HERRERA Helenio: vera storia di un Mago

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Conosciuto come “H.H.” o “Il Mago”, Herrera è stato uno degli allenatori più discussi e al tempo più vicenti degli anni 60. La “Grande Inter” fu una sua creatura


GLI INIZI

Tra il bambino nato povero a Buenos Aires dall’emigrato andaluso Paco il sivigliano, e l’agiato signore dimorante in uno splendido palazzotto d’epoca a Rialto, nel cuore della Venezia migliore dell’Italia anni Ottanta, si slarga una parentesi tutta piena di calcio, dall’inizio alla fine.  La abita un uomo straordinario, inseguito da tre passioni brucianti: il denaro, la popolarità e se stesso, cioè Helenio Herrera. Nasce nella capitale argentina, nel quartiere Palermo. La miseria incalza e papà Paco, il falegname che la fortuna l’ha solo sognata, decide di tornare sui suoi passi a cercarla nuovamente altrove.

Il piroscafo questa volta fa rotta sul Marocco, Casablanca, dove Helenito a otto anni, chiama­to a un singolare incontro di boxe con un coetaneo, scopre dentro di sé un “veleno”: «I soldati che ci avevano preso in simpatia mi insegnarono a boxare. Mi facevano combattere contro un altro ragazzino della mia età. Accadde così qualcosa che costituì per me un’autentica rivelazione: scopersi il veleno della popolarità. Immagino l’impressione che devono aver provato gli spettatori d’una riunione pugilistica, svoltasi in un circo di Casablanca. Era stato annunciato il nome dei contendenti e stavano per salire sul ring. La sorpresa dev’essere stata enorme! Si trattava niente meno che di due bimbi di otto anni: io e il mio rivale. Lo sbellicarsi delle risa della folla giunse alle mie orecchie come l’eco dì acclamazioni rivolte a un idolo. Tra quelle corde avevo la sensazione di essere un personaggio molto importante. Il cuore mi batteva in fretta e sembrava ripetermi: devi vincere, devi vincere…».

Il successo sul ring lo fece diventa­re l’eroe del rione: «Fu allora che cominciai a capire che quando, ciecamente, correvo dietro un pallone, la miseria, la guerra, la paura, non esistevano per me. A partire da allora cominciai a correre…».
Il ragazzino ha parecchia birra in corpo. Organizza partite, gioca furiosamente a calcio, fino a farsi notare e a entrare in una squadretta, il Roca Negra, da cui passa presto al Racing di Casablanca. A quindici anni è già in prima squadra, gioca (attaccante, poi interno, infine difensore) e alterna lavori vari: operaio, magazziniere, tornitore. Fa parte della rappresentativa marocchina che incontra Algeria e Tunisia e conquista un posto in quella dell’Africa del Nord opposta alla Francia in una partita di allenamento. La voglia di arrivare gli brucia dentro. Le società francesi che cercano giocatori lo notano, il Club Frangais di Parigi lo invita per un provino. Non ha i soldi per il viaggio, glieli procura un amico e dopo avventurose peripezie approda nella capitale francese. Il Club Frangais gli offre un piccolo ingaggio (che spedisce alla famiglia in Marocco) e un impiego, prima venditore di carbone e poi tornitore.

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BUGIA… NAZIONALE

Dal Club Frangais passa al C.A.S.G., poi allo Stade Frangais e al Charleville, indifferentemente stopper o centravanti. Helenio cor­re e corre soprattutto la sua straor­dinaria abilità di adorabile bugiar­do. La sua autobiografia, pubbli­cata in Italia nel 1964, contiene al­cune perle straordinarie. Asserisce di essere stato naturalizzato fran­cese, con annesso obbligo di servi­zio militare, per poter giocare in Nazionale e racconta pure di un suo errore tattico in una partita pa­reggiata col Belgio a Bruxelles, da terzino sinistro. Peccato che negli annali della Nazionale francese non ci sia traccia di questa militanza. Ancora: dopo la guerra, schivata nei suoi orrori grazie al­l’impiego alla Saint Gobain, conti­nua a giocare a calcio nello Stade Frangais e frequenta pure un corso per allenatori, venendone nel giro breve d’un anno immancabilmente cooptato quale professore.

