata avvistata a La Spezia, che poi i tre sono saliti a Santa Margherita Ligure sul tre­no per Ventimiglia. Hanno pas­sato il confine di notte e dalla Francia sono salpati per il Sudamerica. Tutto per l’infondata paura di dover partire per l’Afri­ca, come se non godessero dei privilegi dei calciatori. Subito i tre “traditori” vengono additati al pubblico ludibrio. Il “Littoriale” poche settimane prima aveva così inneggiato a Guaita: «E il centra- vanti della nuova ge­nerazione, un fuoriclasse». Ora spara: «Di pecore travestite da leoni domenicali non abbiamo bisogno, né crediamo opportuno continuare a nutrire serpi in se­no. Siamo contenti di questo ge­sto come di una liberazione».

Per prevenire eventuali ritorni, i tre vengono accusati di traffico illecito di valuta, coinvolgendo anche il povero Sacerdoti, che se ne ritroverà condannato al confino. Due giorni dopo, il nuovo campionato comincia. La Roma, mutilata, resiste col suo spirito del Testacelo e nel giro­ne di ritorno l’allenatore Barbesino fa esordire a centravanti un ventenne, Dante Di Benedetti, alla fine capocannoniere della squadra con 7 reti. Nonostante tutto, la Roma insidia il primato del Bologna, finendo a un solo punto di distacco.

Guaita realizza la rete della vittoria nella semifinale contro l'Austria

Guaita realizza la rete della vittoria nella semifinale contro l’Austria

Carriera bruciata

Guaita si era giocato la car­riera. Sbarcato in patria, trovò un ingaggio nel Racing, ma dopo due stagioni, subissato di criti­che da una corrente violente­mente contraria forse anche per il suo precedente, abbandonò anzitempo il calcio. Divenne di­rettore del penitenziario di Bahia Bianca, si ammalò, perse il po­sto e morì povero, ospitato da amici, il 18 maggio 1959, ad ap­pena 49 anni.

Vittorio Pozzo, che non dimenticava i suoi pu­pilli, lo commemorò così sul “Calcio e Ciclismo Illustrato”: «Era un ambidestro di valore e sotto a rete era un opportunista della più bell’acqua: aveva il fiuto dell’occasione da rete, e sull’occasione stessa egli, colla sua notevolissima punta di velo­cità e col gran coraggio che lo contraddistingueva, piombava come un falco. Fu a luì che io mi rivolsi, nella Finale del ’34 contro la Cecoslovacchia a Roma, per ordinare quel ripetuto cam­biamento di posto con Angiolino Schiavio, che doveva portare il bolognese a darci la vittoria. L’ultima volta che ero stato a Buenos Aires, lo avevo cercato, e lo avevo invitato ad una cena che volevo offrire a lui, a Monti, a Demaria, a Cesarini (Orsi era troppo lontano). Mi rispose ringraziando vivamente, ma dichia­randosi dolente di non potersi muovere da Bahia Bianca, dove si trovava. Gli è che, in quel periodo, i moti politici dell’Argen­tina gli avevano fatto perdere il posto di direttore delle carceri a Bahia, e la sua salute cominciava a tentennare. Era un ragazzo colto e istruito, serio, ordinato e disciplinato. Raramente una per­sona più corretta militò nella Nazionale Italiana. È stata una delle cose che io rimprovero a me stesso: di essergli andato co­sì vicino, nel mio ultimo viaggio in Sud America, e di non aver compiuto il breve tragitto, da Buenos Aires a Bahia Bianca, per andarlo a visitare. Resta per me nel cuore, in maglia azzurra e pieno di sentimenti nostri».