In que­sta veste viene spedito in Nord Africa a tenere lezioni di calcio: «Ricordo che un pomeriggio pre­senziai a una partita in un campo di prigionieri. Una squadra era impegnata contro un’altra di mori. Mi colpì subito un moretto che correva col pallone letteralmente appiccicato ai piedi. Uno straordi­nario giocatore! “Come si chiama questo ragazzo?” Doman­dai. “Larbi Ben Barek, si­gnore “. Dopo la partita mi avvicinai al giocatore e gli dissi: “Mi chiamo Helenio Herrera, e un giorno o l’altro verrò a prenderti per farti gioca­re in Francia. Con quello che sai fare guadagnerai mol­to denaro… Mi rispose con un ampio sorriso, come se gli avessi parlato per scherzo. Ora Larbi sa che Helenio Herrera gli parlava molto seriamente…».
Orbene: il grande Larbi Ben Barek, tra i primi fuori­classe del calcio africano, pratica­mente coetaneo di Herrera (era na­to il 16 giugno 1917), emigrò a Marsiglia nel 1937, venne natura­lizzato francese ed esordì tra i “Bleus” il 4 dicembre 1938 con­tro l’Italia a Napoli, ben prima del­la guerra! Ma non è finita. Herre­ra diventa allenatore. Comincia in un club dilettantistico dei dintorni di Parigi, il Puteaux, poi la fama si estende, passa allo Stade Francais. E cosa succede?

«Il presidente dello Stade Francais era una per­sona assai facoltosa ed ambiziosa. Appena assunsi le mie funzioni gli parlai del giocatore moro che ave­vo visto all’opera nel campo di prigionieri di Ain-Seba e gli chiesi d’essere inviato a cercarlo. Aveva fiducia in me ed acconsentì. L’in­gaggio di Larbi Ben Barek costi­tuì uno dei più clamorosi scanda­li sportivi francesi. A tutti risultava assurdo che si pagasse un milione di franchi per un moro completa­mente sconosciuto. Ero il princi­pale responsabile dell’ingaggio che veniva definito pazzesco e, na­turalmente, la mia posizione era piuttosto delicata. Senonché nel formulare il mio giudizio su un giocatore io non mi sono mai sbagliato. Alcune partite bastarono a trasformare Ben Barek da “moro dello Stade Frangais” in “perla nera ” e fare di lui uno dei più grandi giocatori di tutti ì tempi».

Inutile dire che Ben Barek venne acquistato dallo Stade Francais quando era già una delle stelle della Nazionale francese. Il bugiardo però ci sapeva fare e non aveva paura di nulla.
Stando al suo racconto, in pochi mesi venne nominato Commissario Tecnico della Nazionale francese (in realtà i selezionatori nel periodo furono Gaston Barreau e Gabriel Hanot) e poi…:
«Avendomi il governo nomi­nato professore-allenatore genera­le unico, ero continuamente co­stretto a dare lezioni e conferenze a preparatori, maestri di scuola e professori di educazione fisica. Grazie ad una portentosa resi­stenza fisica e ad un ottimo equi­librio nervoso non avevo bisogno, come accade a molti allenatori, di perdere molte ore a dormire al so­le. Venni nominato anche segreta­rio della Commissione Tecnica della Federazione francese di foot­ball, con giurisdizione su tutti i problemi d’indole tecnica e, come se ciò fosse stato poco, creai il Sindacato Allenatori del quale diven­ni segretario generale con un con­gruo stipendio per la redazione e pubblicazione d’un bollettino quindicinale. Di mia iniziativa se­guii i corsi d’infermiere e massag­giatore-medico facendo pratica in un ospedale parigino ed ottenendo nell’esame finale i voti migliori. Malgrado i successi ottenuti nell’ambito sportivo non abbandonai il mio lavoro. Ero sempre capo se­zione nella fabbrica di Saint Gobain ed effettuavo frequenti viaggi ai porti in cui erano situati i can­tieri nei quali lavoravano i nostri operai addetti all’isolamento delle tubature e delle caldaie delle navi. Mi dedicavo alla mia professione con l’entusiasmo di sempre e cer­cavo nuove applicazioni per la la­na di vetro per isolare, ad esempio, batterie di autoveicoli, schermi ci­nematografici, ecc. La molteplicità delle mie occupazioni non influiva negativamente sull’efficacia delle mie diverse attività». Nessuno avrebbe mai osato dubitarne.

MAGIE E ADDITIVI

Il resto del romanzo, in pillole: un doppio confronto con l’Atletico Madrid lo fa conoscere agli spa­gnoli, che si fanno avanti. Dopo una salvezza conquistata al Valladolid per fare esperienza, si trasfe­risce all’Atletico e la bomba H.H. esplode: due titoli consecutivi e un secondo posto, poi il cambio a sorpresa del presidente, le dimis­sioni e la rottura con l’Atletico, il passaggio al Malaga, ormai con­dannato, e poi il “torneo di qualifi­cazione” per la salvezza vinto alla guida del La Coruna, infine l’ap­prodo a Siviglia. Qui, dopo tre ot­time stagioni, la morte improvvisa del presidente Sanchez Pizjuan de­teriora i rapporti con la dirigenza, che pretende il rispetto del contrat­to anche per le successive due sta­gioni.

Herrera scappa in vacanza, la Federcalcio lo squalifica, lui emigra in Portogallo, al Belenenses, infine il Barcellona lo fa gra­ziare e inizia il periodo d’oro. In Catalogna Helenio Herrera spo­pola, vincendo in due anni due ti­toli nazionali, due Coppe delle Fie­re e una Coppa di Spagna. Scivola solo in Coppa dei Campioni, sfug­gita in semifinale a opera degli eterni rivali del Real Madrid e non gli par vero, nel momento in cui improvvisamente si oscura la sua fama in blaugrana, di subire il cor­teggiamento della Mecca del cal­cio. Il “cardinale” Valentini, l’uo­mo di fiducia del presidente del­l’Inter, Angelo Moratti, lo avvici­na e don Helenio vende cara la pel­le. Vuole soldi, tanti, tantissimi, e i premi doppi.

Abbiamo già raccontato delle pesanti ironie solle­vate dal suo contratto (ben più del triplo degli stipendi dei colleghi migliori) e anche della promessa: lo scudetto in tre anni. Helenio Herrera dà una scossa elettrica al­l’ambiente. I suoi cartelli nello spogliatoio dominano la scena: «Giocando individualmente, gio­chi per l’avversario; giocando collettivamente, giochi per te», «Il calcio moderno è velocità. Gioca veloce, corri velocemente, pensa velocemente, marca e smarcati ve­locemente». Le partenze a razzo della sua squadra sconvolgono il campionato, obbedendo al motto del Mago («Taca la bala!», mac­cheronica versione italo-ispanica del francese “Attaquez le bal­lon!”). Poi, stremata, l’Inter cede a primavera e qualcuno opina che non solo di naturale calo fisico si tratti, ma anche dell’inevitabile ef­fetto di qualche additivo.

«Il primo e il secondo anno di sua milizia in Italia erano stati amarissimi» scri­verà Gianni Brera; «la gente non era gran cosa e i riti di spogliatoio, conclusi con la famosa bustina, ne facevano letteralmente strame». Su un incidente di doping ebbe pu­re a inciampare, Mago Helenio, nella primavera del 1962, quando a una squalifica di alcuni giocatori interisti rispose andandosene ai Mondiali come Ct della Spagna. Nell’incertezza, il presidente An­gelo Moratti mise sotto contratto l’emergente Edmondo Fabbri, ar­tefice del “miracolo Mantova”. Poi, improvvisamente, Helenio tornò alla base come se nulla fos­se accaduto, e Fabbri restò col ce­rino acceso in mano, salvo riceve­re la sontuosa (ma infausta) ripara­zione della panchina di Ct della Nazionale, dopo la promessa di quella del Verona.

TRIONFI E POLEMICHE

Quel ritorno nel 1962 fece la for­tuna di tutti, all’Inter. Alla sua ter­za stagione, Herrera cominciò a vincere. Anche se il solito Gianni Brera non era proprio convinto che tutti i meriti andassero ascritti al “Mago”: «Al terzo anno, il crollo si andava profilando allorché in­tervenne di persona Moratti. Ascoltando i giocatori e qualche amico (quorum ego), il presidente costrinse Herrera a metter fuori Buffon, scadutissimo, e servirsi in centro campo di Bolchi e di Ma­schio». In realtà, la svolta vera ci fu quando Herrera sacrificò il len­to Maschio al baby Sandrino Maz­zola, portatore della ventata di fre­schezza atletica e tecnica di cui la squadra aveva bisogno per imporsi nel rush finale.

La Grande Inter nacque così, tra calcio d’autore e polemiche infaticabilmente attiz­zate dal Mago per restare sempre sotto i riflettori. Con lui l’allena­tore diventava personaggio. E se ne accorse in primis Nereo Rocco, destinato ad assumere rilievo popolare solo grazie alla contrappo­sizione col chiacchierone dell’al­tra sponda, soprannominato, dalle sue iniziali, Habla Habla (parla parla, in spagnolo). La Grande In­ter fu il capolavoro di Herrera, squadra entrata nella leggenda per la raffinata quanto micidiale in­terpretazione del Catenaccio.
Il modulo, per la verità, era estraneo al tecnico al momento dell’appro­do in Italia. Ma bastarono poche partite e l’affettuosa pressione del presidente a fargli cambiare idea, realizzando tra l’altro uno dei capolavori della sua carriera: la trasformazione del discreto terzino Picchi in grande libero.

E se qual­cuno osava contestare che la scelta del Catenaccio fosse farina del suo sacco, don Helenio aveva la rispo­sta pronta: il Catenaccio? L’aveva inventato lui: «Giocavo terzino si­nistro nello Stade Francais: in una gara importante stavamo condu­cendo uno a zero ma eravamo in difficoltà; allora io, che ero il capi­tano, decisi di modificare il modu­lo a WM con cui eravamo schiera­ti: mi spostai dietro la difesa, da­vanti al portiere, e dissi al media­no di prendere in consegna la mia ala. Quando poi divenni allenato­re della stessa squadra, mi ricor­dai di quella esperienza e adottai lo schema abitualmente in trasfer­ta e per certi impegni importanti. I miei ragazzi lo chiamavano “le be­ton”, il cemento, perché il libero garantiva una difesa impenetrabi­le». Per fortuna, nessuno gli chiese mai la storia della penicillina. Tra una chiacchiera e una trovata tattica, Helenio prese a vincere co­me nessuno.

Piazzò l’Inter prima in campionato quattro volte di fila e solo lo spareggio col Bolo­gna nel 1964 ridusse a un tris il poker di scudetti. Dall’anonimato (o quasi), l’Inter assurse a stella conosciuta su tutto il pianeta. L’incanto sfumò di colpo nella dannata primavera del 1967, quando al momento della consueta vendemmia di risultati, la squadra in un pugno di giorni deragliò da rutti i binari. Un knock out da cui non si sarebbe risollevata più. E neppure il Mago, più o meno, che in quei giorni si dimise pure dal­l’incarico di Ct della Nazionale azzurra, condiviso per otto mesi con Ferruccio Valcareggi. Le pole­miche furono al solito aspre, qual­cuno lo accusò di utilizzare la Na­zionale come un giocattolo, ma il Mago presentiva che un’era si stava chiudendo e che il pur pa­ziente Moratti avrebbe malsopportato quell’equivoco doppio ruolo ora che il paracadute delle vittorie era venuto a mancare. Don Hele­nio provò ad avviare il rinnova­mento nella continuità, ma il quin­to posto della stagione successiva e l’abbandono di Angelo Moratti gli consigliarono di cambiare aria. Il resto è decadenza, sontuosa secon­do personale tradizione, ma non per questo meno verticale.

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I GRANDI RITORNI

Lo assunse alla Roma Francesco Ranucci, padre di Raffaele, ma poi dovette gestirlo Alvaro Marchini, e non furono rose e fiori. Herrera pretese un contratto principesco, salito fino a 258 milioni a stagione. Venne licenziato, per povertà di ri­sultati, nell’aprile 1971 e sostituito per le ultime giornate del campio­nato da Luciano Tessali. La rivolta di piazza fu fatale al presidente e il successore Gaetano Anzalone rias­sunse immediatamente il Mago, placando i tifosi.

In cinque stagioni la “mala suerte” limitò i successi a una Coppa Italia. Poi venne cacciato, di nuovo in aprile, nel 1973 e se ne andò offeso. A Roma aveva trovato la terza moglie, Fiora Gandolfi, che gli diede il settimo figlio della sua vita, Helios. Da Roma si mosse solo quando un ri­gurgito di nostalgia indusse Ivanoe Fraizzoli a tentare un’improbabile operazione revival. Il ritorno al­l’Inter fu malinconico. Il Mago ot­tenne finalmente ciò che Moratti sempre gli aveva negato, cioè la cessione del “nemico” Mariolino Corso, onde risparmiarsi gli im­mancabili «Tasi, mona» biascicati a commento di ogni suo appunto tecnico. Habla Habla hablava an­cora, questa volta di modulo Ajax, mentre i “boss” della squadra si lanciavano ironiche occhiate. Un focolaio di broncopolmonite l’8 febbraio 1974 lo costrinse al rico­vero in ospedale chiudendo pieto­samente il capitolo. Herrera uscì di scena.

Rimase il brillante polemi­sta, che si concesse ancora un paio di ritorni sulla ribalta. Il primo, co­me consulente del presidente del Rimini, Bonanno, in Serie B, nel marzo del 1979 per neanche due mesi. Ci aveva già provato, a torna­re in panchina al Rimini, tre anni prima, ma era venuta a galla la sto­ria di una vecchia squalifica e i 60 anni ormai compiuti gli avevano precluso la qualifica di allenatore.

Poi, il Barcellona in crisi lo chiamò nel marzo del 1980: il Ma­go si scrollò di dosso venti anni e portò il Barcellona in Coppa Uefa. Pochi mesi dopo, in novembre, Nunez lo invocava ancora, dopo aver licenziato Kubala. E H.H. in­filò l’ultima perla della sua colla­na, la Coppa del Re, vinta il 18 giugno 1981 sullo Sporting Gijon nel Camp Nou ribollente di entu­siasmo. Questa volta era davvero finita.
Si ritirò a Venezia, dividen­dosi tra comparsate televisive e commenti al vetriolo. Lucido, ta­gliente, sempre aggiornato, nel suo palazzotto di Rialto trascorse anni sereni, fino alla morte, il 9 novem­bre 1997, per arresto cardiaco in seguito a edema polmonare.

H.H.: HANNO DETTO DI LUI

Sfogatevi pure a giudicarlo come gli umori vi dettano dentro. Buffone e genio, cialtrone e asceta, manigoldo e buon padre, sultano e fedele, Pirgopolinice e Bertoldo, becero e competente, megalomane e salutista. Herrera è tutto questo e altro ancora, come succede forse a ciascuno di noi. L’ho incontrato mago e l’ho riscoperto bambino, seguendolo con voi traverso mari e contrade di ogni continente. Io francamente non so come sia riuscito a mostrarvelo, per quante facce, da quanti lati. Importante, per me, che il personaggio non sia mai fasullo, neppure quando si sforza di esserlo. E H.H. è sempre vero,se non proprio accettabile.
Un professore di liceo si è sdegnato di sentir citare H.H. con Giovanni XXIII e Kennedy, come ha domandato a un allievo quali fossero secondo lui i tre uomini più rappresentativi del nostro tempo. Poteva fare a meno di indignarsi, prendendone atto: un grandissimo Papa, un presidente americano dotato di intelligenza e coraggio, poi quel centauro pedagogo di calciatori. Si capisce, è uno sproposito: il mondo è pieno di gente il cui dito mignolo vale più d’un centauro pedagogo di calciatori: però non è detto che varrebbe più di H.H. se appartenesse pure ai centauri pedagoghi.
Il discorso è piuttosto semplice e fila: come H.H. è il più bravo di tutti, ottiene i risultati migliori di tutti. Lo tacciano di magia e lui risponde: “lavoro sodo”; lo ritengono tonto in panchina e lui dalla panchina non cambia mai nulla di proposito: un calciatore sbaglia già troppo a far quello che deve fare, figuriamoci a fargli fare altro. Il suo metodo è logica e applicazione, criterio analitico e fiducia in se stesso. Nessuno al mondo crede in H.H. quanto lui. E’ certo, innegabile, arcisicuro che H.H. voglia un bene dell’anima a H.H., e che lo stimi più di chiunque su questa terra.
Vi sembrerà indegno ed abnorme: é soltanto normale ed umano: con la differenza che gli altri si nascondono e lui si mostra qual’è.
Ecco il punto : com’è in definitiva H.H.?
Se volete, si può continuare.
(Gianni Brera, da “Herrera”, Longanesi & C. 1966; ristampa Limina 1997)

Nell’ambiente torpido, provinciale e sostanzialmente conformista del calcio italiano, egli portò tutte le qualità ed i vizi di un temperamento zingaresco. Tipico autodidatta, mezzo negromante e mezzo fisiologo, impasto di menzogne, di spacconate e di intuizioni geniali, non digiuno di solide nozioni professionali, dotato di una ferrea ambizione e di una capacità di applicazione quasi sovrumana, votato alla religione borghese del “dinero” per reazione ad un’adolescenza miserrima, il gitano marocchino doveva rivelarsi infinitamente più forte, scaltro e moderno di gran parte degli allenatori operanti in Italia, anche se non soprattutto nell’arte di valorizzare oltre misura il proprio valore. (……) All’arrivo (in Italia), egli assunse atteggiamenti da “caudillo” che gli propiziarono pesanti sarcasmi, specialmente quando manifestò la propria inclinazione al drogaggio psicologico (……..). Come scriverà più tardi Gianni Brera: “prima di entrare in campo i giocatori sono tenuti a compiere gesti e pronunciare frasi da rituale…..liturgico-muscolare. H.H. si aggira tra i suoi dardeggiando occhiate mesmeriche. I giocatori, come intimiditi, si affrettano a mettersi in divisa e calzarsi. Il massaggiatore li ha già strigliati quanto basta (e per quanto ha chiesto ciascuno di loro).
H.H. pronuncia frasi tra il reboante e il maniaco. I concetti, magari, sono ovvi però la sua voce è metallica, la convinzione è assoluta, la luce dei suoi occhi inquietante. Chiaro che annette importanza notevole se non fondamentale a questa introduzione ludica. “Vinceremo!”, grida scrutando i suoi. “Vinceremo perché siamo i più forti….C’è qualcuno che ne dubita?” (petto in fuori, mascella in fuori, occhietti strizzati, bocca stirata da una smorfia malevola). “Qui tutti!” (un vero e proprio urlo che spaventa). Le mani sul pallone, fanno una catena.”Ripeti! Vedi che sei assente? Non voglio, non voglio!”. Al fondo di questo comportamento schizoide (…..) c’era però un senso del ritmo, dello spettacolo e della disciplina che molti critici non apprezzarono subito al suo giusto valore, anche perché il nuovo venuto non mostrava alcun timore reverenziale verso i “mamma-santissima” della stampa.
(Antonio Ghirelli, “Storia del calcio in Italia”, Einaudi 1972)

Di lui si sa già molto e quando mette piede a Milano conferma subito la sua fama di conducator chiaccherone e polemico e anche quella di grande uomo di calcio, puntiglioso e instancabile. Don H.H. vuole conoscere tutto e tutti. Non si accontenta di visionare i giocatori della prima squadra e le riserve: vuole vedere alla prova anche i ragazzi delle giovanili per rendersi conto di persona delle forze che avrà a disposizione. Quando me lo trovo davanti provo una forte emozione: un testone nero con due occhi scuri, penetranti, che scavano come per leggermi dentro.
“Questo è il figlio di Mazzola, mister…”, gli dice un dirigente.
“Sì,so…so. Gran giugador el padre. Vederemo, vederemo tu”.
Secco e conciso nel suo italiano pittoresco, ecco come mi si presenta Herrera. Ho quasi la sensazione che si sia un po’ scocciato. Al contrario degli altri dirigenti, Meazza escluso, che non hanno perso occasione per strombazzare ai quattro venti di avere con loro il figlio del grande Valentino, lui non dà alcuna importanza al nome, anzi con quel suo sguardo tagliente sembra voler subito farmi intendere che le raccomandazioni sono inutili e dannose”.
(Sandro Mazzola, “La prima fetta di torta”, Rizzoli 1977)

Le scuole di calcio vere e proprie sono nate soltanto negli anni sessanta. Gli anni di Helenio Herrera, autodidatta, proclamatosi mago di scienza calcistica e comunque enorme innovatore in fatto di rapporti umani. Si disse, e non fu troppo sbagliato, che tutti i tecnici a venire avrebbero dovuto corrispondere una tangente a Helenio Herrera. Il tipo approdò in Italia nel 1960 sullo slancio di grossi successi conquistati in Spagna con il Barcellona. Subito cercò di stabilire un rapporto carismatico, fra lui e i giocatori, fra lui e il presidente della società: era, quella di quei tempi, l’Inter di Angelo Moratti, un petroliere salito velocissimamente alla ribalta della finanza e del calcio nazionale, uomo di idee nuove, o perlomeno aperto a esperienze nuovissime. Herrera, anziché intitolare il proprio credo a un sistema di gioco, preferì intitolare tutto a se stesso, ai propri metodi spinti di allenamento,alla carica che in qualche maniera, dialettica o chimica,riusciva a impartire alla squadra. Ma la vera rivoluzione di Helenio Herrera consistette soprattutto nella costruzione totale della figura del tecnico,il quale divenne autenticamente mago,in possesso di poteri altissimi sul corpo e anche sull’anima dei suoi adepti, cioé dei suoi giocatori. Herrera diede davvero una carica magnetica a chi giocava con lui, e si fece riconoscere con molti milioni questa “innovazione”, aprendo la strada dei grossi guadagni un po’ a tutti gli allenatori di grido, quelli cioé delle squadre di Serie A. Praticamente, questo Herrera non subì concorrenze. Il suo personaggio fu sempre al di là del bene e del male, al di sopra di una certa mischia: era sfrontato in una maniera non irritante,ma annichilente.
I successi parlavano per lui,che venne fermato soltanto da un infarto,così che tutta la sua carica, non più estrinsecabile sul campo, divenne puramente teorica, o nel migliore dei casi giornalistica.
(Gian Paolo Ormezzano, “Storia del Calcio”, Longanesi & C. 1978)